LAURA ROCCA.
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IL MONDO CHE NON VEDI.
Serie: Le Cronistorie degli Elementi. 1.
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2015.
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Parte 1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Trama.
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Celine, diciottenne timida e schiva, dopo la morte dei suoi genitori adottivi, accetta l'ospitalità del suo migliore amico Matteo diventando in seguito la sua ragazza. Dopo l'ennesimo evento spiacevole si risveglia in lei una strana energia che la disorienta.
Turbata attraversa la laguna di Venezia rifugiandosi nella casa della sua infanzia, ma lì la tristezza la assale. Il meraviglioso giardino dei suoi ricordi è ormai arido, piangendo poggia la mano sulla terra spoglia causando qualcosa d'inimmaginabile: un'energia sconosciuta fuoriesce dal suo corpo e tutto riprende vita lasciandola incredula e spaventata.
In poche ore la sua esistenza sarà stravolta intrecciandosi a filo doppio a quella di Aidan e dei Custodi degli Elementi, una razza che può usare gli elementi per contrastare Fàs, il malvagio Spirito del vuoto. Conoscerà un mondo di cui fino a ieri non sapeva nulla e di cui anche lei scoprirà essere parte.
Molte domande esigeranno risposta e la strada da percorrere sarà lunga e richiederà a Celine di mettere in gioco se stessa come mai aveva fatto prima. In questo libro sono presenti parole di uso non comune. Troverete in fondo al libro un breve dizionario, non è forzatamente necessario alla comprensione del testo poiché, nel corso del libro, sarà possibile comunque dedurre chiaramente il significato delle parole. Sarà presente anche l'elenco dei personaggi. Se ne sconsiglia la lettura, prima di aver terminato il libro, poiché potrebbe essere fonte di spiacevoli anticipazioni.
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L'AUTRICE.
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Laura Rocca è autrice di libri young adult, fantasy e romance.
Nasce a Genova sul morire dell’estate. Forse è per questo che ama tanto l’autunno; o forse perché colori, profumi e suoni autunnali alimentano la sua indole fantasiosa. Fin da piccola vive avventure fantastiche, eludendo la realtà. Ricorda ancora con gioia le scuole elementari, quando immaginava, insieme alla migliore amica, che un grosso chiodo bitorzoluto fosse la porta segreta per il Paese delle meraviglie. Crescendo dirotta la sua apertura mentale nella scrittura, dando libero sfogo  all’immaginazione. Pomeriggi interi spesi a dipingere, tramite una penna e un vecchio diario, realtà incantate che solo lei può vedere, nelle quali si rifugia. Pur conseguendo un diploma non umanistico, continua ad assecondare la sua passione, perché crede fermamente nella realizzazione dei sogni, con determinazione e spirito di sacrificio.
Dal 2005 al 2011 cura un blog su Splinder, piattaforma ormai dismessa, nel quale racconta le sue vicissitudini lavorative, con ironia e sarcasmo. Nel frattempo continua a scrivere poesie, piccoli racconti e fiabe, ma non ha il coraggio di mostrarli a nessuno. Nel settembre 2013 decide che è ora di provare a realizzare uno dei suoi più grandi sogni: pubblicare un romanzo fantasy. 
Inizia così, nel giorno del suo trentatreesimo compleanno, la stesura del primo volume de Le Cronistorie degli Elementi: Il mondo che non vedi. Ama incontrare i suoi lettori, sia virtualmente sia di persona. Ama viaggiare perché adora l'incognita che rappresenta scoprire un nuovo posto. Ama la fotografia e fotografa di tutto: paesaggi, foglie, cibo, attimi di vita. Non esiste un soggetto particolare, conta solo l'emozione.
Nel gennaio 2015 apre un blog nel quale si concentra sull’epoca vittoriana – un’altra sua grande passione – e pubblica romanzi a puntate ambientati nell’Inghilterra del 1800. Nel 2015 pubblica il primo volume della saga Le Cronistorie degli Elementi: Il mondo che non vedi. A dicembre dello stesso anno pubblica il relativo Spin-off Aidan. Nel 2016 pubblica il secondo volume della saga Le Cronistorie degli Elementi, Il Regno dell’Aria. Nel gennaio 2017 pubblica il terzo volume della saga Le Cronistorie degli Elementi, Il Regno del Fuoco. Nel maggio 2017 pubblica il romanzo rosa storico Un mistero per lady Jessica. Nel luglio 2017 pubblica il quarto volume della saga Le Cronistorie degli Elementi, Il Regno della Terra.
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CELINE.
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Nota.
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Questa è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell'immaginazione dell'autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.
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A tutti coloro che ci hanno creduto.
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I quattro elementi
"Aria: l'altrove sei ove si libran sogni.
Acqua: ognor lavacro sei delle emozioni.
Terra: culla tu sei d'ogni spirto vital.
Fuoco: sei ardente calor d'ogni passione."
-Rosanna Russo.-

Vuoto
"scontro, incontro impalpabile sensazione di abbandono,
ti trascina in un vortice di emozioni trasudanti.
Scarna, sotto riflettori accecanti, l'essenza dell'umano pensante.
Disincanta quell'insaziabile senso di immortalità"
-Lidia Dell'Era-.
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Capitolo 1 - All'improvviso.
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Celine guardava malinconica dalla finestra della cucina. Aveva appena tolto le foglie morte
dalle piante che la madre di Matteo lasciava ciclicamente sul davanzale a morire, le facevano una gran
pena: era buffo, spesso si sentiva incredibilmente distante dalle altre persone, mentre provava quasi
empatia per quelle povere piante. Nonostante il panorama fuori dal vetro le fosse particolarmente
gradito si sentiva inquieta, cercò di scacciare il suo turbamento osservando il viavai nella strada
sottostante. Venezia stava iniziando a vestirsi per il Natale, e lei amava le luminarie e i riflessi che
proiettavano sui canali. Sembrava che tutte le stelle del cielo si tuffassero nell'acqua della Laguna, e
tutto aveva un aspetto più caldo.
Con la fronte poggiata sul vetro freddo, cercava di calmare i suoi pensieri ingarbugliati. Si era
alzata da poco, nonostante fosse quasi ora di pranzo, ma era sabato e non doveva andare a scuola.
Purtroppo, il sogno che ultimamente la perseguitava non voleva lasciarla in pace neppure da
sveglia, e lo riviveva continuamente nei suoi pensieri.
"Appollaiata in groppa a uno dei cavalli di San Marco, i lunghi capelli svolazzanti dei quali il
buio della notte non mostrava le meravigliose striature che racchiudevano tutti i colori dell'alba e del
tramonto, rifletteva su quanto la sua vita fosse cambiata in meglio. Nonostante il dolore e le prove, che
a volte superava con molta fatica, non sarebbe tornata indietro per nulla al mondo perché ora si
sentiva viva. Sorrideva lì da sola pensando al suo passato, quando appunto, l'unico contesto in cui non
mentiva dicendo di essere soddisfatta, era nei momenti in cui parlava della sua città, la sua amata
Venezia. Avvertì al suo fianco una presenza che le dava gioia e si voltò per sorridere al suo compagno,
fili dorati le svolazzavano davanti agli occhi"...
Era particolarmente irritata dal fatto di non riuscire mai a vedere in faccia chi ci fosse lì al suo
fianco: aveva intravisto dei fili d'oro, forse dei capelli, e non sapeva spiegarsi come mai ma aveva la
consapevolezza fosse un ragazzo. Era quasi un mese che faceva quel sogno e tutte le volte
s'interrompeva sempre in quel punto: l'unica cosa che ricordava vividamente era la gioia che provava, e quanto si sentiva soddisfatta.
Avrebbe dovuto sentirsi in colpa in realtà, visto che il misterioso ragazzo biondo non era sicuramente Matteo, il suo attuale fidanzato, giacché lui era castano. Si diede della sciocca pensando che in fondo era solo un sogno e che, di certo, nessuno poteva farle una colpa di ciò che involontariamente sognava.
Decise di lasciare la cucina e di saltare il pranzo, dopotutto non aveva molta fame, e quel giorno
le conveniva prepararsi con cura per andare in negozio. Mentre stava per voltarsi e andare verso la sua
stanza le parve di vedere le piante sul davanzale circondate da uno strano alone di luce, non capiva cosa
fosse, ma quando le guardò con insistenza tutto tornò alla normalità.
"Sto davvero impazzendo" pensò e, senza preoccuparsene ulteriormente, andò a prepararsi per il lavoro.
Celine era tesa: quel giorno scadevano i tre mesi di prova pattuiti dal suo contratto e, per di più,
sarebbe arrivata la direttrice generale del Nord Italia per l'ispezione. Aveva provato a curarsi
particolarmente, ma come sempre le uniche cose che le piacevano di sé erano gli occhi e i capelli. Il
viso non era brutto ma insignificante; sul corpo era meglio stendere un velo pietoso, perché aveva quei
chili di troppo che la facevano sempre sentire tozza e, qualunque cosa mettesse, la faceva apparire
sempre come se indossasse un sacco di iuta.
Non capiva come fosse possibile, per tutte le donne della terra, vestirsi sapendo abbinare quasi
per magia colori, gonne e camicette, mentre per lei era un tale incubo. Forse perché non gliene
importava nulla, o perché semplicemente non sbagliava gli accostamenti ma erano le sue fattezze a
essere inadatte a mostrare la minima grazia. Quanto meno il tailleur pantalone, abbinato alla camicia
bianca, poteva essere considerato di classe. Si sentiva una caricatura di dieci anni più grande ma in
negozio era richiesto un certo tipo di divisa.
Quando giunse davanti alla porta del negozio, la serranda era mezza abbassata: dentro le
colleghe stavano finendo di allestire un piccolo buffet per la direttrice.
«Celine, vai subito nell'ufficio sul retro» le disse una di loro «la direttrice ha detto che vuole
parlare con te prima d'iniziare la riunione generale».
La direttrice era la classica donna che lei non sarebbe mai stata: bionda, alta, slanciata su quei
tacchi di dodici centimetri che per lei sarebbero stati importabili, truccata alla perfezione, con i capelli
perfetti, il tailleur impeccabile e l'aria di chi lo sapeva.
L'aspettava in piedi in mezzo alla stanza, ma quando la vide arrivare andò a sedersi, e
accomodandosi dietro la scrivania incrociò le lunghe gambe inguainate nelle calze nere di seta.
«Accomodati Celine, ti ho fatto venire qua per parlare subito con te della situazione» iniziò
appena lei entrò nella stanza «sei qui ormai da tre mesi, e sebbene tu sia una dipendente coscienziosa
riguardo a orari, straordinari o assenze, so che non si è instaurato nessun feeling tra te e il resto del
personale. Come ben sai noi ci teniamo ad avere un gruppo affiatato: questo lavoro è molto stressante,
specialmente nel periodo che arriverà di qui a poche settimane e, in assenza di affiatamento tra di voi,
si rischiano notevoli problemi tra cui litigate inopportune di fronte ai clienti». Terminò, fissandola in
attesa di una risposta.
A Celine parve quasi di vedere un'ombra di disapprovazione: sapeva di dover rispondere ma
ignorava cosa fosse giusto dire, e alla fine si decise a parlare cercando di mantenere un tono sicuro.
«Non è vero, io non ho mai avuto nessun motivo di discussione con le colleghe, sono sempre
disponibile a coprire i loro turni o a fare del lavoro supplementare per aiutarle, non immagino come
possano esserle arrivate voci riguardanti una mia mancanza di lavoro di gruppo...»
La voce della direttrice la interruppe quasi subito.
«Ma è proprio questo, Celine: vedi, tu non ne sei nemmeno lontanamente consapevole. Io non
discuto in merito alla tua volontà lavorativa: parlo di calore umano, di legami d'amicizia che nascono
tra persone che trascorrono del tempo insieme. Le tue colleghe sono un gruppo solido, mentre tu ne sei
totalmente isolata» disse stringendosi nelle spalle, poi lanciandole un'occhiata accusatoria continuò «ci
sarebbe da aggiungere che non puoi vendere vestiti se non li sai indossare, e che per stare in una
boutique d'alta moda come questa sarebbe consigliabile che perdessi almeno dieci chili. Mi dispiace
davvero, ho accettato la tua candidatura in un periodo in cui una collaboratrice se n'era andata
all'improvviso e avevamo bisogno di un rimpiazzo immediato, ma ora non mi sento di prolungare il
contratto, non fa bene nemmeno a te lavorare in un ambiente nel quale non ti trovi a tuo agio. Credimi,
ho esperienza in questo campo, e poi tra poco completerai gli studi e sono certa troverai un lavoro più
adatto a te».
Con questo il discorso era chiuso, e Celine capì che, qualunque fosse stata la sua risposta, ormai
la decisione di quella donna era stata irrevocabilmente presa.
Si sentiva talmente male da non aver nessuna voglia di finire la sua giornata di lavoro e, anche
se sapeva che in quel modo avrebbe fornito prova alla direttrice di aver ragione, non poté fare a meno
di rispondere «Va bene allora preferirei congedarmi senza terminare la giornata: i miei estremi bancari
li avete, quando i conti saranno pronti potrete effettuare il versamento».
Senza nemmeno stringere la mano alla sua interlocutrice prese la porta, e passando dall'uscita
posteriore del magazzino si allontanò per l'ultima volta da lì.
«Maledizione!» Esclamò furente, attirando lo sguardo di qualche passante.
Era successo di nuovo: anche in quest'ambiente era stata respinta da tutti, e non era bastata
neppure la sua buona volontà per mantenere il posto di lavoro. Sembrava che nessuno volesse avere a
che fare con lei.
Era sempre stato così, da quando ne aveva memoria. Crescendo non aveva legato
particolarmente con nessuno. I suoi genitori adottivi erano troppo anziani perché prestassero attenzione
a questi dettagli, e non tentarono mai di inserirla in qualche gruppo tipo scout o simili, mentre lei se ne
stava di buon grado nella sua stanza a leggere, a disegnare o a giocare con Mercurio, il suo amato gatto.
Non aveva avuto amiche né alle superiori né alle medie, a parte Matteo, l'unico che le aveva
rivolto la parola, che l'aveva coinvolta nelle sue avventure, aveva fatto i compiti con lei e che
soprattutto l'aveva ospitata in casa sua dopo la morte improvvisa dei suoi genitori. Sarebbe stata per
sempre grata a lui e sua madre per quel gesto nei suoi confronti. Era maggiorenne e sarebbe potuta
restare sola abitando a Villa Vendramin, ma nessuno in realtà voleva che una neo-diciottenne vivesse
sola in quella grande casa senza neppure un adulto a prendersi cura di lei, specialmente dopo
l'incidente improvviso dei suoi genitori: gli amministratori del patrimonio dei Vendramin temevano
che potesse cadere in depressione, vista l'assenza di altri parenti.
La madre di Matteo, Luisa Sartor, era stata incredibilmente generosa ad accoglierla, ma
soprattutto era stata irremovibile sui suoi studi: voleva che si diplomasse, mentre lei desiderava
lavorare per non pesare sul bilancio familiare. Certo, aveva a disposizione anche l'eredità lasciatale dai
suoi genitori, ma quella non voleva toccarla se non per utilizzarla in caso di spese inerenti al
mantenimento della villa. In ogni caso, quando ne aveva fatta menzione, la signora Sartor si era
dimostrata fortemente contraria ad accettare dei soldi. L'unica soluzione possibile era stata quella di
trovare un lavoro part-time con la scusa di desiderare dei soldi propri per comprarsi vestiti e scarpe, e
su quello la madre di Matteo non aveva avuto nulla in contrario. Era stata felicissima quando aveva
trovato il lavoro in negozio. Ora avrebbe dovuto deludere anche lei, informandola di essere stata
licenziata, e pur non avendo mai ricevuto pressioni in merito le pesava dover ammettere questo
fallimento. Matteo invece ne sarebbe stato contento: da quando era passato da amico a fidanzato era
diventato doppiamente protettivo nei suoi confronti, e sosteneva che avrebbe fatto meglio a stare in
casa a studiare, e che lavorando si stancava troppo. Tuttavia non riusciva a concentrarsi su di lui o a
ricavarne l'emozione del conforto che avrebbe potuto trovare tra le sue braccia, era troppo infuriata.
Provava un'enorme rabbia, e quest'ennesima umiliazione la travolse. Si sentiva strana e
inquieta, come se una parte di sé volesse uscire allo scoperto e gridare "Basta": era stufa di essere la
ragazza invisibile, un elemento di contorno, una nullità.
Sentiva un forte ronzio in testa, come se una voce le urlasse di piantarla di autocommiserarsi, di
tirare fuori la vera se stessa. Le sembrava di avere nelle orecchie uno sciame di vespe che le davano
consigli diversi, e avrebbe voluto mettersi a urlare dicendo loro di tacere, ma era consapevole che in
realtà nessuno le stava parlando e che doveva darsi una calmata se non desiderava che i passanti la
prendessero per pazza.
«Tu non sei questo Celine». Diceva una voce.
«E' ora di scoprire davvero chi sei». Diceva l'altra.
«Lascia cadere il muro che ti circonda, lascialo andare». Urlava un'altra ancora.
Si nascose in una calle deserta, mettendosi le mani sulle orecchie e tentando di calmare le sue
emozioni: doveva assolutamente allontanarsi da lì. Rimase per un po' appoggiata contro il muro
tentando di placare il suo cuore che batteva furiosamente. "Rallenta", lo implorava
mentalmente, "calmati, non è successo niente di grave troverai un altro lavoro, conoscerai altre
persone"...
Dopo essersi ripetuta quel mantra un paio di volte le parve di aver ripreso effettivamente il
controllo di se stessa: le voci, almeno, erano scomparse, e decise che fare due passi prima di tornare a
casa le avrebbe fatto bene.
Non aveva prestato particolare attenzione al luogo in cui si stava dirigendo e, a un tratto, si
accorse di essere in Piazza San Marco.
Celine amava quella piazza: spesso, quando abitava ancora alla villa e i suoi genitori adottivi
erano in vita, la sera ci veniva da sola con la loro barca. Amava l'atmosfera che si respirava lì la notte,
quando tutti i negozi e i caffè erano chiusi e i turisti non invadevano ogni singolo spazio; quando c'era
silenzio e poteva immaginare come fosse vivere lì ai tempi di Casanova. Le sembrava quasi di sentire
frusciare le sottane delle dame, lo schioccare dei ventagli quando si sussurravano qualcosa, con
complicità, l'una nell'orecchio dell'altra, appena passava un giovane.
La piazza però le era sempre piaciuta anche di giorno, con la sua cacofonia costante e le mille
lingue differenti che spesso sentiva parlare contemporaneamente, i raggi del sole e la basilica
illuminata dalla luce del giorno. Invece quel giorno non riusciva a godersi nessuna di quelle sensazioni:
le sembrava che la sua testa stesse per spaccarsi in due.
Le voci avevano smesso di tormentarla, ma tutto il suo corpo era travolto da uno strano fremito.
Quando si osservò le mani vide le dita tremare, e le richiuse di scatto a pugno come a voler negare ciò
che aveva appena visto. Era come se le sue dita stessero ardendo ed era quasi convinta che se avesse
dato un pugno nel terreno avrebbe provocato un terremoto, o peggio un maremoto, vista la città in cui
viveva. Doveva andarsene di lì, subito, anzi forse la parola subito non rendeva abbastanza.
D'impulso si diresse verso il posto barca, dietro Piazza San Marco, dove una volta attraccavano
i suoi genitori quando dalla villa venivano a Venezia. Dopo l'incidente aveva ormeggiato lì quella di
riserva, ma non l'aveva mai toccata: con la disgrazia capitata ai suoi il pensiero di andare in barca la
terrorizzava. Adesso non le importava, qualunque cosa sarebbe andata bene pur di fuggire, isolarsi,
restare sola. Non dovette neppure fermarsi a pensare a dove sarebbe andata: avrebbe puntato dritto
verso la sua vecchia casa.
Il Lido era sempre incantevole, più silenzioso di Venezia, specialmente durante l'inverno.
Ormeggiò la barca e si diresse verso il cancello di Villa Vendramin, che sorgeva su un terreno molto
ampio e per questo era discostata dalle altre case, con il sontuoso giardino che si poteva quasi definire
un parco.
Spingendo il cancello provò un gran senso di desolazione: si vedeva che ormai era una casa
disabitata, e faceva quasi un po' tristezza.
Pensare ai divani e ai mobili coperti da teli bianchi, o al giardino morto dentro il chiostro, non le
faceva paura, anzi: quella sensazione di abbandono era quasi come parte di lei, era in quel modo che la
faceva sentire il resto del mondo, abbandonata, dimenticata e sola.
Si recò direttamente al chiostro: il rampicante di rose, che tanto amava sua madre, era secco; le
aiuole, una volta curate alla perfezione, non erano ormai altro che sterpi gialli, e  sembrava quasi che
da quel posto la vita fosse stata strappata, come se i colori non ci fossero più,  e tutto le appariva in
tonalità seppia.
Improvvisamente avvertì ancora quel senso di empatia che aveva provato per le piante avvizzite
della signora Sartor, solo che ora i suoi sensi sembravano amplificati: era come se le piante stessero
piangendo, urlandole contro per averle abbandonate e facendole sentire tutto il loro dolore per lo stato
in cui si trovavano.
Celine si sentiva sopraffatta: le sembrava che tutta la sua vita si stesse contraendo, che i respiri
fossero solo aridi raschi, che l'aria sapesse di fumo acre. Non sapeva cosa le stava accadendo: sentiva
in lei una strana forza e sapeva che se non l'avesse fatta scorrere sarebbe morta, che l'avrebbe fatta
implodere.
Si abbandonò in ginocchio al centro del chiostro e conficcò le mani nel terreno piantando a
fondo le dita, come se volesse scavare fino al centro della terra, dondolando su se stessa.
La luce che aveva intravisto quella mattina ora le aleggiava attorno, come se stesse
accarezzandola, poi con suo grande sconcerto si rese conto di essere lei stessa a emanarla,
trasmettendola al terreno nel quale teneva conficcate le mani. Chiuse e riaprì gli occhi nel tentativo di
liberarsi di quella che sicuramente era una visione, poi la forza del potere che sentì scorrerle dentro
all'improvviso strappò ogni pensiero consapevole dalla sua mente e Celine si lasciò andare alla deriva
travolta da quelle sensazioni.
Capitolo 2 - I Custodi degli Elementi
In quella che a occhi ignari sembrava una casa abbandonata e in rovina, nell'entroterra veneziano,
sorgeva una delle tante Divisioni dei Custodi degli Elementi: nella loro lingua i guerrieri si
chiamavano laoich, e avevano sorprendenti poteri.
Un tempo, l'universo era custodito e protetto dagli Spiriti degli Elementi. In seguito ad un
evento che non diede loro altra scelta, essi decisero di scegliere un gruppo di uomini dall'animo puro e
dare il via a una nuova stirpe, che li aiutasse a conservare il mondo e a difenderlo da Fàs, lo spirito del
quinto elemento, il signore del Vuoto.
I Custodi si dividevano in due.
I primi erano i guardiani guerrieri, il cui nome corretto nella loro lingua era laoich, e potevano
usufruire dei poteri della Terra, dell'Aria, dell'Acqua e del Fuoco: ognuno di loro nasceva sotto la
protezione di uno dei quattro Spiriti Superiori e governava un elemento differente.
Purtroppo le loro schiere andavano assottigliandosi: erano sì immortali per quanto riguardava
l'età, ma tanti, troppi, di loro cadevano in battaglia. La cosa peggiore era che, mentre della loro stirpe si
poteva solo nascere, Fàs aveva la facoltà di attingere a un esercito infinito e in continua proliferazione:
gli umani. Li catturava, corrompeva e condannava al suo servizio fino alla morte.
I secondi erano i residenti, detti saoranaich.
I saoranaich erano parte integrante della loro società: senza di loro non ci sarebbero state le
tenute, i giardini, i guaritori, i pasti pronti nelle cucine e via dicendo. Purtroppo i loro poteri erano
fievoli e appena sufficienti a coprire le mansioni cui si dedicavano: la forza degli elementi in loro era
debole, e non potevano diventare laoich né ricevere il flusso di rigenerazione per l'immortalità.
Conducevano una vita molto simile a quella degli umani, e anche se non contraevano le stesse
malattie morivano comunque di vecchiaia.
Tra di loro vi erano anche gli Illusionisti, i cui poteri erano più forti e che, anche senza essere
guerrieri, quando erano particolarmente dotati partecipavano alle battaglie per destabilizzare i nemici
con le loro potentissime illusioni.
Le Divisioni erano i centri operativi dei Custodi nel mondo degli umani: invisibili agli occhi di
chi ci passava per caso grazie ai potenti incantesimi degli illusionisti, erano abitate da un Maestro
scelto, che le comandava e coordinava, e dai giovani laoich che erano selezionati per essere posti sotto
la tutela di quel Maestro.
Lì viveva Aidan, un promettente laoich dotato di grande coraggio che molti, compresa la sua
sorellastra Mavi, chiamavano simpaticamente "Desiderio di morte".
In realtà ad Aidan la vita piaceva e non desiderava per nulla morire, ma non avrebbe mai
permesso a nessuno di rischiare per lui: in passato era già successo che qualcuno morisse per salvarlo e,
se allora era troppo giovane per impedirlo, adesso era un guerriero fatto e finito, e non avrebbe mai
permesso a nessuno di trovarsi in prima linea al posto suo.
Aidan quel giorno era di riposo, ma purtroppo quella era una parola che lo urtava
profondamente. Non capiva cosa ci fosse di riposante a non poter fare quello che più gli piaceva:
andare a stanare i nemici e sterminarne più che poteva. Il Maestro invece aveva decretato che c'era un
tempo per tutto e che, almeno un giorno a settimana, dovevano evitare di combattere e dedicarsi a
qualcosa di diverso per sgombrare la mente, lasciare penetrare nelle loro vite altro oltre la violenza, e
un sacco di balle spirituali che a lui non interessavano minimamente.
Mavi, la sua adorata sorella acquisita, invece, sapeva bene come sfruttare quelle giornate:
partiva diritta per Venezia e si dava allo shopping sfrenato. Cosa se ne facesse degli abiti degli umani
per Aidan era un mistero. Loro avevano i loro abiti e le loro tenute, cucite tutte a mano dai loro
tessitori, e non indossavano nulla che provenisse dal mondo degli umani. L'unico sospetto di Aidan era
che Mavi avesse un debole per la moda degli inops, come chiamavano gli umani nella loro lingua, e
che desse il tormento a qualche tessitore perché riproducesse gli abiti che riportava dalle sue incursioni
nei negozi.
Stufo di stare sdraiato sul letto a leggere, Aidan decise di andare nella sala di controllo a fare
compagnia a Brian: se non altro potevano "tenersi la mano" in quella giornata di noia estrema.
Brian non era a riposo, ma gli toccava il turno ai sistemi di sorveglianza, il che era quasi
irritante come essere a riposo. La differenza era che, durante i turni di guardia, anziché combattere
bisognava avvisare gli altri, che erano in ricognizione, se in qualche punto della città era rilevata
attività sospetta, per poi continuare a stare lì a fissare gli schermi come se niente fosse.
Forse era addirittura più frustrante che fare il turno di riposo: almeno non eri tenuto a sapere
dove ci fossero dei nemici e a riferirlo agli altri, aspettando che loro facessero il lavoro al posto tuo.
Aidan davvero non riusciva a capire perché Erskine, il Maestro, non prendesse
qualche saoranaich per quel compito barboso, visto che loro non sarebbero potuti intervenire
comunque (a parte giusto gli illusionisti più potenti, e si dava il caso che si contassero sulle dita di una
mano).
Molti di loro erano persone sveglie e capaci, senza dei quali la loro società sarebbe crollata: per
questo Aidan vedeva bene un saoranaich davanti ai sistemi di sorveglianza, e non capiva perché il
maestro Erskine volesse sprecare un guerriero dietro un monitor quando uno dei saoranaich avrebbe
potuto benissimo svolgere quella funzione.
Una volta, durante una discussione, aveva provato a dirglielo ed Erskine era stato seccato
quanto sibillino.
«La pazienza Aidan» aveva sospirato «è una delle virtù più importanti dei più grandi guerrieri:
sapere quando è il caso di fermarsi a riflettere, e quando quello di agire, ti aiuterà in futuro».
E con questo il discorso era stato chiuso e dimenticato.
Aidan passò dall'armeria per raggiungere Brian, ma si pentì subito della scelta di quel
passaggio. Vedere tutte le loro armature, e i sistemi di comunicazione nuovi e pronti all'uso gli faceva
venire una gran smania di togliersi quegli stupidi abiti da riposo bianchi e correre a fare ricognizione
insieme a Mavi e Murchadh, che erano fuori a caccia di dooinney breun e dubhar laoich, umani corrotti
e guerrieri ombra. Le schiere di Fàs che popolavano il mondo degli umani, e di cui gli umani stessi
erano tanto inconsapevoli quanto in pericolo. Potenzialmente ogni umano poteva essere irretito e
trasformato in un servo del Vuoto.
Brian, il Mister Muscolo della situazione, stava stravaccato davanti alla consolle con i piedi
poggiati sopra uno sgabello, e stava divorando un panino enorme: anzi, ad Aidan, sembrava una
baguette intera più che un panino.
«C'è movimento oggi?» Gli chiese Aidan segnalando la sua presenza.
«Niente di niente: Mavi e Murchadh girano alla cieca, per vedere se s'imbattono in qualcosa di
sospetto, ma direi più che altro per far qualcosa, altrimenti sarebbero sempre fermi nello stesso posto a
chiacchierare data la totale inattività odierna». Rispose Brian, riprendendo a divorare il suo spuntino.
«Beh, allora è una fortuna essere di riposo oggi, giacché non c'è niente da fare». Disse Aidan,
prendendo una sedia e accostandola a quella dell'amico.
«Non hai nessuna pollastrella cui fare visita, che vieni a ciondolare da me?» Chiese Brian con
un ghigno.
«Per carità, per oggi passo. Il problema delle donne è che ogni volta pensano di potermi curare
o cambiare, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in me, mentre io voglio solo divertirmi e passare
oltre». Rispose Aidan sbuffando.
«Potresti andare da Kaina, lei mi sembra sempre felice di vederti». Lasciò cadere Brian
malizioso.
«Non tocchiamo questo tasto; sono già abbastanza seccato per via del turno di riposo forzato, ci
manca solo di parlare di Kaina». Rispose Aidan sbuffando.
«Perché? Ci sarebbe molto da dire su Kaina». Affermò Brian, facendo un sorrisino malizioso.
«Per quanto mi riguarda puoi anche provarci». Rispose Aidan seccato.
«Sul serio, amico?» Chiese Brian costernato.
«Non è certo la mia ragazza: se trovasse qualcuno che le interessa più di me ne sarei ben
contento. Credimi, se tu dovessi sposarla domani non potrebbe importarmene di meno, a parte un certo
dispiacere per te». Disse Aidan privo di sarcasmo.
Brian stava per ribattere, ma il suono acuto dei loro sistemi di sorveglianza lo interruppe sul
nascere.
«Per la miseria, finalmente!» Esclamò, mollando il panino e rimettendosi seduto composto per
concentrare la sua attenzione sugli schermi.
Ogni divisione dei Custodi degli Elementi aveva complicatissime consolle e sistemi d'allarme
che segnalavano se in qualche luogo si stesse svolgendo un'aggressione, o si rilevasse dell'energia, in
modo da poter intervenire, specialmente se gli attacchi erano perpetrati dalle schiere di Fàs contro gli
umani. Controllavano inoltre la loro Capitale e i Quattro Regni per verificare che non vi fossero delle
emergenze che richiedessero guerrieri anche dalle varie Divisioni.
Aidan balzò a sedere composto a sua volta, il fuoco della smania di combattere già in circolo.
«Che succede?» Domandò impaziente.
«Ah niente...» Rispose Brian sbuffando.
«Come niente, la consolle ha appena segnalato dell'attività...»
«Sì, ma non da parte di Fàs. È energia elementale: probabilmente è uno dei nostri, si trova in
una villa abbandonata, e si starà divertendo a rimettere a nuovo il giardino» Disse Brian sbuffando.
«Come uno dei nostri?» Chiese Aidan perplesso «Non aspettiamo visite da nessuno, e poi i
custodi lo sanno che non devono interferire nelle proprietà degli umani: è necessario mandare qualcuno
a controllare».
«Non è necessario: Mavi e Murchadh sono già abbastanza irritati dall'inattività, ci manca solo
che li mandi a fare da baby-sitter a un custode indisciplinato. Lasciamo stare». Liquidò la questione
Brian.
«Vado da Erskine. Se nessuno ha voglia di andarci, ci penserò io». Disse Aidan prendendo la
porta di volata.
Entrò nello studio senza bussare, ma d'altra parte le loro formalità non erano rigide come quelle
degli umani.
«Erskine, c'è un segnale di forte energia elementale vicino a Venezia». Disse senza nemmeno
un cenno di saluto.
«Lo so Aidan. Non dimenticare che la consolle è collegata anche a questa stanza, e che ho
anche un telefono: sono costantemente aggiornato. Il fenomeno interessa la vecchia villa della famiglia
Vendramin. È una casa ormai abbandonata, i proprietari sono morti da diversi mesi. Non ti nascondo
che la cosa mi stupisce, poiché non sono giunte notizie di nessun Custode in viaggio verso di noi, ma
non mi sembra nulla di rilevante». Rispose Erskine, senza troppa preoccupazione nella voce.
«Vorrei andare a vedere. Potrebbe essere qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto. Non
possiamo ignorare un segnale, anche se solo elementale e non del vuoto». Insisté Aidan.
«D'accordo Aidan, se ti annoi e non sai cosa fare, visto che è il tuo giorno libero, vai e divertiti,
ma non portare qui dentro qualcun'altra delle tue distrazioni. Se ti vuoi divertire con le umane, fallo
fuori di qui!» Esclamò Erskine seccato.
Quando si chiuse la porta alle spalle, Aidan pensò che l'umore del Maestro sembrava
decisamente peggiore del solito: aveva forse litigato con Ermer?
Aidan non badava alle frecciatine che il Maestro gli lanciava a riguardo della sua vita
sentimentale: Erskine era sempre seccato per la storia delle sue numerose ragazze, ma lui non poteva
farci proprio niente se nessuna lo interessava. Erano solo noiose seccature, e le poche guerriere davvero
valorose come lui si contavano sulle dita di una mano. Una era Mavourneen, sua sorella, che lui
chiamava affettuosamente Mavi e amava profondamente.
Anche se Mavi non era sangue del suo sangue erano cresciuti insieme, e l'avrebbe protetta per
sempre; l'avrebbe difesa anche dai tipi come lui, se non fosse stato che era proprio lei a essere un tipo
come lui.
Poi c'era Ermer, la compagna del maestro, e definirla donna era difficile: non che fosse brutta,
ma emanava una tale aura di aggressività che non si riusciva proprio a guardarla come si guarderebbe
una donna, e in ogni caso era appunto la compagna del maestro.
La maggior parte delle altre donne nei dintorni erano tutte saoranaich: usavano i loro poteri per
diversi scopi, come la magia per celare i loro luoghi segreti, per tessere i vestiti o creare i loro
talismani, preparare gli inchiostri per i tatuaggi, alcune erano persino potenti guaritrici, ma la quasi
totalità di loro lo guardava come fosse una specie di trofeo da aggiudicarsi.
Tutte volevano "curare le sue ferite" o "farlo sentire amato", cose assurde per Aidan. Lui non
aveva certo problemi di autostima e non pensava di avere nessuna ferita da curare: essere un guerriero
del Fuoco era tutto ciò che gli interessava, e non pensava minimamente ad altro. Sì, ogni tanto con
qualcuna di loro si divertiva, ma più per gratificazione fisica che altro. Inoltre loro lo sapevano che da
parte sua non c'era nulla di più, al riguardo era sempre molto sincero: odiava le menzogne e i
mezzucci, e non avrebbe mai ingannato una ragazza, anche se fosse stato solo per una notte.
Nonostante tutto, non riuscivano a togliersi dalla testa che sarebbero state le sue salvatrici, ma
quello Aidan lo riteneva un problema loro, e non suo.
Con le umane era più semplice: poteva entrare nelle loro vite e sparirne alla velocità della luce,
e nessuna di loro sapeva chi fosse veramente o dove trovarlo.
Andò dritto in camera sua a cambiarsi: si sfilò gli abiti bianchi da riposo alla velocità della luce
per scivolare dentro una divisa. Non si aspettava di dover combattere, ma era meglio essere preparati a
ogni evenienza: qualche corrotto poteva essere attirato dall'energia elementale che si stava propagando
dalla villa abbandonata.
Uscendo dalla base dei Custodi degli Elementi si accorse che il sole stava per tramontare. La
luce in quel freddo pomeriggio invernale era bellissima, ed ecco cosa gli dava un po' di pace: la natura,
il vento freddo sul viso e il sole che, tramontando, avvolgeva tutto in una luce calda e fredda al
contempo.
Decise di materializzarsi direttamente nei pressi della villa abbandonata. Certo, avrebbe
sprecato energia, ma essendo stato a riposo ne aveva da vendere. Inoltre usare la macchina e qualche
imbarcazione di fortuna per arrivarci avrebbe di certo richiesto un tempo infinito, e rischiava di non
trovare più nessuno ad attenderlo.
Giunto nei pressi della villa si avventurò in giardino. Sentiva come una litania melodica e
invitante. Decise di ricorrere all'aiuto del suo talismano per potenziare la sua forza e, sfruttando il
fuoco che era il suo elemento dominante, dissipò la sua presenza sotto forma di cenere.
L'occhio allenato di uno dei custodi avrebbe certo intravisto le sue fattezze dietro il
mascheramento, e un guerriero potente lo avrebbe visto chiaramente, ma se dietro a tutto ci fosse
stato Fàs poteva sfruttare la sua invisibilità per avvertire gli altri. Arrivato nel chiostro della villa dei
Vendramin, ciò che vide lo sconvolse al punto che si chiese se fosse reale o un qualche inganno di Fàs.
Aidan era incantato, letteralmente incantato.
Capitolo 3 - L'incontro
C'era una ragazza con le mani infossate nella terra, che piangeva cantando nella loro lingua
antica.
«Gun duilleag frém fraue bl?tu blàthan duillean fraueyn». Invocava, emanando una luce
fortissima.
Aidan fu abbagliato dalla bellezza di quel volto: i lunghissimi capelli, nella tarda luce di
novembre, avevano tutte le sfumature del sole quando s'infuoca. Sembravano non un insieme, ma
un'infinità di minuscole ciocche, tutte di un colore differente. Non poteva vederle gli occhi perché
stretti a fessura; le membra erano lunghe, aggraziate e flessuose, ma la ragazza conservava comunque
delle curve pronunciate, nascoste dagli orribili abiti da umani che indossava. Il naso era piccolo, la
carnagione chiarissima, quasi eterea, e le labbra, delicate ma con una forma ben disegnata, sembravano
un piccolo cuore. Le sue gote erano arrossate dal pianto.
Era talmente incantato a guardare questa strana creatura del suo popolo che per poco non
percepì il cambiamento che stava avvenendo, poi la magia della Terra fece il suo corso.
L'erba iniziò ad assumere un colore tenue, come quella appena spuntata in primavera; il
rampicante secco iniziò a rinverdire e ad allungarsi, e in breve tutte le colonne del piccolo chiostro
erano avvolte da minuscoli boccioli di rosa. L'odore emanato quasi stordiva. Iniziarono a spuntare
anche i rampicanti d'edera dai vasi appesi lì attorno, e il tutto sembrava avvolto da una luce bianca e
calda.
Aidan non capiva chi fosse quella ragazza: non la conosceva, né la aspettavano in visita da loro.
Voleva parlarle, ma si sentiva quasi inopportuno a interrompere un momento così intimo: anche se in
apparenza era solo come guardare una normalissima Custode della Terra che giocava con il suo
elemento, gli sembrava che lei stesse facendo qualcosa di molto più riservato.
A un tratto la sconosciuta alzò gli occhi guardandosi intorno, e Aidan seppe immediatamente
due cose. La prima era che occhi grigi come quelli, quasi bianchi, non li avrebbe mai più rivisti da
nessuna parte: erano come il cielo quando stava per nevicare, come la nebbia del mattino, fredda e
densa. La seconda cosa di cui si rese conto, con estremo stupore, era che lei non lo vedeva. Certo lui
non era in forma corporea, aveva fluttuato lì come cenere, e come cenere fluttuante restava, ma la
sconosciuta di fronte a lui avrebbe dovuto vedere quel fenomeno a occhio nudo e sapere che dietro
c'era un altro membro del suo popolo. Una studiosa particolarmente dotata avrebbe anche potuto
vedere direttamente le sue fattezze in mezzo a quel vortice, ma lei non lo percepiva. Aidan era
sconvolto: non riusciva a credere che una degli inops potesse essere in grado di fare quello che aveva
fatto quella ragazza, ma al contempo era impossibile che una del suo popolo non percepisse la sua
presenza.
La ragazza alzatasi in piedi si guardava attorno sconvolta. Sembrava convinta di essere vittima
di un'allucinazione: il chiostro da secco e tetro era divenuto bellissimo, ma lei fissava il tutto come se
le fosse totalmente alieno, come se fosse inconsapevole di essere l'artefice di quel cambiamento.
Evidentemente il suo sconcerto crebbe.
«Chi sei? Cos'è questa dannata luce? Che cos'hai fatto, nel giardino di mia madre?» Urlò
spaventata.
Aidan era stato quasi sul punto di rivelarsi, quando comprese con assoluta certezza che la
ragazza non si rivolgeva a lui, poiché inveiva contro una colonna del chiostro dandogli le spalle. Si
preoccupò poiché sembrava terrorizzata, ed era evidente che non avesse la minima percezione di
cos'aveva fatto. A un certo punto la vide lasciarsi cadere a terra, come se fosse esausta.
Era sconvolto per la scena che gli si parava davanti, ma la cosa per lui più sconcertante era la
sua preoccupazione per la ragazza. Nemmeno la conosceva, eppure sentiva il bisogno di andare lì a
rassicurarla: non si rese nemmeno conto di aver preso forma corporea avvicinandosi a lei, poi i suoi
occhi lo colpirono come due fanali, sgranati, come se avesse visto un fantasma. Aidan si smaterializzò
all'istante in un altro angolo della proprietà.
C'era un ragazzo, Celine ne era sicura. Tra le lacrime aveva alzato lo sguardo, e aveva visto un
viso bellissimo che la fissava come se lei fosse stata la sua più grande preoccupazione al mondo.
Pensò di essere seriamente sul punto d'impazzire: un battito di ciglia ed era sola, ma non poteva
scordare quel volto. Pensò di avere le allucinazioni e aver visto un angelo.
Il ragazzo che aveva creduto di vedere non le era sembrato molto più grande di lei.
Gli occhi erano meravigliosi: blu come la laguna di notte, luminosi, e dallo sguardo fiero; le sue
labbra carnose; i tratti del volto aggraziati, ma con la giusta spigolosità a fare da contrasto, un volto
etereo e duro al contempo. I capelli erano fili d'oro, di un biondo quasi evanescente, e sembravano più
un'aura di luce, lunghi quasi fino alle spalle con il ciuffo più corto che scendeva a coprire parzialmente
il viso. Portava abiti strani ai suoi occhi, era sicura fossero scuri, con dei dettagli rossi e arancioni. Un
completo pantaloni e maglietta molto ampio di uno strano tessuto lucente e un mantello. Purtroppo il
viso aveva catturato tutta la sua attenzione, e gli altri dettagli erano completamente sfocati. Non era
nemmeno sicura che fosse esistito veramente. Era un'apparizione in tutto e per tutto, e mai al mondo
avrebbe potuto incontrare un altro ragazzo come lui, difatti era scomparso.
Per la prima volta nella vita sperimentò quella che, stando a tutti i libri che aveva letto, doveva
essere l'attrazione. A pari merito con tutte le stranezze della sua vita, ovviamente, si era sentita attratta
per la prima volta da qualcuno che non esisteva, e la cosa le procurò una certa tristezza. Avrebbe dato
qualunque cosa per rivedere quel volto anche pochi attimi, per imprimerselo meglio nella memoria. Si
sgridò severamente per quel pensiero: lei aveva Matteo, come poteva essere attratta da altri ragazzi?
La luce si stava affievolendo. Ormai era tardo pomeriggio, ma Celine non riusciva a staccarsi da
quel luogo, convinta che, da un momento all'altro, tutti i fiori e le piante sarebbero scomparsi e che
avrebbe rivisto il chiostro nello stato di prostrazione in cui lo aveva trovato al suo arrivo. Tutto, però,
restava immutato: aveva toccato le foglie, i petali, si era persino punta con le spine delle rose con
l'intento di accertarsi che fossero reali. Nonostante la sua incredulità, nulla cambiava.
Quando decise di tornare a casa fu più per le scuse che avrebbe dovuto inventare che per il
desiderio di tornare. Non poteva certo andare da Matteo e dirgli che all'improvviso era rifiorito il
giardino della villa, o che le era sembrato di vedere un ragazzo bellissimo che poi era scomparso.
Soprattutto era sicuramente meglio omettere la parte riguardante il ragazzo bellissimo: Matteo non le
aveva mai fatto scenate di gelosia, ma d'altro canto non ce ne sarebbe stato motivo, visto che lei non
usciva mai. Però, anche considerata la sua scarsa esperienza in amore, era certa che non avrebbe
gradito che gli dicesse che s'immaginava di vedere bellissimi ragazzi biondi.
La sua vita non era mai stata normale, a partire proprio dalla sua famiglia, rifletté Celine
perdendosi nei suoi pensieri.
Si definiva senza radici, non sapendo neppure con precisione dov'era nata. Era poi stata adottata
da una coppia anziana che non poteva avere figli. Non aveva mai potuto apprezzare la compagnia di un
fratello o di una sorella e, anche se i suoi genitori adottivi la trattavano molto bene, per lei erano dei
nonni, visto lo stacco generazionale.
Nonostante le avessero rivelato le sue vere origini quando era stata abbastanza grande da capire
cosa volesse dire la parola "adozione", avevano sempre dimostrato di amarla come se fosse stata loro
figlia. La cosa strana era che quasi tutti pensavano fosse davvero loro figlia, ed erano stati molto
insistenti sul fatto che non doveva dire la verità in giro.
Mentre era sulla barca diretta a casa, nella luce del tramonto, si sforzò di scacciare dalla mente
il pensiero dei suoi genitori: il modo in cui erano morti la tormentava, e soprattutto la affliggeva il
pensiero di quello che le avrebbe rivelato sua madre se non fosse morta quella notte.
Giunta nei pressi di Piazza San Marco si accorse che era quasi buio, e si affrettò a dirigersi
verso casa, anche se in quel momento avrebbe desiderato solo stare sola. Quella sera le pesava
particolarmente rincasare, ed era tutta colpa di quello che era successo al chiostro e di quel ragazzo che
l'era sembrato di vedere.
Durante il pomeriggio aveva sentito delle voci che le parlavano, dopo aveva visto mutare il
giardino della villa da morto a rigoglioso e, come se non fosse stato abbastanza, immaginava persino di
aver visto un ragazzo, mentre l'unico a cui avrebbe dovuto pensare era Matteo, che probabilmente di lì
a breve avrebbe iniziato a chiedersi come mai tardasse tanto. Persa nei suoi pensieri, procedette verso
casa Sartor tagliando attraverso calli e viottoli, che per un turista avrebbe voluto dire perdersi nei
meandri di Venezia, specialmente al buio. Le calli di Venezia per lei, invece, erano come tanti piccoli
segreti da svelare. Amava vagare per quelle viuzze caratteristiche, che sembravano tutte uguali ma
erano tutte diverse. Un portone, una persiana, un gradino, una mattonella della pavimentazione, bastava
poco. Ognuna aveva la sua caratteristica, e lei le aveva scoperte tutte. Villa Vendramin a volte le
mancava, perché la quiete del Lido era ben differente dal vivere nel centro di Venezia, ma anche la
posizione di casa di Matteo non le dispiaceva. A volte si perdeva a osservare dalla finestra le piccole
barchette ormeggiate sotto, o la gente che sostava a scattarsi le foto sul ponticello che permetteva di
attraversare il piccolo canale da una sponda all'altra.
Proseguiva a passo svelto. Tra le ombre della sera si sentiva ancora il vociare di qualche
gondoliere che cercava di attirare gli ultimi turisti, e si lasciò sfuggire un sorriso. Ma fu di breve durata,
perché più si avvicinava a casa Sartor e più i suoi pensieri erano agitati.
Da quando si era trasferita da Matteo il loro rapporto aveva preso una piega più complicata, e
quel giorno più che mai si chiese se avesse fatto davvero bene ad accettare di andare a vivere con lui e
sua madre: non riusciva a smettere di pensare di essere stata molto più felice quando Matteo era un
semplice amico che la raggiungeva per passare il pomeriggio con lei nel giardino della sua villa,
piuttosto che adesso. Non capiva come mai la sua mente quel giorno continuasse a farle mettere in
discussione la sua vita, ma non poté fare a meno di soffermarsi a pensare alla facilità con cui aveva
ceduto, permettendo che un'amicizia per lei fraterna si trasformasse in una storia d'amore. I ricordi la
travolsero nuovamente.
Una sera, mentre erano sul letto impegnati in una partita alla Playstation, poco prima che
riprendesse la scuola, Matteo l'aveva baciata.
«Ti avevo detto che quando avrei voluto una ragazza lo avresti saputo». Le aveva detto, senza
darle il tempo di parlare e riiniziando a baciarla.
Lei non si era ritratta, anche se le sembrava sbagliato. Infatti, da quando era andata a vivere lì,
sentiva ancora di più Matteo come il fratello che aveva sempre desiderato. Ma in fondo cosa ne sapeva
lei di sentimenti ed emozioni? Lei, che era sempre sola, come poteva, solo basandosi sui libri che
leggeva, dire che non sentiva quello che avrebbe dovuto? Dopo tutto, Matteo era l'unica persona che
non la considerasse strana perché la sua passione non erano i saldi, o perché spesso preferisse stare in
casa da sola a leggere piuttosto che andare a ballare. In fondo lui le voleva bene, e poteva fidarsi di lui,
e lei anche gli voleva bene: era una delle poche persone di cui le importasse davvero.
Le restava solo Mercurio, il suo gatto, come paragone sentimentale, e di certo non poteva
metterlo sulla stessa bilancia dell'amore. Per assurdo che potesse sembrare, non aveva mai preso una
cotta per nessuno. Sentiva spesso le sue compagne bisbigliare quando passava il ragazzo che era
oggetto delle loro fantasie, o le commesse del negozio quando qualche ragazzo attraente accompagnava
la fidanzata nello shopping: lei però non era minimamente interessata, e non aveva mai provato il
batticuore di cui sentiva tanto parlare. Probabilmente era strana anche in quello, forse era davvero in
grado di amare solo il gatto. Mercurio almeno non la giudicava e la amava per quella che era: la vedeva
in pigiama e non era mai scappato, e per di più non gli importava per niente se la borsa e le scarpe non
erano in tinta, se lei era in sovrappeso o se spesso era silenziosa. A lui bastavano un posto sul letto e la
ciotola piena, ed era felice di starle accanto nel loro silenzio.
Arrivò a casa stravolta e scarmigliata. Matteo si stava mettendo la giacca quando lei entrò, e la
accolse con un sorriso andandole incontro per baciarla. Celine si sentì infastidita e se ne vergognò
molto, non capendo perché dovesse darle fastidio che l'unica persona che le voleva bene
l'abbracciasse.
«Cos'hai Celine? Sembri tesa». Chiese Matteo, fissandola con attenzione.
«La direttrice del negozio ha deciso di lasciarmi a casa, perché per il periodo natalizio hanno
bisogno di personale specializzato». Mentì Celine.
In quel momento non le andava di ripercorrere l'umiliazione che aveva subito, e aveva paura
che rivivendola si sarebbe scatenata nuovamente dentro di lei quella strana furia che l'aveva assalita nel
pomeriggio.
«E perché tu non vai bene? Hai fatto talmente tanto straordinario che sei rimasta indietro con
tutte le materie. Sul serio Celine, perché non le hai detto che l'avresti denunciata?». Domandò
indignato Matteo.
«Perché intanto fa lo stesso. Probabilmente non vogliono una ragazzina in una boutique. Non ti
preoccupare, troverò un posto in un bar o qualcos'altro».  Rispose Celine, cercando di cambiare
argomento.
«Non mi preoccupo per i soldi. Sai benissimo che lavorare è stata una scelta tua: mia madre
sarebbe felicissima se la smettessi e ti dedicassi solo allo studio». La rassicurò Matteo, che continuava
a battere su quel tasto appena ne aveva l'occasione.
«Io invece non lo sarei per nulla. Tua madre è stata buona ad accogliermi in casa vostra e a
prendersi cura di me, però non sarebbe giusto se rimanessi in panciolle fino al diploma, io non sono sua
figlia e non voglio approfittare di lei». S'irritò Celine.
«Senti, sai cosa facciamo? Stanotte mamma fa il turno di notte in ospedale. Puoi venire nella
mia stanza, e ci guardiamo i film tutta la notte, tanto domani è domenica. Cercherò di tornare prima da
calcetto, così passeremo più tempo insieme tu ed io! Altrimenti, se vuoi, posso rimanere a casa!» Disse
Matteo interrompendo la sua tirata con un rapido cambio d'argomento.
Celine non si sentiva attratta dall'idea di perdere la sua serata di solitudine, e poi voleva
rimuginare su quello che era successo e su quello che aveva visto. Non aveva minimamente voglia che
Matteo le stesse attorno tutta la sera.
«No, vai pure a divertirti. Farò un bagno per rilassarmi, e ti aspetterò». Si affrettò a rispondere.
«Sei sicura?» Provò a insistere Matteo «Lo sai che tengo più a stare con te che alle partite, non
mi costa niente telefonare e dire che non vado».
«Certo, sono sicura. Ho un libro in sospeso, e poi già passi tutto il tuo tempo con me. Divertiti
con i tuoi amici». Rispose Celine rassicurante.
«Va bene dolcezza. Tornerò il prima possibile». Disse Matteo, mettendosi la borsa in spalla.
Ripensandoci, la lasciò cadere e andò verso Celine.
La cinse in un abbraccio soffocante, premendo con forza le sue labbra sulle sue,
schiudendogliele quasi subito per trasformare il bacio in qualcosa di più profondo.
Celine attese l'eccitazione, la voglia di rispondere al bacio, ma si sentiva come un automa e
contro la sua volontà si trovò a chiedersi se sarebbe stato lo stesso anche con il ragazzo biondo che
aveva intravisto quel pomeriggio. Scacciò subito dalla mente quell'immagine: non era giusto pensare a
uno sconosciuto mentre il suo ragazzo la baciava.
Matteo prolungava il bacio totalmente ignaro della sua assenza, le mani che le accarezzavano
languidamente i fianchi, e Celine iniziò a sentirsi in imbarazzo. Voleva che smettesse, ma ultimamente
sembrava sempre più determinato a spingersi più in là. Lei non sapeva come fare a posporre
ulteriormente la cosa. Non se la sentiva di abbandonarsi a un livello più intimo. C'era qualcosa che la
bloccava e la mandava in panico, e si sentiva già abbastanza impietrita con i baci: immaginare di
spingersi oltre la terrorizzava.
In quel momento era certa che, se anche lei lo avesse voluto, Matteo avrebbe dimenticato la
partita, avrebbe scordato di avvertire gli amici e l'avrebbe trascinata in camera sua, ma la verità era che
lei non voleva. Desiderava solo sciogliere quell'abbraccio troppo invadente e scostarsi da quelle labbra
che divoravano fameliche le sue: solo, ignorava come fare senza ferirlo.
Fortunatamente la suoneria del cellulare di Matteo riempì la stanza, e Celine ebbe un pretesto
per staccarsi da lui.
«Mi sa che ti stanno aspettando». Disse, indicando con lo sguardo il telefono che dalla tasca
della giacca sparava a tutto volume l'ultimo successo in voga nelle discoteche.
«Ah, hanno sempre un tempismo perfetto». Disse Matteo un po' seccato, poi, però finalmente
rispose al telefono e si mise la borsa in spalla.
Aidan, sempre nascondendosi, aveva atteso che la ragazza se ne andasse. Non sapeva cosa fare.
Certo era andato lì per verificare cosa stesse accadendo, e avrebbe voluto palesarsi per ricordare a
quella Custode indisciplinata che non si poteva giocare con il proprio elemento e interferire con le
proprietà degli umani, anche se abbandonate, ma poi lo strano comportamento di lei lo aveva bloccato.
Era evidente che non si rendesse neppure conto di cosa aveva fatto e soprattutto che non lo
vedeva. Non lo percepiva neppure, a parte quando come uno sciocco aveva perso la concentrazione e si
era mostrato.
Dopo essersi smaterializzato dall'altro capo della villa, era tornato a spiarla e i suoi sospetti
iniziali erano stati confermati. La ragazza continuava a toccare fiori e piante per sincerarsi che fossero
veri e si guardava attorno sconvolta. La luce che emanava si era assopita ma nonostante tutto era chiaro
che avesse dei poteri legati alla Terra, molto forti, anche se non ne sembrava minimamente
consapevole.
Possibile che fosse una Custode che, a seguito di uno scontro con le schiere di Fàs, era rimasta
ferita e aveva perso alcune facoltà mentali?
Deciso a rintracciarla e tenerla d'occhio, aveva perlustrato il chiostro alla ricerca di un capello o
qualsiasi altra cosa che potesse permettergli di rintracciarla usando i loro sistemi.
Chinandosi tra l'erba, dove la ragazza era stata a lungo in ginocchio, aveva intravisto un
bagliore e scostando i teneri germogli aveva trovato un orecchino. Doveva averlo perso lei, e presto lo
avrebbe scoperto con certezza. Senza perdere altro tempo era tornato di volata alla Divisione.
Brian era ancora davanti alla consolle, ma stavolta lo vide arrivare.
«Allora, hai trovato qualcosa?» Gli chiese scrutandolo.
«Te lo racconterei volentieri, ma vado di corsa. Possiamo dedicare un secondo a rintracciare la
proprietaria di quest'orecchino? Poi andrò dritto da Erskine». Rispose Aidan, sbrigativo.
«Ehi, sono qui ad annoiarmi da tutto il giorno! Almeno potresti raccontarmi qualcosina se vuoi
una mano con il localizzatore». Lo rimbeccò Brian.
«D'accordo, mettiti all'opera visto che sei più bravo, ed io racconto». Rispose Aidan, che aveva
fretta di scoprire chi fosse la misteriosa ragazza.
Così, mentre Brian faceva volare le dita sul tastierino della consolle di localizzazione, Aidan
raccontò lo strano incontro.
«Sembra interessante, chissà cosa dirà Erskine». Rispose mentre attendevano i risultati.
«Sì, beh, è stata un'esperienza singolare. Voglio solo accertarmi di chi possa essere la persona
con cui abbiamo a che fare...» Attaccò Aidan, interrompendosi quando la consolle emise un forte
segnale a indicare che la ricerca era conclusa.
«Bene, vediamo chi è questa misteriosa ragazza». Scherzò Brian.
Il risultato che ne venne fuori fu per loro, se possibile, ancora più sconcertante. Aidan stampò
rapidamente tutto il materiale che lui e Brian avevano raccolto e corse da Erskine. Finalmente la
misteriosa ragazza aveva un nome. Celine Vendramin.
Quando irruppe nuovamente nello studio senza bussare Erskine lo fissò contrariato, ma non
disse nulla attendendo che gli facesse rapporto su quanto aveva scoperto.
Purtroppo sembrava restio a credergli.
«E tu vorresti dirmi che questa Celine, che a quanto vedo dai file che mi hai portato è una
semplice umana, ha sempre vissuto da umana e di cui fino a ieri non sapevamo nulla, sia una Custode?
Come pensi abbia fatto in tutti questi anni a mascherare il suo potere agli umani? Lo sai che di solito il
potere si risveglia molto prima. Hai intenzione di portare un'umana qui dentro con questa scusa?»
Chiese alla fine sospettoso.
Aidan si chiese nuovamente perché Erskine fosse così fissato con questa storia delle ragazze:
certo non era un santo, ma non era stupido e non avrebbe mai messo la sicurezza della Divisione dopo
il suo divertimento personale.
«Maestro» iniziò con deferenza «non m'inventerei certo una cosa del genere. Ti assicuro che la
ragazza che ho visto oggi pomeriggio aveva un potere fortissimo: solo infilando le mani nella terra ha
fatto rifiorire in pochi secondi un giardino arido e secco. La cosa più strabiliante è che invocava la
Terra e la crescita di piante e fiori nella nostra lingua antica e non se ne rendeva nemmeno conto.
Quando ha aperto gli occhi e ha visto il cambiamento era spaventata e sconvolta. Temo per la sua
incolumità, potrebbe pensare di essere impazzita, o farsi notare da qualcuno». Disse con
determinazione, cercando di convincere Erskine.
«C'è stato un attacco mentre eri via e Mavourneen è andata con gli altri. Non ho nessuna risorsa
femminile da mandarle, rimanderemo a domani. Sono certo che una notte in più nella casa in cui ha
sempre vissuto non le farà male». Tentò di rabbonirlo il Maestro.
«E se lo raccontasse a qualcuno? Se si convincesse di essere impazzita e facesse qualche
sciocchezza?» Chiese Aidan con insistenza.
Non sapeva nemmeno lui perché voleva impegolarsi a tutti i costi con questa faccenda. Aidan
non era tipo da incarichi di protezione e accompagnamento, ma quella ragazza aveva suscitato qualcosa
in lui, qualcosa che non era disposto ad ammettere nemmeno con se stesso.
«Aidan, ti lascerò occuparti di questo problema, ma prega per te che sia davvero una di noi,
oppure ti requisirò il talismano e andrai per un mese ad aiutare le tessitrici, mi sono spiegato?»
Domandò Erskine, seccato dalla sua insistenza.
«Certo, Maestro». Si limitò a rispondere Aidan, imboccando la porta prima che Erskine potesse
cambiare idea.
Adesso raggiungere Celine era la sua priorità, e ce l'avrebbe messa tutta per portarla al sicuro.
Sentiva che quella ragazza aveva qualcosa di speciale, e temeva che anche i loro nemici potessero
interessarsi a lei.
Capitolo 4 - Una notte per cambiare
Da quando Matteo aveva chiuso la porta Celine era ancora più tesa. Una volta rimasta sola si
accorse che le ombre in casa le sembravano più nere, e che gli eventi accaduti nel pomeriggio la
terrorizzavano. Con una certa angoscia, si rese conto che la prospettiva della serata a guardare film in
camera con Matteo la spaventava ancora di più.
Si trovò nuovamente a pensare ai suoi baci che si erano fatti più insistenti, e alle sue mani che
scivolavano sempre più spesso oltre il consueto abbraccio, non capendo perché si sentisse così
profondamente a disagio al riguardo. Forse aveva solo paura di spingersi più in là come tutte le
ragazze.
Decise di fare un bagno per rilassarsi, scegliendo i suoi sali preferiti, quelli alla liquirizia: era un
aroma che l'aveva sempre attratta profondamente. Dopo si sarebbe anche concessa una bella camomilla
calda, magari quella al miele e vaniglia, la sua favorita, e si sarebbe messa a letto a leggere sperando
che il sonno sopravvenisse in fretta. Se si fosse fatta trovare addormentata Matteo non l'avrebbe
disturbata e forse, nel momento in cui fosse riuscita a lasciarsi alle spalle le stranezze della giornata
appena trascorsa, avrebbe anche potuto concedergli una serata romantica.
Dopo il bagno indossò il suo pigiama scompagnato, che trovava confortante, mentre in cucina il
pentolino con l'acqua ribolliva come un vulcano: a lei la camomilla piaceva bollente. Spesso, quando
se la portava in camera, ormai la tazza era già a metà. Si mise a sorseggiarla tranquillamente, seduta a
tavola, quando sentì provenire dalla finestra alle sue spalle uno spiffero gelato.
«Maledette finestre vecchie, continuano ad aprirsi! Mi verrà un accidente!» Esclamò, rivolta a
Mercurio, che la aspettava per andare in camera.
Quando si voltò per andare a chiudere i vetri, però, sentì il sangue ghiacciarsi nelle vene.
Aggrappato al davanzale c'era un essere stranissimo. Sembrava fatto di polvere ed emetteva versi
raschianti: non aveva occhi, bocca o naso. Era come una nube di sporco ed emanava malignità. Si
protese verso di lei, quando vi fu un lampo di luce.
Celine si buttò a terra e si coprì il viso, sicura che sarebbe morta. Mercurio, che soffiava come
impazzito, improvvisamente tacque e lei, con il cuore in gola pensò che quella cosa gli avesse fatto del
male. Era terrorizzata, e non osava alzare lo sguardo, quando, con sua enorme sorpresa una voce gentile
le chiese «Stai bene?»
Celine si girò, pronta a scappare ma si fermò impietrita. Di fronte a lei c'era il bellissimo
ragazzo che aveva intravisto quel pomeriggio, solo che ora la sua visione le parlava anche.
«Non mi ringrazi? Penso che il mio tempismo perfetto ti abbia appena salvato la vita, sai?». La
beffeggiò lui.
Celine lo guardava smarrita. Non riusciva ad aprire bocca, l'unico pensiero che le ronzava in
testa era che non poteva essere vero. Lo sconosciuto ora sembrava vestito con abiti normali: portava un
paio di anfibi neri, dei jeans e un maglione a collo alto bianco. Continuava a fissarla, quasi divertito,
poi pensò al suo abbigliamento e immediatamente diventò rossa dalla vergogna. Lo sconosciuto le
parlò di nuovo.
«Non stai impazzendo, sono qui per davvero. Mi chiamo Aidan, e voglio aiutarti». Disse la sua
visione, sorridendo incoraggiante.
Celine si decise a rispondere. Giacché era impazzita, tanto valeva godersi la compagnia.
«Sono Celine, ma non capisco perché sto parlando con una visione, o perché io abbia
improvvisamente iniziato a impazzire e vedere grosse palle di polvere che vogliono aggredirmi.
Dev'essere la punizione estrema per il mio disordine». Disse, senza accorgersi che stava parlando a
macchinetta.
«Beh, di complimenti ne ho ricevuti molti, ma addirittura essere definito una visione non mi era
mai capitato». Rispose il ragazzo, strizzandole l'occhio con fare malizioso.
Vedendo che lei lo guardava sconcertata senza proferire parola riprese a parlare «Tu non sei
pazza Celine, io ci sono. Sto parlando con te. Non lo stai immaginando e, se vuoi, puoi toccarmi». Così
dicendo allungò una mano verso di lei, come per presentarsi.
Celine d'impulso la strinse. Sarebbe dovuta essere spaventata a morte all'idea di parlare con un
ragazzo che sembrava spuntato dal nulla nella cucina della madre di Matteo, ma l'attrazione che le
suscitava la spingeva a fidarsi. Mercurio era stranamente tranquillo, e teneva lo sguardo fisso sullo
sconosciuto senza muoversi.
A quanto pareva la sua visione era corporea. Involontariamente arrossì di nuovo, come se non
avesse mai stretto la mano a nessuno in vita sua.
«Aidan, hai detto?» Domandò incerta sulla pronuncia.
«Sì, Celine». Rispose il ragazzo sorridendo.
Com'era strano sentire un brivido solo perché questo sconosciuto pronunciava il suo nome.
«Che nome strano». Asserì Celine.
«Strano no, per la nostra gente è un nome comunissimo. Vuol dire "preziosa fiamma", e nel mio
caso è più che azzeccato poiché il mio elemento è il Fuoco».
Per dare più peso alle sue parole estrasse da una sacca appesa in vita un piccolo oggetto di
forma sferica, che stava nel palmo di una mano, al cui interno sembrava splendesse un piccolo sole.
«Questo è il mio talismano. Si chiama Ashe, e mi aiuta a evocare il potere del fuoco, Al suo
interno vi è una parte infinitesimale dello Spirito Antico del Fuoco. Sulla mia nuca, invece, sotto
l'attaccatura dei capelli, puoi vedere il mio tatuaggio».
Con lentezza si raccolse i capelli, e Celine poté vedere un piccolo triangolo con la punta verso
l'alto proprio al centro della sua nuca.
Aidan continuò «Il tatuaggio ci viene fatto con degli inchiostri particolari, che contengono
anch'essi della polvere appartenente allo Spirito dell'elemento che ci contraddistingue. Nel mio caso il
Fuoco».
Celine era stranita «Ma tu chi sei, e perché mi dici tutto questo? Cos'era quell'essere?» Chiese,
ancora turbata.
«Sono venuto a cercarti perché oggi hai evocato il potere della Terra. Hai fatto rifiorire un
giardino che era completamente morto e, a quanto pare, non ne sei minimamente consapevole». Iniziò,
guardandola fissa negli occhi «Non posso farti una colpa di aver usato il tuo potere per uno scopo
personale. Noi non possiamo interferire con il mondo che ci circonda o modificarne la natura, ma nel
tuo caso mi rendo conto che non hai la minima percezione di che cos'hai fatto». Disse, facendole
l'occhiolino di nuovo.
Celine continuava a fissarlo sconcertata, in silenzio.
«Meno male che ho deciso di venire subito. A quanto pare, qualcun altro era già stato
incuriosito da te». Proseguì Aidan, come fosse tutto uno scherzo, quasi come fosse normale vedersi
apparire la gente in casa, o temere di essere attaccati da cose che non esistono.
«Io non ho fatto niente, sei stato tu! Ti ho visto apparire oggi, e ora vuoi farmi impazzire!»
Scattò Celine.
«Celine, io non voglio farti impazzire. Desidero aiutarti a comprendere il tuo potere e a
ricongiungerti con la tua gente. Potresti anche fare del male a qualcuno per errore. Potresti, per sbaglio,
evocare i tuoi poteri davanti a molte persone e, se qualcuna di quelle creature tornasse a cercarti,
potresti nuocere alle persone che ti circondano. La cosa non dev'essere scoperta: gli inops non devono
sapere del nostro mondo e della nostra esistenza, né di quella delle creature del Vuoto». Disse Aidan,
cercando di tranquillizzarla.
"Che parola assurda" pensò Celine «Chi sono gli inops?» Domandò, di nuovo incerta sulla
pronuncia.
«Sono le persone senza poteri, senza mezzi per combattere il Vuoto, in parole povere i semplici
umani; noi Guardiani degli Elementi esistiamo per proteggere e preservare l'umanità dai loro attacchi».
Rispose Aidan, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Tutto questo non ha senso. Fino a ieri ero una persona normale, ora sono una specie di
mostro?» Chiese indicando se stessa.
«Tu non sei un mostro, sei speciale. Sei molto più di quello che credi, ed io posso aiutarti a
trovare il tuo mondo. Tra parentesi, posso chiederti cos'è questa tua fissazione per gli abiti extralarge?»
Domandò Aidan con espressione ironica «anche oggi avevi dei vestiti enormi». Asserì, indicandola.
«Mi prendi in giro?» Disse Celine con indignazione.
«Tu non ti vedi?» Chiese indicandola con gli occhi sbarrati, quasi scioccato.
«Non sono cieca, se è questo che intendi. Mi vedo benissimo, e questi vestiti sono giusti per
me». Rispose Celine, stizzita.
«No, non lo sono. Questa è la percezione che dai di te agli altri. Il problema, se non ti vedi, è
che questa nostra autodifesa personale per te non è solo una distorsione da usare contro gli umani, ma è
la percezione stessa che hai di te». Rispose Aidan tranquillo.
Celine si sentiva bombardata, incapace di credere davvero a ciò che stava accadendo.
«Come hai fatto a trovarmi? E chi mi dice che non sei con quella cosa?» Domandò cambiando
argomento.
La discussione sul suo aspetto l'aveva totalmente sconvolta, e non le andava di soffermarcisi
ulteriormente.
«Sono tornato al giardino nel chiostro, ma tu ovviamente non c'eri più. Allora ti ho localizzata,
utilizzando un orecchino che hai fortunatamente perso. Alla Divisione abbiamo potenti sistemi per
svariati scopi, e il mio combaist mi ha aiutato a trovare più rapidamente l'indirizzo tra questo dedalo di
stradine che è Venezia». Così dicendo, tirò fuori da una tasca un oggetto che poteva sembrare una
bussola, ma che al posto delle direzioni riportava delle parole per Celine incomprensibili. In basso c'era
un piccolo display che segnava lo zero, quindi immaginò fosse un rilevatore della distanza che lo
separava dall'obiettivo.
«Ascolta, so che tutto questo ti sembrerà assurdo. Ma devi credermi, ti ho appena salvato la
vita. Quegli esseri torneranno a cercarti: ti prego, vieni con me alla nostra Divisione. Potrai conoscere
altri di noi, vedere con i tuoi occhi...»
In quel momento si aprì la porta, ed entrò in casa Matteo.
«Celine, sei sveglia?» Domandò dall'ingresso.
«Fallo andare a letto, noi continueremo a parlare dopo». Disse Aidan tranquillamente.
«Pensi davvero che andrà a letto? Secondo te, vedendo uno sconosciuto nella cucina di casa
sua, se ne andrà a dormire tranquillamente come se niente fosse?» Chiese Celine seccata.
Matteo entrò in cucina.
«Celine, ma con chi stavi parlando?» Chiese stupito.
«Con lui». Disse Celine, indicando Aidan sulla sedia.
Matteo si guardò attorno con aria confusa.
«Celine non scherzare, non è divertente. Ci siamo solo io, te, il gatto e una notevole quantità di
cenere sulla sedia». Disse Matteo, indicando la sedia su cui Celine vedeva chiaramente seduto Aidan.
«Cos'hai fatto, Celine? Hai tentato di appiccare il fuoco alla casa?» Scherzò, avvicinandosi
Matteo.
Mercurio fece quello che avrebbe volentieri messo in pratica anche lei, scappò verso la sua
stanza da letto come un fulmine. Matteo invece le si piazzò di fronte, stringendola tra le braccia, e la
baciò.
Anche se Aidan era invisibile agli occhi di Matteo, Dio solo sapeva come, lei sentiva i suoi
occhi blu trapassarle la schiena, e avvertì un profondo fastidio all'idea che Matteo la stesse baciando
davanti a lui. Non riusciva a spiegarsi le sensazioni che la scombussolavano così tanto da quando
questo ragazzo era entrato nella sua vita.
Si divincolò.
«Non sto scherzando!» Esclamò scattando.
«Celine, qui non c'è nessuno. Stai avendo un attacco isterico per colpa del licenziamento?»
Domandò pacatamente Matteo.
Celine si girò implorante verso Aidan.
«Perché non ti vede?» Chiese, disperata.
«Perché sono protetto dal mio potere, e posso scegliere a chi mostrarmi. Noi non abbiamo quasi
mai contatti diretti con gli umani e, quando li abbiamo, proiettiamo una differente immagine di noi e
poi ripuliamo loro la memoria». Rispose Aidan, glaciale.
Matteo la stava già tirando per un braccio.
«Celine, adesso vieni a letto e ti rilassi. Altrimenti chiamo mia madre. Potrei chiederle di
mandarci la guardia medica con dei tranquillanti». Disse, in un modo che le sembrava tanto una
minaccia.
Celine guardò Aidan implorante.
«Ti prego, aiutami!» Urlò disperata.
Qualcosa cambiò nello sguardo di Aidan, e Celine pensò che stesse per scomparire, ma con sua
sorpresa si decise a parlare.
«Non è matta, solo che tu non potevi vedermi». Disse, alzandosi in piedi.
Matteo fece un salto fin quasi al soffitto.
«Oddio! Tu chi sei, e cosa ci fai in casa mia?!» Chiese indietreggiando.
«Io sono venuto ad aiutare Celine. Lei è diversa da tutto ciò che voi pensate, e ha bisogno di
spiegazioni. Sono venuto a prenderla per portarla alla nostra Divisione». Spiegò pacatamente Aidan.
«Tu Celine non la porti da nessuna parte! Hai usato delle droghe per farci questo?!» Lo aggredì
Matteo.
Aidan sbuffò.
«Io non uso droghe, ho dei poteri, inops! Celine, prendi quella pianta rinsecchita sul davanzale e
mostra al tuo amichetto qui cosa sai fare». Disse, imperioso.
«Io non so se sono in grado di fare ...» Abbozzò Celine.
«Tu sei in grado di fare molto di più. Prendi quel vaso e concentrati». Le intimò Aidan.
Così Celine, davanti ai due ragazzi, infilò le dita nel vaso dei gerani che la mamma di Matteo
puntualmente scordava di annaffiare e, tutto a un tratto, non sapendo nemmeno da dove le venissero
quelle parole, iniziò a cantare.
«Gun duilleag frém fraue bl?tu blàthan duillean fraueyn».
La pianta prese vita e, anche se aveva gli occhi chiusi, Celine sentì le radici che si muovevano
tra le sue dita, e avvertì il calore della luce bianca che irradiava sulla pianta, percependo la linfa vitale
scorrere nei gambi. Seppe anche quando fermarsi, sempre senza guardare.
Quando aprì gli occhi, la pianta aveva i fiori completamente sbocciati e Matteo la guardava
allibito, mentre sembrava quasi che Aidan la guardasse con venerazione.
Doveva togliersi dalla testa quelle fantasie. Quel ragazzo voleva solo evitare che si mettesse a
fare magie involontarie davanti alla gente. Probabilmente le avrebbe fatto fare un lavaggio del cervello,
e all'indomani non si sarebbe ricordata più nulla di tutto questo. Tuttavia non riusciva lo stesso a
reprimere un brivido ogni volta che incontrava i suoi occhi.
«Dovresti aprire un negozio di fiori, Celine». Disse Matteo.
Aidan lo guardò quasi con disprezzo.
«Dovresti tenere la bocca chiusa sulle cose che non sai. Poco fa la tua ragazza è stata quasi
uccisa».
Celine li interruppe.
«Basta così!» Esclamò, poi si girò verso Matteo.
«Io devo andare. Ho bisogno di saperne di più, non posso fingere che tutto questo non stia
accadendo». Disse decisa.
Matteo la strattonò per un braccio.
«Sei forse impazzita? Dove pensi di andare con questo tizio?» Le chiese, con voce inasprita
dalla rabbia.
Aidan le tolse di dosso il braccio di Matteo in un secondo, gli occhi che ardevano.
«Hai una propensione a strattonare la gente che non mi piace per niente. Lei ha detto che vuole
venire, e se lo desideri, verrai anche tu. Ma Celine deve conoscere la verità, e ti consiglio di tenere
conto del fatto che è stata appena attaccata da una creatura che voleva farle del male». Disse, con uno
sguardo glaciale, sfidando Matteo a controbattere. Vedendo che l'altro taceva continuò.
«Bene, ora che abbiamo deciso, ci serve un passaggio. Devo fare una telefonata». Concluse,
prendendo un cellulare da una tasca.
Dall'altra parte qualcuno rispose immediatamente, anche se Celine poteva sentire solo ciò che
diceva Aidan.
«Mavi, ho avuto un imprevisto. Devi venirci a recuperare fuori Venezia. Arriveremo lì a piedi:
trovami con il combaist alle coordinate che t'invio, se necessario». Lo sentì dire risoluto, senza
nemmeno aspettare una risposta.
Dopo aver lasciato un biglietto alla madre di Matteo, nel quale la informavano che uscivano e
che rincasando non li avrebbe trovati, Celine si cambiò, e poi lei e Matteo seguirono Aidan per le strade
di Venezia.
Quando arrivarono ai parcheggi sul limitare della città, trovarono ad attenderli una ragazza in
macchina. Era bellissima, e Celine pensò immediatamente che fosse la ragazza di Aidan.
Lui le sorrise.
«Ben arrivata, piuthar». Disse dolcemente.
«Si chiama Piuthar?» Chiese stranito Matteo.
La ragazza lo guardò con aria divertita.
«No, mi chiamo Mavourneen, ma puoi chiamarmi Mavi». E poi rivolta a Aidan «Chi hai
raccolto? Ti lascio un attimo solo e trovi sempre un guaio in cui cacciarti? Ad ogni modo, salite».
Ordinò senza attendere risposta.
Celine salì dietro e, con sua grande sorpresa, notò che Aidan si era seduto dietro con lei, non
lasciando altra scelta a Matteo se non quella di stare davanti con Mavi.
Durante il viaggio Matteo continuava a blaterare, e Celine avrebbe voluto che stesse zitto:
faceva un sacco di domande imbarazzanti alle quali solo Mavi rispondeva, mentre Aidan sembrava non
ascoltarlo neppure. Stava con lo sguardo perso nel vuoto e si teneva le braccia strette intorno al busto
quasi con forza, sembrando tesissimo. Lei non poteva fare a meno di fissarne il profilo bellissimo, ma
codarda com'era, lo faceva da dietro i capelli, tenendo la testa piegata in avanti, in modo che le
coprissero il viso.
Il risultato fu che quando arrivarono dentro il garage sotterraneo non aveva idea di dove fossero
né di come ci fossero arrivati. Scendendo dalla macchina, la prima cosa che notò fu l'abbigliamento di
Mavi, e si sentì morire dall'imbarazzo per come doveva apparirle lei.
Ora che la vedeva a figura intera poteva notare che Mavi era alta quasi quanto Aidan, che i suoi
capelli erano castani e folti, lunghi fino alle spalle e andavano a incorniciare un volto perfetto. Aveva
degli occhi verdissimi, le labbra carnose e un corpo da favola. Era magrissima, quasi androgina, ma
risultava lo stesso femminile: vestiva con dei pantaloni neri di pelle attillatissimi infilati dentro ad
anfibi con tacchi a spillo. In vita portava un cinturone al quale era agganciato un talismano come quello
di Aidan, solo che all'interno del suo sembrava si muovessero delle nubi e ogni tanto saettavano dei
piccoli lampi. La camicia, anch'essa nera, era stretta in vita e si allacciava tipo corsetto sotto il seno
minuto, la parte superiore costituita da velo bianco, anche se a Celine sembrava un tessuto che non
aveva mai visto poiché era coprente e a seconda della luce mandava dei bagliori. Per finire aveva un
lungo mantello nero con il rivestimento dello stesso velo della camicia e il cappuccio.
«Ora chi lo racconta a Erskine di questa bella visita a sorpresa, e soprattutto chi sono loro?»
Domandò Mavi rivolta ad Aidan.
«Vado io dal Maestro con lei, tu porta lui a fare un giro. Controlla che non vada dove non deve.
Lei è attesa da Erskine, non so se te ne ha già parlato. Si tratta della ragazza che ho scoperto oggi a
evocare i poteri della Terra». Rispose Aidan.
A queste parole Mavi la fissò.
«Ma non è una di noi!» Esclamò indicandola.
«Lei è una di noi, solo che non lo sa. Stasera l'ha attaccata un alleato di Fàs, un incorporeo per
la precisione. Lei non percepiva una sensazione di malessere come tutti gli umani, cui semplicemente
succhiano le emozioni: lei poteva vederlo. Ora, se ci vuoi scusare, vado dal Maestro». Terminò Aidan
in malo modo.
Celine si sentì mortificata per la sua ragazza, non trovando corretto che la trattasse in quel
modo.
Aidan la indirizzò verso una porta, ma Matteo gli piombò dietro come un falco.
«Scusa, ma dove credi di andare con Celine senza di me?» Chiese, strattonandolo per un
braccio.
«Senti Matteo, di solito le persone non cercano di trattenermi o strattonarmi, quindi la prossima
volta, se ci tieni alla mano, evita di toccarmi. In ogni caso tu non dovresti nemmeno essere qui, e non
verrai con noi».
La voce di Aidan adesso tradiva collera, mentre faceva un cenno con la testa alla sua ragazza.
«Mavi, occupati di lui». Le ordinò, trascinando Celine dietro ad una porta che si chiuse alle loro
spalle con uno scatto secco.
Celine aveva paura di parlare. Erano in un corridoio di pietra, e si ostinava a non guardarsi
intorno spaventata da ciò che avrebbe potuto vedere. Stranamente la luce non sembrava la classica
illuminazione artificiale. Aidan dava l'idea di essere di pessimo umore per doversi occupare di
"questa faccenda" con lei, e Celine temeva che rivolgergli la parola non fosse una grande idea. Alla
fine fu lui a rompere il silenzio.
«Senti, mi dispiace per il modo in cui ho trattato il tuo ragazzo». Disse, pronunciando la parola
"ragazzo" con asprezza.
«Mi da fastidio che la gente mi metta le mani addosso, specialmente se non la conosco
nemmeno, ma ti chiedo scusa se ti ho infastidita». Terminò ammorbidendo il tono della voce.
Celine lo guardò perplessa, rendendosi conto che non stava minimamente pensando a Matteo.
Era talmente confusa da non ragionare più coerentemente, ma non fece in tempo a rispondere che si
trovarono di fronte a una porta, e lui riprese a parlare.
«Ascolta Celine, il Maestro Erskine può sembrare burbero, e a volte lo è, ma è una persona con
una grandissima conoscenza di tutto ciò che siamo, e sicuramente saprà indicarci il modo migliore per
aiutarti». Disse rassicurante.
Celine non poté fare altro che annuire. In fondo era andata lì di sua volontà, e di certo ora non
poteva dire che non le andava o scappare a gambe levate.
Quando entrarono nella stanza, non riuscì a fare a meno di guardarsi attorno, ma all'interno
l'illuminazione proveniva solo da una stranissima luce da tavolo e non si vedeva molto.
C'era una scrivania massiccia dietro la quale stava un uomo altrettanto imponente, con capelli
nerissimi a spazzola e occhi color carbone inquisitori, vestito con un completo bianco che Celine non
riusciva a classificare. Non sapeva dire se fosse qualcosa tipo un pigiama o una "tuta da casa". L'uomo
si alzò in piedi quando Aidan si chiuse la porta alle spalle.
«Benvenuta Celine, io sono Erskine e sono a capo di questa Divisione». Disse presentandosi.
«Accomodiamoci sul divano, parleremo meglio. Aidan, immagino che vorrai restare a darci una
mano».
Detto questo si spostò, e automaticamente si accese un'altra lampada altrettanto strana che era
posata sul tavolino da caffè. Si accomodò, invitando Celine con un cenno a fare altrettanto.
«Ti avevo detto che non volevo inops qui dentro, cosa ci fa qui quel ragazzo?» Domandò
rivolto ad Aidan, in tono severo.
Aidan fece al Maestro un riassunto di com'erano andate le cose, lui però non sembrava contento
lo stesso.
«Il problema è che ora lui sa che lei è qui, e tornerà a cercarla e ricercarla...»
«Aspettate!» Esclamò Celine, interrompendo Erskine e guadagnandosi un'occhiataccia.
«Matteo non è un problema, lo conosco da diversi anni. Quando sono morti i miei genitori
adottivi la signora Sartor, sua madre, mi ha accolto in casa sua come una figlia. Lui non direbbe nulla
di tutto questo in giro». Si affannò a difenderlo.
Celine notò che Aidan stringeva nuovamente le mani a pugno, come aveva fatto in macchina, e
si chiese quale fosse l'origine di quel gesto. Si domandava se ne fosse lei la causa, irritandolo
enormemente ogni volta che apriva bocca.
«Mia cara, anche se pensasse di raccontare qualcosa a qualcuno, lo rinchiuderebbero in
manicomio. È il minore dei problemi, il fatto che lui parli o meno». Le disse poi con tono tagliente.
Celine si sentì quasi schiaffeggiata da quel commento condiscendente. Aidan non le aveva
ancora mai parlato con quel tono sprezzate. Erskine però interruppe le sue riflessioni.
«Celine, devo farti un paio di domande, se sarai così gentile da rispondere». Disse con cortesia.
"Come se avessi un'altra scelta" pensò, invece disse «Certo, sarò felice di rispondere».
Il Maestro riprese l'interrogatorio piantando gli occhi nei suoi.
«Molto bene. So già cos'è accaduto oggi pomeriggio. Quello che voglio sapere è se fosse mai
successo prima, e soprattutto chi erano i tuoi genitori». Disse, accomodandosi meglio sulla poltrona.
Celine si prese un attimo per rispondere: ripensare ai suoi genitori le faceva ancora molto male,
e quando parlò, la sua voce non era ferma.
«Non era mai accaduto prima. Oggi, in seguito a un forte stress, mi sentivo come se mi stesse
esplodendo la testa. Sentivo una grandissima energia, e ho deciso di recarmi in quella che era la mia
casa di famiglia per stare sola. Una volta lì, la desolazione di quel posto tanto amato da mia madre mi
ha turbato ed ho sentito il bisogno di infilare le mani nella terra. Il resto è molto confuso». Tentò di
spiegare.
«I tuoi genitori avevano dei poteri? Si nascondevano per qualche motivo?» Chiese Erskine con
sguardo inquisitore.
«I miei genitori erano i proprietari della villa, due persone non più giovanissime» iniziò Celine
«Non sono, però, la loro figlia naturale. Mi hanno adottato in un istituto e non ho mai conosciuto i miei
veri genitori. So però che il nome che porto è quello che mi avevano dato loro. Purtroppo i Vendramin
sono morti da pochi mesi a seguito di un incidente in barca, e mio padre era sempre stato restio a darmi
informazioni sulla mia famiglia d'origine. Mia madre, però, dopo il mio diciottesimo compleanno
aveva deciso di dirmi qualcosa, e invece sono morti improvvisamente. Se non mi avesse accolto in casa
la madre di Matteo sarei rimasta completamente sola». Riassunse Celine cercando di non perdersi in
chiacchiere inutili.
Il maestro la fissò mettendo alla prova il suo sguardo.
«E' un bene che tu non sia rimasta in un istituto, e che ti abbiano adottato loro, altrimenti saresti
stata troppo esposta a numerose persone. E' strano da dirsi, vista la tua età avanzata, ma pare che tu
abbia appena avuto il tuo risveglio». Disse Erskine, suscitandole ancora più confusione.
Celine non capiva di cosa stesse parlando, ed evidentemente il Maestro colse la sua espressione
stupita perché riprese.
«Ognuno di noi, sin dall'età infantile, avverte qual è l'elemento con cui ha maggior affinità e
inizia ad avere degli involontari episodi di evocazione dello stesso. Logicamente i nostri figli non si
stupiscono di questo, vengono già educati sin da bambini nelle nostre scuole e non vedono l'ora di
scoprire quale sarà il loro elemento e di ricevere il loro marchio. Successivamente, a seconda della
predisposizione personale e di quanta forza ha il loro potere, decidono se diventare curatori, pozionisti,
tessitori, alchimisti e via dicendo, oppure laoich, guerrieri, proprio come noi. Ognuno ha una propria
strada, e ora mia cara ti aiuteremo a trovare la tua».
Si fermò per vedere se lei avesse qualcosa da dire, ma Celine era troppo confusa per porre altre
domande. Temeva una confusione ancor maggiore.
«Aidan mi ha detto che il tuo potere, pur non essendo stata educata, è spontaneo e molto forte.
Vista la tua evocazione di oggi, e per di più senza alcun talismano, penso che ci troviamo davanti ad
una nuova laoch: solo quelli con i poteri più forti possono avere l'onore di entrare a far parte dei
Guardiani degli Elementi». Disse Erskine, guardandola serio.
«C'è un'altra cosa» intervenne Aidan inserendosi nel discorso «lei non si vede, insomma pare
abbia usato inconsciamente una delle nostre distorsioni agli occhi degli umani per risultare anonima,
ma l'ha proiettata anche su se stessa».
Erskine rise.
«Ah, questo spiega il suo abbigliamento bizzarro. Bene, un'altra cosa da imparare, mia cara. Per
stanotte ti fermerai qui, giacché non sarebbe carino farti piombare alla villa a quest'ora, poi da domani
ti trasferirai alla Sede di Morwenna. Ti piacerà. Lì potrai allenare i tuoi poteri e scoprire te stessa».
Disse bonario, prima di rabbuiarsi «sia ben chiaro, il tuo amico potrà venirti a trovare di tanto in tanto,
ma non potrà per alcun motivo restare. T‘invito ad andare a riposare ora e di metterlo a parte di questa
cosa non prima di domattina. Stanno riposando tutti qui, e non gradisco scenate notturne. Domani
troveremo qualcuno che possa accompagnarti e dedicarti del tempo». Concluse, invitandoli a lasciare la
stanza.
Celine assentì in silenzio, la stanchezza che incominciava a farsi sentire. Aveva molte domande
da porre, ma nel momento in cui stava per parlare, Aidan le sfiorò delicatamente il braccio. Il suo tocco
le provocò un brivido, disorientandola: non capiva queste sensazioni assurde.
«Celine, puoi aspettare un attimo fuori dalla porta? Devo dire una cosa al Maestro, ti
raggiungerò subito».
Una volta uscita dalla stanza, Celine si guardò intorno. Il corridoio sembrava scavato nella
pietra e c'erano un sacco di porte. Il silenzio era totale, non si sentivano provenire nemmeno rumori
dall'esterno. A intervalli regolari, fissate ai muri, c'erano delle applique. Avvicinandosi a una di esse si
rese conto che sembravano delle piccole sfere di fuoco, tipo il talismano di Aidan, solo che non
sembrava esserci nulla ad alimentarne la fiamma. Come se quella piccola porzione di fuoco fosse
intrappolata in quella boccia di vetro. Comprese dunque perché le luci nello studio del maestro le
fossero sembrate tanto strane.
Celine era curiosa, si chiese cosa dovesse dire Aidan a Erskine e soprattutto per quanto tempo
sarebbe dovuta restare in piedi in quel corridoio. Era una persona paziente e non le dispiaceva
aspettare, ma non si sentiva a suo agio in quel luogo sconosciuto.
Fortunatamente non attese a lungo, perché pochi minuti dopo sentì la porta aprirsi di nuovo, e si
voltò. Aidan se l'era chiusa alle spalle e si era avvicinato, con un'espressione strana dalla quale Celine
non riusciva a capire se fosse seccato, stanco o se invece fosse lei a immaginarsi tutto. Era teso, eppure
con voce forzatamente allegra disse «Dai, andiamo a cercare Mavi e Matteo, così potrete dormire».
Mentre camminavano, Celine decise che era il momento di fare un po' di domande.
«E' da quando eravamo a casa che voglio chiederti una cosa. Come mai stasera Matteo non ti
vedeva, mentre per me eri sempre seduto sulla sedia?»
«In realtà, se ben ti ricordi, oggi pomeriggio nemmeno tu mi vedevi, a parte quando mi sono
mostrato per sbaglio. Si vede che i tuoi poteri durante la giornata si sono rafforzati. Matteo, essendo un
umano, non mi poteva vedere. Usando il mio elemento, il Fuoco, posso risultare come cenere o altro, a
seconda della situazione, e mimetizzarmi. E' una forma di difesa dagli umani e dai nostri nemici,
imparerai anche tu». Rispose esaustivo.
Celine, approfittando del fatto che Aidan sembrava ben disposto a soddisfare le sue curiosità,
decise di indagare ancora.
«Non mi hai spiegato cosa ci faceva quell'essere in casa mia. Cosa fate, o cosa siete». Si
lamentò, avida d'informazioni.
Lui si fermò di punto in bianco.
«Entriamo qui, o sveglieremo tutti parlando in corridoio». Disse indicando una porta.
Celine lo seguì senza obiezioni. Appena aprirono la porta, le luci ai muri si accesero,
rischiarando quello che sembrava un piccolo salotto. Aidan si sedette sul divano e lei prese
istintivamente posto accanto a lui, non capendo come mai si sentisse come una falena che ronza intorno
a una luce. Forse era il suo bisogno di sapere qualcosa in più, ma iniziando a parlare, Aidan interruppe i
suoi pensieri.
«Cercherò di essere breve. Non posso farti una lezione di storia sulle nostre origini in piena
notte, ma ti dirò quanto basta per chiarirti le idee».
La guardò aspettando che lei assentisse e continuò.
«Molti secoli fa tutti e Cinque gli Spiriti degli Elementi e le Due maggiori Forze Cosmiche,
Odio e Amore, erano riuniti in un tutto omogeneo, lo Sfero, il regno dove predomina l'Amore. A un
certo punto, sotto l'azione dell'Odio, iniziò una progressiva separazione degli Elementi, e fu così che
essi si divisero per andare ai quattro lati del Mondo: Nord, Sud, Ovest, Est. Il Quinto Elemento, il
Vuoto, si collocò al Centro della Terra pronto ad assorbire tutte le cose che non dovevano essere.
L'azione dell'Odio non era ancora distruttiva, fintanto che gli si opponeva la forza dell'Amore, in un
equilibrio alternato che determinava la nascita e la morte delle cose, riflettendosi in modo equo sul
nostro mondo».
Aidan s'interruppe.
«Fin qui mi segui?» Chiese, per essere certo che lei non perdesse pezzi importanti.
Celine era rapita. Quando parlava di queste cose, Aidan sembrava sereno e a suo agio. Assentì
semplicemente, non volendo fare domande che potessero interrompere il racconto, e quindi Aidan
proseguì.
«Gli Spiriti degli Elementi fondarono ai quattro lati del mondo i loro regni, invisibili agli
umani, dove ogni elemento animò il suo popolo: a Sud i Custodi del Fuoco, a Nord i Sorveglianti
dell'Aria, a Ovest i Guardiani della Terra, a Est i Protettori dell'Acqua ed al Centro della Terra prese
posto il Vuoto con i suoi Padroni delle Ombre. Ognuna di queste forze tentava disperatamente di tenere
l'Odio sotto controllo, spedendo tutte le cose che non dovevano essere al Centro della Terra, in
custodia ai Padroni delle Ombre. L'equilibrio venne per qualche tempo ristabilito, ma l'Odio, a un
certo punto, prese il sopravvento sull'Amore e ne annullò l'influenza: fu così che si giunse al Caos. Il
Vuoto, ormai saturo della corruzione dell'umanità, parlò con gli altri Spiriti, suoi fratelli e sorelle, e
disse che il mondo non aveva motivo di esistere così com'era, che l'umanità era tutta corrotta e
selvaggia e andava distrutta. Voleva annientare tutta l'umanità e prendere il dominio della Terra,
generando una nuova razza, a sua immagine e somiglianza. Tentò di convincere gli altri Spiriti che in
quel luogo tutto sarebbe stato prospero e senza prevaricazioni, ma loro si opposero. L'equilibrio non
poteva essere stravolto, loro dovevano mediare ai mali della Terra senza però influire sul libero arbitrio
o porre fine all'umanità, altrimenti avrebbero interrotto il processo ciclico perpetuo. Lo spirito del
Vuoto però non voleva desistere dal mettere in atto i suoi piani, e per quel motivo gli altri Spiriti furono
costretti a intrappolarlo. Il loro sforzo fu pagato a caro prezzo: la magia che avevano usato si rivoltò in
breve contro di loro intrappolandoli nelle profondità dei loro stessi Regni sulla Terra».
Aidan s'interruppe nuovamente, e socchiuse gli occhi per riordinare le idee, mentre Celine lo
guardava impaziente. Quando lui aprì gli occhi, lo incoraggiò con un sorriso.
«Vai avanti». Disse coinvolta.
«Gli Spiriti erano consapevoli che entro breve sarebbero stati intrappolati a loro volta, e quello
fu il motivo che li spinse a decidere di coinvolgere la razza umana, scegliendo tra i migliori. Si
rivelarono alle famiglie che vivevano in quella che oggi è ancora la nostra città Capitale, ma che non
esiste sulle cartine del mondo umano». Precisò.
«Essi scelsero quelle persone poiché in quel luogo regnava l'armonia tra tutte le cose, e fu così
che i nostri antenati conobbero Talamh, lo Spirito della Terra, Te?net, lo Spirito del Fuoco, Uisge, lo
Spirito dell'Acqua e Adhar, lo Spirito dell'Aria».
Celine era colpita dal modo, così solenne, in cui Aidan pronunciava quei nomi: quella strana
lingua, parlata da lui, sembrava un sussurro segreto.
«Gli Spiriti raccontarono ai nostri antenati che il mondo andava risanato poiché si era giunti al
Caos. Narrarono loro del sacrificio che avevano dovuto fare per imprigionare lo Spirito di Fàs, Signore
del Vuoto, e che presto anche loro sarebbero stati imprigionati. Li resero partecipi della loro scelta:
selezionare la loro stirpe tra gli umani per sistemare l'equilibrio nel mondo, dove loro, esseri superiori,
avevano fallito. Spiegarono ai nostri antenati che trasformarli in una nuova stirpe capace di attingere al
potere degli elementi gli sembrava l'unica possibilità rimasta. Dissero loro che avrebbero dovuto
portare solidità dove vi era distruzione, acqua dove vi erano terre aride, abbondanza sulle regioni
ricoperte dai ghiacci, ma soprattutto che dovevano vivere in pace con gli umani aiutandoli ad arginare
le loro debolezze, senza mai interferire con il libero arbitrio e conducendo una vita separata dalla loro.
Mai un Custode degli Elementi si sarebbe potuto mischiare con un inops, un umano senza vista e privo
di poteri. Crearono il palazzo dalle quattro torri, dove erano custodite le Armi Sacre che un giorno
sarebbero dovute essere utilizzate dai Clann na solus, i Figli della Luce, per distruggere
definitivamente il Vuoto. Quando i nostri antenati domandarono agli Spiriti perché non potevano
utilizzare immediatamente le armi, gli fu enunciata la Profezia».
Aidan prese un libro dall'aria antichissima, e lo porse a Celine indicandole dove leggere.
Il testo recitava le seguenti parole:
"La virtù di usare le Quattro Armi Sacre andrà guadagnata con il sacrificio e la perseveranza.
Noi tramuteremo ognuno di voi in un Custode degli Elementi in grado di comandare un solo elemento,
e così saranno i vostri figli e i figli dei loro figli, ma un giorno, quando la razza giungerà quasi allo
stremo nella guerra con le forze del Vuoto, nasceranno tra di voi i Prescelti. Voi, evoluzione degli
umani, più forti e più puri, pagherete la corruzione della razza con il pegno del sacrificio e della
perseveranza, senza ulteriori interventi esterni, fino a risanare il debito dell'umanità. Quando il debito
sarà saldato, tra di voi nasceranno i Figli della luce, e li riconoscerete immediatamente. Sulla loro
pelle saranno impressi i nostri marchi: per diritto di nascita, essi sapranno governare a loro
piacimento tutti e quattro gli elementi e saranno destinati a diventare compagni eterni. Solo loro
saranno in grado di usare l'Arco di Fuoco Distruttore, lo Specchio d'Acqua Purificatore, la Falce del
Destino della Terra e la Lama d'Aria Purificatrice. Tramite quelle Armi Sacre ci risveglieranno e
potranno reclamare il quinto dono, lo Scettro del Vuoto. Quando entrambi i Prescelti impugneranno lo
Scettro, libereranno il Vuoto dalla sua prigione risucchiandolo ed eliminando il regno della discordia
e della dissoluzione dalla Terra. Solo a quel punto il ciclo perpetuo potrà riprendere, grazie all'amore
dei prescelti, che porterà l'umanità di nuovo nella posizione intermedia in cui le due forze cosmiche
saranno in equilibrio e daranno vita al nuovo mondo. I Clann na Solus avranno infatti il potere,
tramite lo Scettro del Vuoto, di estirpare ciclicamente dal pianeta il male e rispedirlo alla sua fonte
primaria, l'Odio. I figli dei Prescelti saranno altresì in grado di garantire la sopravvivenza della
vostra razza. Essi potranno usare lo Scettro senza bisogno di essere in coppia, poiché generati
dall'amore dei due".
Celine era rapita dal racconto, che sembrava una storia fantastica come quelle dei suoi libri, ma
lo sguardo di Aidan la fece risvegliare dalle sue fantasticherie. Quella purtroppo era la sua nuova realtà,
e quella che lui gli stava raccontando era la storia della sua gente.
«Avete mai trovato questi Prescelti?» Chiese dopo una breve esitazione.
Aidan scosse la testa, sembrandole stanco.
«No, e non sono nemmeno sicuro che esistano, o che questa non sia altro che una leggenda per
darci la forza di andare avanti».
La sua voce s'indurì.
«Ho preso parte a molte battaglie: quelli come me iniziano presto. Ho visto morire numerosi
amici, ma non ho mai incontrato nessuno con dei poteri così grandi, e vale lo stesso per tutti gli altri. Se
anche solo una di queste creature nascesse, avrebbe un senso intraprendere i viaggi per recuperare le
nostre Armi Sacre».
Celine si sporse verso di lui.
«Non hai detto che erano custodite nel palazzo?» Chiese incerta.
Aidan la fissò.
«Vedo che allora stavi seguendo davvero!» Disse stupito. «Lo erano, infatti, ma ora non ci sono
più. Tu però sei molto stanca, e per stasera è abbastanza. Presto conoscerai il seguito, adesso andiamo».
Celine mise il broncio. Era più sveglia che mai e voleva sapere tutto, ma soprattutto si vergognò
di un altro pensiero che le attraversò la mente: non voleva che il suo tempo con Aidan finisse. Sapeva
che quando sarebbe andata alla Sede non lo avrebbe più rivisto, e non credeva certo che lui sarebbe
andato a cercarla.
«Ehi, ti sei addormentata lì? Coraggio, dobbiamo raggiungere gli altri». La riscosse la voce di
Aidan.
Di malavoglia si alzò e lo seguì, imboccando un lungo corridoio. Quando svoltarono l'angolo,
trovarono Mavi e Matteo a parlottare davanti a una stanza che conteneva al suo interno strani abiti e
armature.
Matteo sembrava abbastanza sereno e Celine, da vera codarda, decise che era senza dubbio
meglio non rivelargli che l'indomani non avrebbe fatto ritorno a casa con lui. Appena li sentirono
arrivare, Matteo distolse subito l'attenzione da Mavi e circondò con un braccio Celine.
«Tutto bene Celine?» Le chiese all'orecchio.
Celine gli sorrise di rimando.
«Tutto a posto, non ti preoccupare. Sto benissimo».
Aidan la interruppe.
«E' ora di andare a letto, è molto tardi. Vi accompagneremo alle vostre stanze. Vieni Mavi,
così, quando arriveremo all'ala maschile, tu potrai continuare con lei».
Mavi sorrise ad Aidan in un modo che provocò in Celine una fitta di gelosia acuta. Sembrava si
stessero confidando un segreto con lo sguardo. Dopo un breve tratto Aidan aprì una porta.
«Prego Matteo, fai come se fossi a casa tua. Solo, evita di iniziare a girare: non sei uno di noi, e
se incontrassi qualcuno che non sa della tua presenza qui potrebbe non essere piacevole. Domattina ti
verrò a chiamare». Disse, facendo cenno a Matteo di entrare.
Matteo era esitante, fissava Celine, e per un attimo lei temette che volesse mettersi a fare storie.
Poi, con sua sorpresa, si arrese.
«Buonanotte, allora» Disse piano, e poi in un attimo le prese tra le mani il viso e poggiò le
labbra sulle sue. Celine si sentì terribilmente in imbarazzo, al punto che le sembrava quasi di recitare
una commedia, e si staccò frettolosamente da lui.
«Buonanotte Matteo». Disse arretrando.
Se Matteo aveva trovato strano il suo atteggiamento non lo diede a vedere. Probabilmente aveva
attribuito quella mancanza di slancio da parte sua solo alla timidezza, come in effetti avrebbe dovuto
realmente essere.
Ripresero a camminare per i corridoi, ma Mavi si fermò dopo pochi passi.
«Grazie per l'interessante passeggiata, fratello, ma ora se vuoi scusarmi vado a letto». Disse
ridacchiando e, dopo avergli scompigliato i capelli, si allontanò .
«Fratello?!»  Disse Celine con autentica sorpresa.
«Mavi è mia sorella, o per meglio dire sorellastra, è questo il significato della parola che Matteo
aveva trovato tanto strana, piuthar. Vuol dire sorella». Spiegò lui con un sorriso.
«Io pensavo fosse la tua ragazza». Disse Celine prima di riuscire a trattenersi.
Aidan sembrava perplesso.
«Ragazza? No, le ragazze sono per chi ha del tempo da perdere, ed io non ho tempo per queste
cose». Rispose acido.
"Ed eccoti servita, sei solo una perdita di tempo", pensò Celine.
Preferì tacere e non chiedere altro. Non riusciva a interpretare i cambiamenti d'umore di Aidan:
sembrava gentilissimo in un primo momento, per diventare quasi irascibile subito dopo.
«Mi hai colto di sorpresa, nessuno mi aveva mai fatto una domanda del genere. Tutti sanno chi
è Mavi per me. Noi non stiamo mai con gli umani, e tra di noi sappiamo quasi sempre quali sono i
legami che uniscono le persone». Disse Aidan, forse per rompere il silenzio imbarazzato che si era
creato.
Celine abbozzò un sorriso.
«Non vi somigliate molto, e poi lei è uno schianto. Se la vedessero i miei compagni di scuola
prenderebbero il numerino come in salumeria». Disse scherzando.
«Non c'è nessun legame di sangue tra noi, per questo non ci somigliamo. La famiglia di Mavi
mi ha accolto quando ero molto piccolo. Allora vivevamo a Gallaibh». Rispose Aidan, senza
aggiungere ulteriori dettagli.
Celine non aveva idea di dove fosse il luogo di cui Aidan stava parlando ed evidentemente lui
colse la sua espressione perché riprese «Gallaibh è quello che tutti noi vorremmo chiamare casa, la
Capitale dei nostri domini. Molti di noi sono nati nelle Divisioni, o in altre parti del mondo dove ci
sono i nostri regni, ma è a Gallaibh che tutti almeno una volta vorrebbero andare. Lì c'è il palazzo con
le grandi urne dove giornalmente si rigenera l'essenza degli Spiriti degli Elementi, che  utilizziamo per
la maggior parte dei nostri abiti, talismani e molto altro ancora. Solo lì puoi ammirare le quattro
torri...»
Fece vagare lo sguardo nel vuoto come se potesse richiamare le immagini alla mente e proseguì.
«E' a Gallaibh che l'erba è di un verde così intenso da sembrare opera di un pittore dalla mano
perfetta. Lì puoi sentire l'armonia degli elementi la notte di fronte al lago,
il Loch Trìd-Shoilleir, quando l'aria accarezza le sue acque cantando, l'erba si protende dalle rive e,
tutt'intorno al suo perimetro, puoi vedere delle piccole torce galleggianti dove arde un fuoco rosso
sempre vivo. Ma non posso descriverti la bellezza del luogo, guasterei la tua prima volta con
un'immagine precostruita». Terminò Aidan strizzandole l'occhio.
Celine lo guardò sorridendo.
«E' bello sentirti parlare di casa tua. Si avverte che ami quel posto e questo mi ricorda che
l'unica cosa che ho amato davvero in questi anni è proprio Venezia: la laguna, le voci dei gondolieri
che chiamano i turisti, le botteghe con le maschere...» Elencò sorridendo.
Aidan ricambiò il sorriso fermandosi poi in mezzo al corridoio.
«Bene, eccoci qui. Spero che la camera sia di tuo gradimento». Disse, aprendo la porta su una
stanza molto semplice.
Celine fu colpita dall'arredamento asettico. Un letto singolo con biancheria bianca, un piccolo
comodino in legno chiaro a fianco, come anche l'armadio e la cassettiera. La specchiera che
sormontava la cassettiera era tonda e senza cornice, sul pavimento di marmo c'era un piccolo tappeto
bianco ed anche le tende erano bianche.
«Come mai tutto bianco?» Chiese perplessa.
«Il bianco è il colore che utilizziamo quando siamo a riposo. È una tinta neutra che ci rilassa e
riposa anche i nostri poteri, ed è per questo che Erskine era vestito di bianco. Quando non ci alleniamo
o non siamo di turno in cerca di dubhar-laoich, i guerrieri ombra, indossiamo sempre la nostra tenuta
bianca» fece una piccola pausa, poi sporgendo il braccio nella stanza disse «in fondo a destra c'è il
bagno. Domattina troveremo qualcosa di adeguato da indossare per te. Nell'armadio troverai
sicuramente delle vesti bianche, indossale pure se ti fa piacere cambiarti. Ora ti auguro la buonanotte
Celine, ma se hai bisogno di qualcosa la mia porta è di fronte».
«Scusa, ma prima, parlando con Mavi, non avevi detto che c'erano un'ala maschile e un'ala
femminile? Lei non avrebbe dovuto accompagnare me?» Chiese confusa.
«L'ho detto per tenere Matteo lontano da te, o quasi certamente sarebbe venuto a darti il
tormento. Dovrai essere molto chiara con lui, o potrebbe diventare un problema».
Così dicendo si voltò, dirigendosi verso la sua stanza. Celine si sentì triste alla prospettiva che
forse sarebbe stata l'ultima volta che lo vedeva, e nonostante la risposta secca che le aveva appena dato
non poté trattenersi: voleva imprimersi nella mente il suo viso più di ogni altra cosa.
«Aidan». Lo chiamò, quasi sussurrando il suo nome
«Buonanotte, e grazie per tutto». Disse, facendogli un sorriso. Colse sorpresa nella sua
espressione, ma poi di nuovo lo vide irrigidirsi.
«Non c'è di che, ora cerca di dormire. È tardi». Rispose secco, chiudendosi la porta alle spalle.
Capitolo 5 - L'alba di un nuovo giorno
Celine non aveva idea di che ora potesse essere, ma il mattino doveva essere ormai vicino. Non
era riuscita a chiudere occhio, sapendo che Aidan era dall'altro lato del corridoio. Si era interrogata
tutta la notte su cosa pensasse di lei, ed era giunta alla conclusione che la trovasse solo un'irritante
seccatura e che probabilmente, il giorno dopo, non lo avrebbe rivisto.
Dopo che si era chiuso la porta alle spalle, si era sentita una stupida: lo aveva chiamato per
ringraziarlo e lui le aveva risposto scocciato, ritirandosi nella sua stanza e lasciandola lì, ancora con il
sorriso sulle labbra, presto scemato e quasi trasformatosi in lacrime. Un altro motivo d'irritazione: non
si capacitava delle emozioni che le suscitava quel ragazzo, a volte irritante, altre così gentile.
E poi c'erano le questioni che si poneva su quel nuovo mondo che aveva appena scoperto, e su
cosa potesse voler dire per le sue vere origini. Chi era allora la sua famiglia d'origine? Potevano essere
ancora vivi i suoi genitori naturali? Forse vivevano in quella città che diceva Aidan?
Tutte quelle domande sui suoi genitori le risuonavano ancora in testa, e non poteva fare a meno
di tormentarsi, ancora una volta, su cosa le avrebbe svelato sua madre se non fosse morta in quel
tragico incidente di pochi mesi prima. Forse ora sarebbe stata pronta, forse avrebbe saputo qualcosa di
più su se stessa. I suoi ricordi volarono alla sera del suo diciottesimo compleanno.
Rammentava ancora il giardino addobbato a festa, le lanterne colorate che si riflettevano sulla
laguna, e l'abito leggero che le avevano fatto cucire su misura. Era una tiepida sera di fine agosto, ma
fortunatamente non c'era afa, e per la prima volta, alla festa, partecipava anche un suo amico, Matteo.
Sua madre sembrava felicissima che finalmente ci fosse qualcuno nella sua vita, a parte il gatto, e dopo
aver tagliato la torta, la portò in disparte.
«Ormai hai diciotto anni, Celine» le aveva detto prendendole le mani, «sei una donna. Stasera
goditi la festa, ma appena ne avremo occasione ho deciso di parlarti dei tuoi veri genitori».
Lei l'aveva guardata con gli occhi sgranati: non si sarebbe mai aspettata che sua madre tirasse
fuori quell'argomento. Erano anni che ormai aveva lasciato stare, e non credeva che qualcuno le
avrebbe mai più detto qualcosa sulle sue origini.
«Lo so, tuo padre non vuole che se ne parli. Ma io ho un'altra opinione: noi non siamo eterni,
stiamo invecchiando. Presto ti lasceremo sola, e non voglio andarmene prima di averti detto tutto
quello che so sulla tua famiglia d'origine». Aveva chiarito sua madre, accarezzandole il viso.
«Quando?» Aveva domandato lei impaziente.
«Dopo la cena di gala della prossima settimana. Tuo padre partirà per un ultimo viaggio di
lavoro prima di ritirarsi, e noi avremo tutto il tempo per parlarne; hai aspettato tanto, qualche giorno in
più non cambierà le cose. Fino ad allora non parliamone più». Aveva risposto sorridendo sua madre.
Celine l'aveva abbracciata forte. Amava quella donna, e anche se era anziana si vedeva ancora
tutta la bellezza e la classe che doveva averla caratterizzata da giovane. Chissà quanto aveva sofferto
per non aver potuto avere dei figli suoi. Ammirava la forza e l'altruismo che dimostrava nel volerle
lasciare tutti i dettagli che le sarebbero serviti a rintracciare la sua vera famiglia.
Tornarono alla festa e il padre, sospettoso, le aveva investite subito.
«Dove eravate sparite?»
«Volevo celebrare intimamente la trasformazione della mia bambina in donna». Aveva risposto
pronta sua madre, abbracciandola.
Bastava un suo sorriso ad ammorbidire immediatamente i toni burberi di suo padre. Celine era
felice che fossero loro i suoi genitori adottivi: le davano la speranza che, un giorno, avrebbe trovato
qualcuno con cui amarsi come facevano loro.
Tornando al presente due lacrime le scesero lungo le guance. Erano state due persone
magnifiche, e averli persi era stato un vero trauma per lei, ma ora doveva andare avanti e in quella
situazione la preoccupava alquanto la reazione di Matteo. Non dubitava che i Custodi avrebbero di
sicuro trovato un modo efficace per tenerlo a bada, ma le pesava il pensiero della possibile scenata che
le avrebbe fatto quando avrebbe appreso che non sarebbe tornata a casa con lui. Si ricordava ancora la
reazione che aveva avuto quando gli aveva raccontato che, presto, sua madre le avrebbe detto qualcosa
di più sulla sua vera famiglia, e allora erano solo amici: al pensiero di perderla perché andasse a cercare
i suoi era subito andato in escandescenze. Celine si perse nuovamente nelle reminiscenze.
Quando, la settimana dopo il suo compleanno, i suoi genitori presero la barca per andare alla
cena di gala lei era al colmo dell'eccitazione. Quella sera, Matteo era passato da lei per non farla cenare
da sola, ma era perplesso dal suo comportamento poiché non faceva altro che rigirare il mangiare nel
piatto e muovere nervosamente la gamba sotto il tavolo.
«Celine o mi dici cos'hai o la smetti, mi stai facendo diventare matto con questo
comportamento». Aveva sbottato a un certo punto.
«Va bene, avevo promesso che non ne avrei più parlato fino a che non ne avessi discusso con
mia madre, ma ormai ci siamo quasi. E poi a te posso dirlo». Aveva risposto lei con un sorriso
birichino.
«Sono tutt'orecchi!» Aveva esclamato Matteo allegramente.
«Domani, dopo che mio padre sarà partito per il suo ultimo viaggio di lavoro, mia madre mi
svelerà tutto quello che sa sulla mia vera famiglia». Aveva detto allegra tutto d'un fiato.
«Stai scherzando? Quando avevi intenzione di dirmelo? Ti pare che non avessi il diritto di
esserne informato?» Le aveva chiesto aggressivamente Matteo.
Lei era rimasta pietrificata: non si era aspettata una reazione del genere.
«Perché sei arrabbiato? Pensavo che saresti stato felice per me, è tutta la vita che aspetto di
saperne di più sul loro conto!» Aveva chiesto perplessa da quel comportamento aggressivo.
«Perdonami!» Si era ridimensionato quasi subito Matteo, prendendole la mano.
«E' che ho paura che ti metterai alla loro ricerca, e magari ti trasferirai altrove e non ti vedrò
più». Si era scusato.
«Non dire sciocchezze» lo aveva blandito lei «sei il mio unico amico, non mi dimenticherò mai
di te».
Poco dopo Matteo era andato via, apparentemente sembrava di buon umore. Celine si era però
interrogata su quell'atteggiamento possessivo, anche se, vista la rivelazione che attendeva da sua
madre, aveva quasi subito perso interesse per quello strano comportamento ed era tornata in trepidante
attesa del rientro dei suoi dalla cena di gala. Il tempo passava e loro tardavano, quindi aveva deciso di
andare a letto sperando di addormentarsi presto. Si era appena sdraiata, quando quello che in prima
battuta le era sembrato un tuono aveva fatto tremare i vetri delle finestre della sua stanza.
Ricordava tutto nitidamente, come se lo stesse vivendo in quel momento. Il boato che aveva
squarciato la notte era stato terribile; la puzza di bruciato, portata dal vento, le sembrava di respirarla
ancora; i bagliori arancioni che accendevano la laguna le facevano lacrimare gli occhi al solo pensiero.
La barca sulla quale viaggiavano i suoi genitori, giunta in mezzo alla laguna, si era capovolta ed
era esplosa, senza lasciarle neppure un corpo da piangere.
La sofferenza per la loro perdita era aumentata con la consapevolezza di aver perso due punti
fermi nella sua vita, e la certezza che qualunque cosa volesse rivelarle sua madre sulla sua famiglia
d'origine era persa per sempre.
A parte Matteo, erano le due uniche persone a cui lei stesse a cuore, e l'unica cosa che la
rincuorò, vista la totale assenza di altri parenti, fu l'invito della madre di Matteo che si offrì di
accoglierla in casa con loro poiché era impensabile che potesse vivere da sola alla villa. Era
maggiorenne da poco, ma restava comunque una ragazzina agli occhi degli adulti.
Ora, invece, avrebbe dovuto affrontare Matteo e dirgli che non sarebbe tornata a casa con lui,
probabilmente mai più. Forse avrebbe fatto bene anche a parlargli dell'incertezza dei suoi sentimenti:
non poteva essere così egoista da tenerlo legato a sé ora che doveva, volente o nolente, abbandonarlo.
Forse sarebbe stato meglio per entrambi, soprattutto per lui.
Celine buttò un occhio alla finestra. Le prime luci dell'alba stavano rischiarando l'ambiente e
lei si preparò ad affrontare la sua prima giornata in quel mondo fino a ieri invisibile ai suoi occhi, senza
aver dormito per niente.
Per fortuna, quella stanza che inizialmente l'era sembrata così sterile con tutto quel bianco, la
faceva sentire riposata. Non aveva chiuso occhio eppure non aveva sonno, e anzi si sentiva come se
avesse dormito per un mese. Forse era solo l'adrenalina che aveva in circolo a farla sentire così sveglia.
A un tratto, finalmente, bussarono alla porta.
«Avanti». Disse Celine con il cuore in gola.
Con disappunto si trovò davanti Mavi, e l'altra, che non era certo un'ingenua, riconobbe
l'espressione di delusione sul suo viso.
«Ehi, aspettavi una visita a sorpresa dal tuo fidanzato? Mi guardi come se fosse appena entrato
uno scarafaggio nella tua stanza». Chiese impertinente.
Celine arrossì, ma preferì non negare temendo di peggiorare la situazione, se Mavi avesse
intuito a chi stava pensando davvero, sarebbe stato ancora più imbarazzante.
«Sei venuta a portarmi qualcosa con cui vestirmi?» Domandò cambiando discorso.
L'altra indicò una piccola sacca ai suoi piedi.
«Esattamente. Non puoi indossare la tenuta, visto che i tessitori la creeranno in base alle tue
fattezze. Ti ho preparato questa casacca da viaggio sotto la quale puoi mettere i tuoi jeans e gli anfibi, e
sopra metterai questo mantello con cappuccio. Almeno t'intonerai un minimo all'ambiente» Disse
Mavi, mostrandole gli abiti che aveva portato.
«Cambiati pure in bagno, io ti aspetto qui così poi andremo a fare colazione insieme prima che
si alzino tutti. Ho immaginato che non ti andasse di conoscere tutta la compagnia, visti gli altri incontri
che farai alla villa». Concluse serafica.
«Grazie mille, mi preparo subito». Rispose Celine riconoscente.
Dirigendosi a colazione, Celine si limitò a seguire Mavi in silenzio, sentendosi tesa al pensiero
di dire a Matteo che sarebbe dovuta rimanere con i Custodi e soprattutto, anche se faticava ad
ammetterlo con se stessa, dispiaciuta all'idea che Aidan non ci fosse.
Quando entrarono nella stanza dov'era servita la colazione, trovarono Matteo seduto a tavola,
intento a riempirsi il piatto all'inverosimile.
L'arredamento era molto spartano, e la stanza ricordava quasi una mensa, mentre il cibo era di
una varietà impressionante. C'erano almeno cinque caraffe di succhi differenti, una macchinetta per le
bevande calde con più opzioni di un computer della NASA, barattoli con almeno dieci tipi di biscotti
differenti, un ripiano con altrettante marmellate, pane e fette biscottate: sembrava il servizio di un hotel
di lusso.
«Buongiorno». Disse Matteo sorridente, poi la guardò meglio e nel vedere com'era vestita
sbiancò, precipitandosi verso di lei.
Celine lo abbracciò. Ora che si trovava realmente davanti alla prospettiva di andare a vivere in
un posto pieno di estranei, che le avrebbero dovuto insegnare solo Dio sa cosa, non era più certa di
averne voglia. Avrebbe solo voluto chiudere gli occhi e risvegliarsi come sempre, invisibile per tutti a
parte per Matteo e Mercurio.
Ricordandosi del suo gatto, colse la palla al balzo per iniziare il discorso con lui.
«Matteo, per favore potresti portarmi Mercurio? E' successo tutto così in fretta che non ho
pensato a portarlo via ieri sera, e vorrei tenerlo vicino». Disse prendendogli la mano.
Matteo sembrava scioccato.
«Che cosa intendi? Casa tua resta casa tua, e stasera dobbiamo tornare. Non saprei cosa
inventare con mia madre...»
Celine strinse più forte la mano di Matteo tra le sue. Ora che doveva dirglielo davvero, era tutto
più difficile, e stava malissimo al pensiero che quella sera non avrebbe dormito nel suo letto, ma in una
casa piena di estranei che pensavano a lei quasi come a una cosa da aggiustare. Aidan se n'era lavato le
mani in fretta, non era nemmeno venuto a salutarla.
Si fece coraggio e guardò Matteo negli occhi: era inutile tergiversare.
«Matteo, io devo restare. Ci sono troppe cose di me che non conosco, e troppe che so fare e non
dovrebbero nemmeno esistere. Non posso tornare a casa come se niente fosse, ma tu devi andare a casa
da tua madre, non puoi lasciarla sola...»
«Non puoi restare qui, Celine! Pensa a mia madre, si preoccuperebbe tantissimo e non saprei
cosa dirle per giustificare la tua assenza!» La interruppe immediatamente Matteo.
«Di questo non ti devi preoccupare. Ti accompagnerò a casa io, e spiegherò a tua madre che
sono una cugina e che Celine starà da noi per qualche tempo. Vedrai che non farà obiezioni».
Intervenne Mavi tranquilla.
«Mia madre non se la berrà mai. Sappiamo benissimo che i suoi genitori non avevano parenti
prossimi e che non esiste nessuna cugina». Rispose secco Matteo.
«Ti sorprenderà saperlo, ma tua madre mi crederà e non darà nemmeno tanta importanza alla
cosa. Abbiamo i nostri mezzi per districarci nel mondo umano quando serve, altrimenti non
riusciremmo a tenere nascosta a tutti la nostra esistenza». Disse Mavi mettendo a tacere Matteo.
«Ora vado a prepararmi per conoscere tua madre». Terminò, uscendo dalla stanza.
Matteo fissava Celine sconcertato.
«Dunque, ora ci cancellerai dalla tua vita come se non fossimo mai esistiti?» Chiese liberando
le mani da quelle di lei con uno strattone.
«Assolutamente no, solo che non possiamo mettere tua madre a parte di tutto questo. Ma tu mi
verrai a trovare, potrai vedermi anche tutti i giorni, ci saranno degli orari in cui sarò impegnata, ma
resterò per sempre...» Si rese conto con orrore che stava per dire "come una sorella per te."
«Insomma non cambierà quello che c'è tra noi. Anzi, ti aspetto stasera a cena con Mercurio.
Suppongo ti verrà a prendere qualcuno, non so dove andrò. Mi porteranno in una Sede dove potrò
imparare ed allenarmi...»
Celine gli riprese le mani tra le sue per confortarlo.
«Matteo, io ti vorrò sempre bene e sarai sempre con me nella mia vita, solo non abiterò più da
te, almeno per ora». Cercò di blandirlo.
Matteo le sorrise, finalmente.
«Scusami, Celine. È difficile accettare che stasera non sarai a casa, ma so quanto sono stato
importante per te in questi anni e specialmente nell'ultimo periodo. Non ti preoccupare, sono certo che
troverò il modo di continuare a far parte della tua vita. In fondo sei sempre stata diversa da tutti, ora
almeno sai perché». Disse Matteo, arrotolandosi una sua ciocca di capelli attorno al dito.
Questo commento mise all'erta Celine. Se da un lato considerava bello il fatto che Matteo
l'avesse presa così bene, dall'altro gli parve davvero sgradevole questo rimarcare il suo bisogno di lui,
dopotutto si stava insieme in due.
La porta si aprì, Mavi di ritorno.
«Matteo, noi dobbiamo andare. Tanto stasera passerò a prenderti per andare a trovarla». Disse
restando sulla soglia.
Matteo prese il viso di Celine tra le mani e la baciò con trasporto, stringendola a sé. Le schiuse
le labbra con le sue e il bacio divenne profondo. Celine aspettava quella sensazione di trasporto che
sapeva essere da qualche parte dentro di lei, ma continuava a non arrivare. Si disse che forse nei libri
che leggeva sempre si sbagliavano o che forse lei, essendo un tipo insolito, provava cose diverse. Si
staccò da Matteo quando Mavi si sporse nuovamente nella stanza.
«Matteo, avanti, dobbiamo davvero andare. Celine, prendi l'ascensore subito a destra e vai al
silos. Ti verranno a prendere lì. A stasera». Disse, facendo cenno a Matteo di seguirla.
Quando si chiuse la porta alle spalle di Matteo, crebbe in lei il senso di solitudine. Di fare
colazione non se ne parlava: le dispiaceva non degnare di uno sguardo tutto quel cibo, ma il suo
stomaco era chiuso come una fortezza.
Aspettò qualche minuto, in attesa di un coraggio che pareva non arrivare mai, poi uscì e
imboccò il corridoio verso l'ascensore.
Una volta uscita dalle porte scorrevoli sentì davvero freddo. La temperatura doveva essere
molto bassa: erano in aperta campagna, ed era ancora quasi totalmente buio. Nonostante l'atmosfera
malinconica non si concesse nemmeno una lacrima, e anzi si distrasse pensando a come sarebbe stata la
persona che l'avrebbe seguita, domandandosi se avrebbe mai rivisto Aidan. Al solo pensare a quel
nome un moto d'irritazione l'alterò: quel ragazzo le aveva sconvolto la vita in poche ore per poi sparire
nel nulla. Forse sarebbe stato meglio se non fosse proprio apparso.
«Mia cara amica, sei pronta a partire?» Domandò una voce interrompendo le sue riflessioni.
Celine si girò di scatto, gli occhi sgranati carichi d'aspettativa, il volto proteso verso quella
voce.
«Aidan?» Chiese sorpresa.
«E chi altri?» Disse lui, allargando le braccia.
«Io non credevo che...» abbozzò Celine fermandosi di colpo.
Stava per dire "ti avrei mai più rivisto", mentre lui la guardava interrogativo.
«Non credevo che mi accompagnassi tu alla villa». Disse terminando la frase, impacciata.
«Oh no, ti è andata molto peggio di così. Starò con te per tutto il tempo: sarò io ad aiutarti a
entrare nel tuo nuovo mondo». Rispose Aidan, facendole l'occhiolino.
La bocca dello stomaco di Celine si strinse, e si sentì irragionevolmente contenta. Fino a pochi
minuti prima stava per piangere, e ora avrebbe voluto danzare, al punto da non rendersi conto di essere
rimasta ferma a fissarlo come una statua di sale.
«Senti, se non ti va basta dirlo. Io pensavo che ti saresti sentita più a tuo agio conoscendomi già,
ma se la mia compagnia è un tale shock Erskine troverà di sicuro qualcun altro». Disse Aidan secco,
incrociando le braccia sul petto.
«No, va benissimo, grazie!» Rispose svelta Celine. Stare dietro ai suoi sbalzi d'umore le
avrebbe di certo causato forti emicranie, e cominciava a chiedersi se questo bellissimo ragazzo non
soffrisse di una sindrome da personalità multipla.
«Quindi perché quell'espressione sconvolta?» Domandò Aidan curioso.
Fu una fortuna che lui avesse nominato Erskine: Celine prese la palla al balzo.
«Nulla, mi aspettavo qualcuno di anziano». Disse, stringendosi nelle spalle.
Celine fu salvata dall'imbarazzo poiché lui non fece altre domande, soddisfatto dalla sua
spiegazione. Voltandosi, aprì la portiera di una macchina nera e lucida dall'aria costosa.
«Sali» disse secco «Il Maestro ha dato questo incarico a me perché sono il più bravo e posso
fare a meno di allenarmi per un po'» caricò un borsone nel bagagliaio e si mise alla guida.
Celine non parlava mai molto, ma ora non sarebbe riuscita ad aprire bocca nemmeno se avesse
voluto. La feriva che lui si fosse sentito in dovere di specificare che stava solo eseguendo un compito
che gli era stato assegnato. Ogni tanto lo guardava di sottecchi ma lui, concentrato sulla guida, pareva
non prestarle attenzione.
La notte stava molto lentamente cedendo il passo al giorno, tuttavia nell'abitacolo era ancora
buio, al punto che poteva vedere di profilo le lunghe ciglia bionde di Aidan. Si sorprese a pensare che
le sarebbe piaciuto toccarle. Quell'espressione sempre tesa e beffarda, che manteneva costantemente,
ora non c'era più: pareva che guidare lungo la strada di campagna, tra curve e tornanti, lo divertisse,
visto come sorrideva mentre la strada scorreva velocissima.
Celine si costrinse a non guardare il contachilometri o era certa che si sarebbe spaventata a
morte. E poi non riusciva a distogliere gli occhi da lui... Imboccarono un tunnel, e immediatamente
dopo percepì come un'ombra, uno sbuffo di fumo che passò accanto al suo finestrino per poi sparire.
«Aidan! Cos'è stato?» Domandò spaventata.
«Cos'è stato cosa?» Chiese lui perplesso.
Celine non fece in tempo a rispondere: tutto quello che stava per dire le morì in gola.
Sul cofano della macchina c'era un uomo. O meglio, sembrava un uomo, ma s'intuiva
chiaramente che le sue vesti erano sospese sul nulla. Portava grossi guanti di pelle nera e stivali
anch'essi neri, e aveva una veste con mantello e cappuccio di cui Celine non sapeva definire il colore:
sembrava fatta di ombre, di tutto e di nulla. Il volto che sarebbe dovuto apparire sotto il cappuccio era
solo un buco nero, ma nonostante tutto Celine avvertiva chiaramente lo sguardo del mostro su di sé.
Il suo sogghignare raschiante riempiva l'abitacolo della macchina nonostante i finestrini chiusi,
facendolo sembrava un ragno che osserva la preda dibattersi nella tela, mentre con gioia ingorda le si
avvicina poco alla volta per mangiarla, prolungando l'agonia e il terrore della controparte.
Tutte queste riflessioni si persero in un urlo lacerante che scaturì dalla sua bocca senza che
riuscisse a trattenerlo: quella creatura la terrorizzava. Aidan frenò di colpo e l'essere volò via
ruzzolando, poi si voltò verso di lei in maniera fulminea.
«Stai bene?» Chiese preoccupato, prendendole il viso tra le mani per osservarla meglio.
Celine era talmente spaventata da non riuscire a rispondere, la vista di quell'essere l'aveva
paralizzata. Solo il viso di Aidan così vicino al suo parve riscuoterla.
«Sono solo spaventata, ma non mi sono fatta niente». Rispose a fatica.
Aidan la lasciò andare e concentrò la sua attenzione sull'essere spiandolo attraverso il
parabrezza.
«Stai in macchina, ci penso io». Disse, scendendo rapido e chiudendo la portiera.
Iniziò a camminare dirigendosi verso l'essere accartocciato sull'asfalto. Inizialmente Celine
pensò che volesse controllare se era morto e farlo semplicemente sparire, poi con disgusto si accorse
che il mostro si muoveva e si stava rialzando.
«Un po' presto per morire.» Lo canzonò Aidan.
«Dammi la ragazza e non sarai tu quello che morirà oggi». Disse l'essere.
La sua voce era arrocchita al punto da sembrare più un raschiare convulso, ed era intrisa di
malignità.
«Beh la ragazza è qui. Vieni a prenderla, se la vuoi così tanto». Rispose Aidan facendogli cenno
di avvicinarsi con la mano.
L'essere non se lo fece ripetere, e caricò Aidan come un ariete. Celine temette quasi che gli
sarebbe piombato addosso schiacciandolo.
«Claidheamh çhenney » invocò Aidan: nella mano gli apparve una spada infuocata, e saltò con
un'elevazione tale che il mostro gli passò sotto.
Con orrore di Celine si diresse verso di lei con furia cieca.
«Gàrradh teintean» urlò Aidan, ed una barriera infuocata arrestò il mostro che volse
nuovamente l'attenzione verso di lui.
«Lurido laoch, questi giochetti da piromane mi fanno solo sprecare tempo. Ora dovrò anche
occuparmi di ucciderti». Lo minacciò ghignando.
Aidan, contrariamente a quanto si sarebbe aspettata Celine, sorrideva e sembrava perfettamente
a suo agio. Come se lo scontro con quell'essere gli desse soddisfazione, mentre dai palmi delle sue
mani scaturivano fiamme.
«Vieni da me, sgiobair dubhar ». Disse, invitando il mostro a farsi avanti.
Celine dietro il muro di fiamme non riusciva quasi più a vedere nulla. Sembrava che tutto
accadesse troppo rapidamente per i suoi occhi, ed era spaventata. Non capiva chi stesse avendo la
meglio, se Aidan o quell'essere orribile, e non poteva restare in macchina a nascondersi mentre Aidan
rischiava la sua vita per lei.
Le fiamme le impedivano di oltrepassare lo spazio che la separava dalla battaglia: ne percorse
più volte avanti e indietro il perimetro per vedere se trovava una falla, ma il fuoco si ergeva alto per
tutta la sua lunghezza e lei non aveva modo di attraversarlo.
Il desiderio di sapere come stessero andando le cose divenne struggente: il mostro la
spaventava, ma la paura che potesse fare del male ad Aidan era di gran lunga più grande.
La pervase una strana sensazione. Era come se dentro di lei sapesse che poteva fare di quel
fuoco ciò che voleva. Chiuse gli occhi e si concentrò desiderando con tutta se stessa che le fiamme si
spegnessero. Quando riaprì gli occhi, venne colta dallo sconcerto più assoluto: il muro di fiamme era
scomparso.
Ciò che vide la lasciò impietrita, la creatura aveva preso Aidan per il collo e lo strattonava
violentemente. Nonostante tutto lui non urlava, non invocava aiuto, e anzi sembrava tranquillo. Poi
Celine notò con orrore che in realtà il mostro lo stava sbatacchiando a peso morto; Aidan doveva essere
svenuto.
Ciò che accadde dopo sembrò svolgersi al rallentatore. L'essere portò il viso di Aidan alla sua
stessa altezza, e Celine avvertì un disgusto enorme crescere dentro senza capirne il perché. Sembrava
che quella cosa volesse sussurrargli qualcosa di intimo, avvertiva la sua voce raschiante che
bisbigliava. Pensò che di lì a poco Aidan sarebbe morto davanti ai suoi occhi, e stava per mettersi a
correre verso di loro. Non sapeva cosa avrebbe fatto, ma forse, se si fosse offerta al mostro, questo
avrebbe lasciato andare Aidan. Si fermò notando un bagliore improvviso.
Nella mano di Aidan c'era di nuovo la spada di fuoco. Il mostro, troppo certo, di avercela ormai
fatta, non si era nemmeno accorto che lui non era svenuto ma fingeva: si era fatto ingannare dalla
calma imperturbabile di Aidan, proprio come lei.
Lo vide infilzare la spada nel corpo di quell'essere dal basso verso l'alto, con un colpo secco e
deciso, trafiggendolo. Vi fu un lampo di luce rossastra fortissimo e poi l'essere implose.
Aidan fu scagliato a terra e batté violentemente la schiena. Celine corse da lui urlando, e stava
per chinarsi quando vide che si apprestava ad alzarsi. Sembrava scosso e dolorante, ma in buone
condizioni .
«Ti avevo detto di restare in macchina». La sgridò, guardandosi intorno stupito.
«Il muro di fiamme si è estinto, devo aver perso il controllo quando mi sbatacchiava».
Celine si diede della sciocca per aver pensato di essere stata lei, era ovvio che la concentrazione
di Aidan, mentre veniva sbattuto come un tappeto, doveva aver ceduto. Notò che si era già
incamminato verso la macchina, e lo afferrò per un braccio pentendosi subito del gesto, visto il fastidio
del ragazzo nell'essere toccato. Quando lui la guardò, però, non c'era niente nei suoi occhi che facesse
pensare a uno scatto di rabbia.
«Cos'era quell'essere? La creatura a casa mia era disgustosa, ma questo era enorme ed era mille
volte peggio». Chiese facendosi coraggio.
Aidan le posò l'altra mano sulla spalla, come a infonderle coraggio.
«Era uno sgiobair dubhar, uno dei capitani a comando dei battaglioni dei guerrieri d'ombra. È
un fatto assai strano che sapesse dove trovarci, e che volesse te». Rispose fissandola serio.
Non c'era traccia di scherno nel suo viso: non stava scherzando, il fatto lo preoccupava
seriamente.
«Non ne ho mai affrontato uno da solo, di solito ci vogliono almeno quattro di noi per riuscire
ad abbatterli. Ho usato l'unica arma a mia disposizione, l'astuzia, fingendomi mezzo morto. Sealbhan
an cuideachd nan treun». Disse strizzandole l'occhio.
Celine lo guardò confusa, non avendo la minima idea di cosa avesse detto.
«Ho detto: la fortuna aiuta gli audaci. Scusa, a volte dimentico che ancora non puoi
comprendermi». Spiegò, traducendole il significato delle parole in quella strana lingua che spesso
citava.
«Abbiamo corso un terribile pericolo, ma è importante che io avvisi subito Erskine di quanto
accaduto. Questa cosa non mi torna. Andiamo in macchina, così potrai sederti: sei terribilmente
pallida». Disse con evidente preoccupazione.
L'accompagnò fino al posto del passeggero tenendola tra le braccia, come se fosse stata lei a
essere stata sbatacchiata di qua e di là. Nonostante avesse corso il rischio di morire a causa sua, non
sembrava per niente arrabbiato: preoccupato, forse, ma non per se stesso. Per lei.
A dispetto di queste riflessioni la sensazione più strana che Celine provò era quella di sentirsi
incredibilmente protetta. Le sembrò che in quel momento niente potesse toccarla, era come essere a
casa. Si sedette al suo posto in balia di quei pensieri finché non sentì sbattere la portiera dall'altra parte.
Aidan prese il cellulare e chiamò Erskine. Gli spiegò dettagliatamente cos'era accaduto e ne
seguì un fiume di domande: la cosa che preoccupava di più entrambi pareva essere che quella creatura
sapesse chi cercare, dove e soprattutto che non voleva lo scontro. Se avesse potuto prenderla se ne
sarebbe andato con lei ignorando Aidan: non sapevano spiegarsi quell'interesse diretto, e la cosa li
turbava non poco.
Conclusa la telefonata Aidan, se possibile, sembrava più scosso di prima, anche se non voleva
darlo a vedere. Rimise in moto, ma stavolta Celine non riuscì a tenersi per sé i pensieri che le
affollavano la mente.
«Quell'essere avrebbe potuto ucciderti». Disse tutto di getto.
«Come vedi non l'ha fatto». Rispose lui beffardo, di nuovo l'Aidan pungente di sempre.
«Che cosa voleva da me?» Chiese, determinata a non lasciarsi raggirare dal suo sarcasmo.
«Non lo so, ed è questo che mi preoccupa maggiormente. Deve averti visto qualcun altro ieri in
quel giardino, altrimenti non mi spiego questo interesse, e non ho idea di come facesse a sapere dove
trovarci. Probabilmente siamo stati seguiti fin dall'inizio».
S'interruppe, riflettendo se dirle tutto o meno, poi riprese.
«Erskine, Murchadh e Brian ora controlleranno intorno alla Divisione per vedere se ci sono
altre creature di guardia e ci faranno sapere, non temere».
Celine però non aveva esaurito le domande.
«Non ti ho visto armi addosso, né prima, né dopo l'attacco. Dove le tenevi?»
Aidan fece un mezzo sorriso.
«Dimentico sempre che sai così poco di noi. Non esistono armi fatte dall'uomo o da noi che
possano fare effetto su nessuna di quelle creature. Evoco le armi con i miei poteri, imparerai anche tu»
Affermò, scrollando le spalle con noncuranza.
«E come hai fatto a farlo esplodere?» Chiese Celine avida d'informazioni.
«Non è esatto dire che sia esploso: è imploso. Quegli esseri, al posto del cuore, hanno
semplicemente una massa d'energia del Vuoto che li mantiene in vita. Affondando una delle nostre
armi all'interno di quella cavità riempiamo uno spazio che non è atto a contenere nulla oltre il vuoto
stesso, e di conseguenza esplodono da dentro tramutandosi in nebbia». Rispose Aidan soddisfando la
sua curiosità senza riserve.
«E' stato irresponsabile affrontarlo da solo. Avresti dovuto permettermi di aiutarti». Disse
Celine con veemenza .
«Eri come un coniglietto spaventato di fronte a un leone. Non avrei potuto permetterti di
avvicinarti a quella creatura, e poi stranamente non voleva ucciderti. Intendeva solo portarti via».
Aidan la guardò cercando di leggere se vi fosse paura nel suo sguardo, ma evidentemente non
ne trovò e si convinse a continuare.
«Non potevo permettere che ti toccasse. Sarebbe sparito con te, era troppo rischioso lasciarti
avvicinare a lui. Non saresti stata comunque in grado di aiutarmi, e avresti solo rischiato di farti
uccidere. Questo mi ricorda che sei venuta vicino a me quando ti avevo detto di restare in macchina. Se
non farai ciò che ti dico, ci metterai in pericolo molto più di quanto immagini». Le disse serio
ammonendola.
Celine si sentì come una bambina capricciosa e tacque, e forse Aidan colse la delusione nel suo
sguardo perché tentò di rincuorarla.
«Quando sarai consapevole di cosa puoi fare non sarai più lasciata indietro, Celine, ma adesso
non mettere a repentaglio la tua vita». Disse, con sorprendente dolcezza nella voce.
Arrestò la macchina poco dopo, Celine si guardò intorno: erano arrivati a destinazione senza
che se ne accorgesse. Di nuovo.
Non aveva minimamente badato alla strada che percorrevano: prima si era persa a fissare Aidan
e poi, dopo l'attacco del mostro, la sua attenzione era stata risucchiata dalle risposte alle sue domande.
Erano troppe cose in pochissimo tempo, ma nonostante fosse appena piombata in questa sua
nuova vita, Celine se ne sentiva totalmente assorbita.
Capitolo 6 - La Villa
La macchina era ferma davanti a una grossa cancellata, ai lati della quale si stagliavano due alte
colonne. Sulla sommità di esse, s'imponevano alla vista delle statue che rappresentavano le figure di un
uomo e una donna in abiti da combattimento, posti spalla contro spalla.
Oltre la cancellata, una costruzione imponente toglieva il fiato per la sua bellezza. Sembrava
una dimora d'altri tempi, il cui stile ricordava a Celine quello dei primi anni del 1700. Aveva
dimestichezza con quel genere di architettura poiché prediligeva leggere libri ambientati in quell'epoca,
anche se non avrebbe mai osato sperare, nemmeno nelle sue fantasie più sfrenate, di potersi avvicinare
a un luogo del genere.
La facciata era bianca e seguiva il gusto francese tipico di quegli anni, sontuoso e monumentale,
la struttura rettangolare ritmata da otto semicolonne corinzie giganti e coronata da un timpano
dentellato, con uno stemma al centro, che Celine non riconobbe. Quattro talamoni e quattro teste di
leone reggevano il lungo balcone di rappresentanza.
Quando il cancello si aprì, si avvicinarono all'ingresso della villa.
Celine scese dalla macchina rapita, e il suo sguardo si posava qua e là frenetico, cercando di
cogliere tutto: la luce presente in quel momento, le emozioni che le suscitava quel luogo, gli odori dei
fiori e delle piante da frutto che le solleticavano le narici. Voleva conservare nella sua mente
un'istantanea di quel posto, che era l'incarnazione di tutte le fantasticherie fatte leggendo i suoi libri
preferiti.
Aidan le si affiancò, ma era così presa dalla magnificenza di quel luogo che quasi sussultò
quando lui parlò.
«Mi sembra che il posto sia di tuo gradimento». Le disse, studiandole il volto compiaciuto.
Celine non aveva parole per rispondere, e assentì imbambolata facendosi condurre verso
l'ingresso.
«Pensa che, grazie ai nostri trucchi, gli umani vedono solo una casa in rovina e sono indotti a
starne alla larga». Disse strizzandole l'occhio.
Ormai, per Celine, quel gesto di Aidan era diventato parte integrante della loro comunicazione,
come se ci tenesse a rendere speciale quello che le diceva, e come se quelle informazioni fossero dei
segreti tra loro.
Venne loro incontro una ragazza vestita con un abito corto di varie tonalità di blu cangiante, la
parte superiore costituita da un bustino con una scollatura profonda, le maniche lunghe e spioventi che
coprivano le mani. C'era del tulle più chiaro sul fondo. La gonna arrivava a metà coscia, una lunghezza
che la madre di Celine avrebbe definito indecente, ed era stretta sulla sommità e larga sul fondo:
s'intravedeva un grosso fiocco sul retro, le code del quale erano più lunghe della gonna. Portava dei
tacchi altissimi e delle calze coprenti a righe verticali sempre di differenti tonalità di blu.
Il bellissimo viso dalla carnagione perlacea, era incorniciato da un cappuccio in tinta dal quale
facevano capolino i capelli neri come la notte, con ciocche ribelli che sfuggivano dall'acconciatura
altrimenti perfetta, complice la brezza mattutina. Lo sguardo era deciso, gli occhi di un viola intenso, le
sopracciglia arcuate, le labbra carnose che sembravano imbronciate: sorrise, ancheggiando sinuosa
verso di loro.
«Aidan, che sorpresa! Tra tutti i laoich, hanno affidato proprio a te questo compito ingrato.
Doveva volerti proprio male Erskine». Disse, sorridendo in modo ambiguo per poi fissare in maniera
ostentata Celine.
Lei si sentì insignificante, e la gioia provata fino a poco prima scomparve sostituita dalla
certezza di essere quasi una punizione per Aidan. Era evidente a tutti, tranne che a lei, che un guerriero
con le sue abilità di certo non si sarebbe divertito a fare da balia a una ragazza che non aveva idea da
che parte girarsi in quel mondo.
«Kaina, io invece mi chiedo come mai abbiano mandato ad accoglierci la persona più ospitale
della villa». Rispose Aidan con una nota di sarcasmo nella voce.
Pronunciò la parola "ospitale" quasi come fosse un insulto.
«Vedo che non perdi mai la tua naturale educazione nel trattare con le signore. Siamo stati
informati dell'attacco, e come ben sai sono una guaritrice. Sono venuta io nell'eventualità che avessi
bisogno del mio aiuto». Rispose, scrutandolo in cerca di ferite.
«L'educazione con cui tratto le persone non dipende dal loro sesso o rango, ma da quella da
loro dimostrata. Sai che non abbiamo di questi vincoli presenti tra gli umani fra noi, e anzi, questo mi
ricorda che non ho ancora fatto le presentazioni». Disse, girandosi verso Celine con un sorriso.
«Celine, ti presento Kaina, preziosa guaritrice nonché lingua tagliente riconosciuta».
La ragazza quasi le stritolò la mano, non sembrando per niente lieta di fare la sua conoscenza.
«Celine, sembri un pulcino sperduto». Disse, guardandola con disinteresse per poi rivolgere
immediatamente la sua attenzione ad Aidan.
«E' una mia libertà esprimere ciò che penso, laoch. Tu hai la tua spada ed io la mia lingua.
Giochiamo ad armi pari». Rispose maliziosa avvicinandosi ad Aidan.
Con estrema disinvoltura gli posò un bacio sulla guancia cingendogli il collo con le braccia, e
non ci sarebbe stato niente di male in quel gesto se lei non fosse sembrata un serpente avvinghiato alla
sua preda.
Celine si sentì di troppo: avrebbe voluto allontanarsi e lasciarli alle loro smancerie, non potendo
permettersi di guardare Aidan in quel modo. Era ovvio che ovunque andasse un ragazzo come lui
avesse uno stuolo di ragazze decise a buttargli le braccia al collo, per non dire qualcosa di più volgare.
La voce di Aidan la riscosse dai suoi pensieri cupi.
«Smettila Kaina, sei sgradevole e inopportuna». Disse, levandosi di dosso le sue mani.
«Vi porto a fare un giro della Sede» Rispose lei, sorridendo imperturbabile.
Celine si chiese come facessero certe ragazze a essere talmente sicure di sé stesse da non avere
nemmeno la decenza di lasciar stare, quando era evidente che le loro attenzioni non erano ricambiate.
«No, io la Villa la conosco bene. Accompagnaci alle stanze che ci avete destinato, poi io e
Celine proseguiremo da soli». Dissentì immediatamente Aidan.
Celine tirò un sospiro di sollievo. Non le piaceva il modo in cui la guardava quella ragazza,
quasi come se fosse stata uno scarafaggio da schiacciare. Era abituata a essere ignorata ma non le era
mai capitato di percepire un disprezzo così forte da parte di qualcuno senza nessun motivo. Quella
ragazza bellissima non aveva nulla da invidiarle, eppure la guardava come se volesse incenerirla.
«Come vuoi guerriero, ti lascerò con il tuo nuovo giocattolo». Rispose acida stavolta.
Evidentemente aveva recepito il messaggio e la cosa non le faceva affatto piacere.
Varcò la soglia della Villa tutta impettita, lasciandoseli alle spalle.
Celine si sentiva terribilmente in imbarazzo, e fu grata ad Aidan che percependo il suo disagio
le posò un braccio sulle spalle, avvicinandola a sé.
«Non badarle, è solo una vipera dalla lingua tagliente. Se capisce che ti mette soggezione, ci
prenderà gusto». Disse piano, sussurrandole le parole all'orecchio.
Avere accanto Aidan la faceva sentire bene, come una sensazione di appartenenza: stargli vicina
era facile come infilarsi la sua felpa preferita quando era in cerca di conforto, ma il momento era
sempre guastato dall'imbarazzo. Aveva paura di sentirsi così a suo agio di fianco a lui. "Quando
l'addestramento finirà", si diceva, "lui tornerà alla sua vita e si scorderà presto di me". Era inutile
scambiare la cortesia che gli imponeva il suo ruolo per qualcosa di più.
Celine non ebbe il tempo di crogiolarsi in quei pensieri, perché una volta varcata la soglia restò
nuovamente senza fiato.
L'atrio colonnato offriva un suggestivo scorcio sulla natura circostante: lo sguardo di Celine
colse un parco enorme con alberi e piccoli sentieri che si perdevano nelle ombre fitte che l'alba non
aveva ancora dissipato. Al centro dell'enorme parco c'era una peschiera novecentesca, dalla forma
rettangolare, e lungo il perimetro si notavano dei piedistalli con la stessa statua presente sulla sommità
delle colonne di fianco alla cancellata d'ingresso. La vasca d'acqua si allungava fino alle scuderie e alle
cedraie protese a semicerchio verso la Villa.
Tutto in quel posto era meraviglioso: persino il silenzio nei corridoi non incuteva timore. I
pavimenti di pietra, le file di statue e i sontuosi tappeti erano tutti in armonia con l'ambiente
circostante. I soffitti e le pareti, riccamente affrescati o decorati da bassorilievi, davano l'impressione di
camminare attraverso un sogno. Gli arredi d'epoca perfettamente conservati, invece, spingevano a
pensare di aver fatto un salto indietro nel tempo. Ma soprattutto, si viveva un'atmosfera di grande
quiete.
Una volta giunti al piano superiore si fermarono in un corridoio nel quale, su entrambi i lati,
c'era una serie di porte.
«Questa è la tua stanza, Aidan». Disse Kaina.
«Quella in fronte di Celine». Fece una pausa, e con atteggiamento malizioso si rivolse a lui
aggiungendo «Quella a fianco alla tua è vuota, posso spostarmi lì se vuoi».
Aidan incrociò le braccia sul petto e fisso Kaina sorridendo, ma Celine provò pena per lei. Lo
conosceva da così poco tempo, eppure aveva imparato già a riconoscere tutte le sfumature delle sue
espressioni, e quel sorriso non annunciava niente di buono.
«Molto bene, allora spero che Celine vorrà perdonarmi se qualche notte andrò a nascondermi
nella sua stanza per sfuggirti. Ora, se ci vuoi scusare, non abbiamo tempo per discorsi insulsi». Disse
tagliente.
Kaina sembrò sul punto di schiaffeggiarlo, ma ci ripensò e se ne andò per la strada da cui erano
arrivati senza proferire parola.
«Ora che ci siamo sbarazzati di lei, possiamo iniziare». Disse rivolto a Celine come se niente
fosse.
«Mi devo cambiare?» Chiese lei indicando i suoi abiti.
«Non è necessario, la tenuta ora non ti entrerebbe. Ti faccio fare un giro sommario e poi
inizieremo con l'addestramento per la visualizzazione». Rispose Aidan.
Posò il suo borsone in camera senza entrarci, poi fece cenno a Celine di seguirlo.
La portò subito al piano terra.
«Qui ci sono le stanze, che sono certo, cattureranno maggiormente la tua attenzione». Disse con
sicurezza.
«Come fai a saperlo?» Domandò Celine scherzosa.
«Oh, io so tutto delle giovani ragazze dal cuore pieno di sogni». Rispose Aidan sbattendo le
ciglia in modo ostentato.
«Se continui così penso che potrei piantarti in questo corridoio e proseguire il giro da sola».
Rispose Celine facendogli la linguaccia.
«La verità è che al piano di sopra, la maggior parte delle stanze, sono camere e appartamenti
privati: non potrei mostrarti quasi nulla. Non sarebbe corretto verso gli occupanti, anche se certe
camere varrebbero la pena di una visita. Qui al pian terreno c'è invece la parte più viva della struttura, e
vedrai, ti piacerà». Disse regalandole un sorriso.
Celine si lasciò guidare fiduciosa, certa che quel giro si sarebbe rivelato bello quasi quanto
l'occhiata che aveva lanciato di sfuggita all'esterno.
La prima porta che aprì Aidan era quella della sala delle armature. Lì si potevano trovare
ricambi per tutte le tenute, dalle scarpe ai mantelli, di vari colori e sfumature. Impilati ordinatamente,
su vari scaffali, si notavano pantaloni, giacche, camice, stivali, ogni genere di accessorio, e persino le
tenute da riposo.
«Purtroppo, questa Sede non è piena di guerrieri come dovrebbe essere. Abbiamo subito
pesantissime perdite in questi anni, e le grandi case come questa, rispetto ai piccoli centri operativi
come quello che hai visto ieri sera, tendono a essere quasi vuote. Ormai qui facciamo solo le cerimonie
importanti o prendiamo aiuti quando siamo in difficoltà. Sarebbe stato bello viverci diversi anni fa».
Spiegò Aidan con una certa amarezza nella voce.
Proseguendo nel giro Aidan la guidò attraverso una stanza con la porta elaborata da vari simboli
e motivi intrecciati di foglie.
Le spiegò che era il salone dove si teneva la cerimonia del marchio. Chi viveva in giro per le
Divisioni di solito non tornava con la famiglia a Gallaibh per ricevere il marchio, salvo che non facesse
parte di una famiglia molto importante, per cui in tutte le Sedi c'era una stanza dedicata alla cerimonia.
Ovviamente agli occhi di Celine apparve bellissima: i muri sembravano opalescenti, ovunque vi erano
incisi i simboli degli elementi, le sedie erano disposte come in un anfiteatro e al centro c'era uno spazio
rotondo bianco e luminoso.
Aidan le spiegò che quella era la posizione di chi doveva ricevere il marchio. Di fronte al
cerchio c'erano dei gradini e un seggio, e seppe da Aidan che quello era il posto del membro del
Consiglio dei Protettori dei Custodi più alto in rango presente fisicamente nella stanza, mentre alle
spalle del seggio c'era una tela luminescente: Aidan le disse che serviva perché potessero presenziare
gli altri membri del Consiglio residenti a Gallaibh e nelle altre Sedi.
Quando giunsero a quella che lui chiamò "la tessitoria", Celine era letteralmente strabiliata.
Si trattava di un open-space gigantesco. Il pavimento era pieno di vasche per tingere le stoffe e
vasetti di polveri così brillanti da sembrare vive si affollavano sugli scaffali. Lo spazio era pieno di
ogni attrezzo necessario alla creazione d'indumenti: telai, arcolai, orditoi a muro. Ogni genere
d'accessorio per cucire, ricamare e borchiare affollava la stanza. C'erano un sacco di persone al lavoro
ma, a parte qualche rispettoso cenno della testa, non interruppero quello che stavano facendo per
mettersi a parlare.
In seguito Aidan la portò a visitare l'infermeria. Tutto era bianco e ovattato. Non filtrava un
solo rumore, e a Celine non piacque molto: le ricordava quando le si era rotto un braccio anni prima.
Aidan aprì una porta laterale e le mostrò il laboratorio di pozioni.
L'aria in quella stanza sembrava densa. C'erano scaffali pieni d'ampolle, un lungo tavolo con
dei becher fumanti, file e file di librerie stipate di volumi antichi e polverosi, bilancini, polveri,
ciotoline piene di sostanze e ingredienti che Celine non aveva mai visto. Anche qui tutte le persone
presenti nella stanza alzarono la testa quando entrarono, ma a parte qualche silenzioso cenno di saluto
non dissero nulla. Non vi era stata effettivamente nessuna presentazione formale.
«Vieni, ora arriva il meglio». Disse Aidan, tirandola scherzosamente per un braccio verso
un'altra parte del piano.
Entrarono nella sala da pranzo, e la prima cosa che Celine notò fu il prezioso servizio di piatti
dell'epoca napoleonica custodito nella credenza. Era certa che fossero tutti pezzi autentici. Un
magnifico centrotavola in alabastro in stile neoclassico faceva bella mostra di sé sul tavolo e ogni
superficie libera disponibile era piena di ceramiche del Settecento.
Terminata l'esplorazione della sala da pranzo, lui la guidò verso un'altra porta.
«Ho lasciato il meglio in fondo». Disse Aidan coprendole gli occhi con le mani.
Celine era emozionatissima: non stava nella pelle dalla curiosità di scoprire quale potesse
essere, per Aidan, la stanza migliore della casa. Era inoltre felice perché non sembrava per nulla che
Aidan fingesse o si sentisse costretto, anzi dava l'impressione di divertirsi anche lui. Era una delle
poche volte in cui Celine lo aveva visto rilassato e scherzoso.
Quando Aidan le tolse le mani dagli occhi, si trovò davanti la stanza più stupefacente che
avesse mai visto.
Una sala da ballo per le feste, di una magnificenza tale che avrebbe fatto fatica a immaginarla
anche quando fantasticava di vivere nell'epoca vittoriana, e di essere scortata a una festa da qualche
nobile signore che le faceva battere il cuore.
La sala da ballo si trovava al centro della villa, e aveva la forma di un rettangolo dalle
proporzioni perfette. Le grandi finestre, impreziosite da ricchi tendaggi, riversavano al suo interno una
luce dorata. Lungo tutto il perimetro correva una balaustra con intarsi che a prima vista sembravano
d'oro massiccio, e il soffitto affrescato era di una bellezza impareggiabile, da togliere il fiato.
Aidan, che colse il suo stupore, si avvicinò.
«Strepitoso, vero? Aspetta di poter visitare il parco, il mio cuore è stato trafitto dalla sua
bellezza e, se ti conosco almeno un po', sono certo che ne rimarrai incantata». Disse piano,
abbassandosi verso di lei.
Celine distolse gli occhi dal soffitto per rivolgerli verso di lui. Il suo viso era vicinissimo e la
cosa le provocò uno spasmo alla bocca dello stomaco: finse di mettere il broncio per non attirare
l'attenzione di Aidan su quella reazione alla sua vicinanza.
«Non andiamo, ora?». Chiese, incrociando le braccia in una posa teatrale.
Aidan la guardò perplesso poi, intuendo lo scherzo, stette al gioco.
«Mia piccola sfaticata, siamo qui per porre rimedio alle tue lacune, non in vacanza. Volevo
metterti a tuo agio, ma adesso ci aspetta lo specchio».
Capitolo 7- Lo Specchio
Salirono nuovamente al piano superiore e, attraverso una serie di lunghi corridoi, giunsero di
fronte ad una spessa porta di legno. Quando Aidan l'aprì era buio pesto, ma la luce si diffuse in fretta
grazie ai soliti globi in cui pareva galleggiasse del fuoco vivo.
«Perché non ci sono finestre?» Non poté fare a meno di chiedere Celine.
«Perché l'unica cosa che deve assorbire l'attenzione di chi usa questa stanza è lo specchio».
Rispose Aidan, indicando il centro della stanza.
Un grande specchio di almeno due metri torreggiava in centro. Non si notavano appoggi,
sembrava stesse in piedi sfidando la gravità. La cornice era d'oro lucente e vi erano intagliate parole
per Celine incomprensibili "Amharc - Falaichte - Fìrinn - Breug - Fhios - Leig Seachad".
Si avvicinò allo specchio e sfiorò l'intaglio con un dito, quasi che il tatto potesse rivelarle
quello che non le rimandava la vista.
«Quelle parole sono i poteri dello specchio, vuol dire: Vedere, Nascondere, Verità, Inganno,
Conoscenza, ed infine Ignoranza». Spiegò Aidan, intuendo la sua domanda inespressa. Rivolgendole
uno sguardo d'incoraggiamento, proseguì «Non ti preoccupare, quando risolveremo il tuo problema
visivo leggerai questa lingua come se fosse la tua. Nessuno di noi ha mai dovuto impararla, è una cosa
che viene da dentro e sai bene che invocando i tuoi poteri l'hai già pronunciata».
Celine lo guardava perplessa. Lui le poggio le mani sulle spalle e continuò.
«È tutto dentro di te, Celine. Non avere paura».
Le sembrò quasi che con quelle parole lui volesse dirle di non temerlo, che assurdità. Si guardò
intorno per riordinare le idee. I muri erano bianchi e spogli, il pavimento di marmo, anch'esso bianco, e
nella stanza c'erano soltanto lo specchio e una grossa poltrona dalla foggia antiquata.
«Sono confusa. Non capisco come sia possibile che io non sia come sono. In tutti questi anni
nessuno specchio mi ha mai rimandato un'immagine differente da quella che ho sempre visto.
Nemmeno questo ora». Disse, scrollando le spalle.
«E' difficile anche per me spiegartelo, poiché tu hai inconsciamente applicato il principio che
noi utilizziamo per confonderci tra gli umani anche a te stessa». Rispose Aidan allargando le braccia.
Poi con maggior convinzione riprese.
«Noi veniamo addestrati a confonderci agli occhi degli inops. Non vogliamo suscitare il loro
interesse con il nostro aspetto, o far sì che possano ricordarsi di noi e dovergli ripulire la mente, e
quindi impariamo a proiettare una differente immagine di noi stessi e contemporaneamente un'aura che
ci rende quasi sgraditi alle persone».
A quelle parole qualcosa si spezzò e qualcosa andò a posto nel cuore di Celine. All'improvviso
le cedettero le gambe, e sentì il bisogno di afflosciarsi sull'imponente poltrona di fronte allo specchio.
Aidan le si avvicinò preoccupato. Lei aveva la testa chinata, i lunghi capelli che le coprivano il
volto, e quando con una mano la costrinse a guardarlo in faccia, Aidan si accorse che due grosse
lacrime le solcavano il viso.
«Celine mi dispiace, non intendevo turbarti...» Cercò di scusarsi, inconsapevole che la causa di
quel turbamento non erano state le sue parole, ma quello che per lei significavano.
«Non sei stato tu». Lo fermò Celine, ricacciando indietro le lacrime.
«Ho passato tutta la vita a chiedermi perché la gente mi evitasse. Nessuna amicizia, sembravo
invisibile. Solo Matteo mi si è avvicinato in tutto questo tempo. Mi sono sempre chiesta se fosse colpa
del mio aspetto, se nessuna ragazza volesse essere mia amica perché ero grassa o sciatta, e la cosa buffa
è che, in effetti, era proprio colpa del mio aspetto, ma non nel modo in cui lo intendevo io. Ho sentito la
solitudine avvilupparmi, mi sono rifugiata in me stessa sempre di più, desiderando disperatamente
un'amica e, inconsciamente, ero proprio io a imporre alle persone di non avvicinarsi a me».
Aidan fece qualcosa che non si sarebbe mai aspettata: con delicatezza, fece scorrere i pollici
sulle sue guance cancellandole le lacrime dal viso.
«Capisco la tua tristezza, ma se hai sentito di doverlo fare, anche se non lo sapevi, vuol dire che
sei sempre stata in pericolo. Spesso tra gli umani si nascondono i lacchè dei signori delle ombre, è
possibile che ti cercassero già allora». Si fermò per controllare il suo sguardo, poi continuò. «Io sono
tuo amico, Celine. Ora hai me, e tante altre persone presto faranno parte della tua vita. Non sei più
sola». Disse incoraggiante.
La sua vicinanza, le mani ancora delicatamente appoggiate sul suo viso, fecero sentire Celine
percorsa da piccoli brividi. Aidan sapeva di buono, di luce, liquirizia e di prato bagnato dalla pioggia.
Se la luce del giorno avesse avuto un aroma sarebbe stato quello della pelle di Aidan: spontaneamente,
sorrise.
«Grazie» gli disse «ora basta reminiscenze, vediamo di mettere in pratica questo talento a mio
piacimento dunque».
Il momento era passato. Aidan si scostò, e si avvicinò allo specchio.
«Noi di solito immaginiamo di essere più anziani, o più brutti, o semplicemente fissiamo nella
nostra mente un viso anonimo e lo facciamo nostro». Iniziò a spiegare. «Non so quale sia la strada da
percorrere per te, forse devi immaginare di essere coperta da un velo e di volerlo rimuovere». Disse,
cercando una tattica per aiutarla. Le prese la mano e la trascinò verso lo specchio.
«Proviamoci almeno, ci verrà in mente qualcosa». La incoraggiò, spingendola a trovare da sola
la chiave per risolvere il problema.
La mattina volò senza ottenere risultato alcuno. Aidan era stranamente paziente, non la
prendeva in giro, la spronava a continuare, e se era stanco o annoiato non lo dava a vedere. Si
fermarono per mangiare dei tramezzini che erano stati loro portati; non parlarono molto. Celine era
mentalmente provata dalla fatica che faceva tentando di concentrarsi per riuscire a vedere oltre la sua
illusione.
«Non è maleducato che ancora non mi sia presentata a chi dirige questo posto?» Chiese poiché
si sentiva in imbarazzo ad approfittare di tutti gli agi di quella splendida dimora senza nemmeno
ringraziare chi ne era a capo.
Aidan fece spallucce.
«Morwenna è a Gallaibh, tornerà a breve. Nessuno dei presenti è un laoch e tu non sei tenuta a
presentarti a loro, e poi sono talmente tanti che ti ci vorranno giorni. Man mano che li incontrerai
faremo le presentazioni». Sminuì le sue preoccupazioni Aidan.
Vedendo la perplessità farsi strada sul volto di Celine, continuò.
«I poteri di chi vive qui sono al servizio dei guerrieri. Loro sono più deboli e noi li proteggiamo,
ma non esistono formalità di presentazione come tra gli umani. Questa è la nostra casa messa a loro
disposizione come luogo sicuro al di fuori di Gallaibh. Quando un laoch s'innamora e si sposa con
qualcuno di loro, di solito, tornano a vivere alla nostra Capitale ed il laoch fa domanda per entrare a far
parte della guardia della città. Quando prendi per moglie, o per marito, qualcuno che non condivide
questa vita, è inevitabile staccarsene per proseguire di fianco al compagno o alla compagna scelta».
Concluse.
«E' molto romantico». Disse Celine.
«Romantico?» Sputò Aidan «Io direi deprimente, passare gli anni a nascondersi
a Gallaibh riducendo le nostre già esili fila».
Celine si sentì ferita da quel commento quasi aggressivo, ma d'altra parte lei sapeva così poco
di quel mondo che non era in grado di giudicare le opinioni di Aidan. Preferì continuare a mangiare in
silenzio per riposarsi in attesa della sessione pomeridiana di "tortura cinese dello specchio".
Kaina era davvero infastidita dal comportamento di Aidan.
"Dimostrarle una tale indifferenza di fronte a quella ragazzina cui doveva fare da balia!" Se ci
pensava, le ribolliva ancora il sangue nelle vene.
Sapeva bene com'era fatto Aidan: ogni nuovo giocattolo era il suo sfizio fin quando non si
stufava e passava ad altro, ma lei aveva comunque nutrito qualche speranza in più. A differenza delle
altre era riuscita ad attirare più di una volta le attenzioni del guerriero dal cuore di ghiaccio, come lo
chiamavano tutte a sua insaputa, e considerando poi che il suo elemento era il fuoco c'era davvero di
che riderne.
Il peggio della giornata però doveva ancora arrivare perché il nuovo passatempo di Aidan,
Celine, aveva anche un fidanzato, per giunta un inops, e lei aveva l'ingrato compito di fargli da balia
fino all'ora di cena, visto che loro erano impegnati con lo specchio e Mavi, aveva intelligentemente
evitato di passare del tempo con lui, con la scusa di controllare se c'erano tracce di guerrieri ombra
intorno alla proprietà.
"Non tutto il male viene per nuocere". Si disse.
Avrebbe di certo trovato un modo per volgere a suo vantaggio la situazione.
Quando il ragazzo arrivò a Kaina non piacque per nulla. Tutti quei sorrisi e quelle esclamazioni
estatiche le sembravano false e fuori luogo: figurarsi se era contento di dove si trovava la sua ragazza e
soprattutto della persona con cui era! Non era certo a lei che doveva dimostrare di non temere Aidan,
"e poi quante domande!" Non stava zitto un secondo.
«Cosa fate in questa stanza?» Era il suo mantra continuo davanti a ogni porta, al punto che
Kaina era tentata di passare davanti alle stanze da letto e rispondere alla domanda con «ci accoppiamo»
giusto per vedergli scivolare via dalla faccia quel sorriso finto all'idea che avessero una stanza per gli
accoppiamenti, e fu così che le venne l'idea.
Giunti davanti alla porta della stanza dello specchio, puntualmente lui chiese «A cosa serve
questa stanza?»
Kaina fece una faccia contrita: era un'attrice nata.
«E' la stanza dello specchio».
Altro sorriso, come se lui avesse vagamente idea di cosa potesse essere "la stanza dello
specchio", e fece per proseguire andando oltre.
«Ehi, non mi fai vedere?» Chiese Matteo restando davanti alla porta.
«Ora non si può» disse lei, accennando un sorriso malizioso «c'è Aidan con il suo nuovo
giocattolo, lo spirito di Te?net non voglia che lo interrompiamo».
"Colpito e affondato" pensò Kaina, il sorriso di lui finalmente sostituito da un'espressione di
collera.
«Che cosa intendi con: c'è Aidan con il suo nuovo giocattolo?» Domandò quell'insulso
ragazzino, alterandosi.
Kaina assunse di nuovo un'espressione contrita.
«Oh cielo, scusami! A volte, quando mi faccio prendere dalle discussioni, perdo il senso del
tatto. Avevo dimenticato che sei qui in visita per Celine». Rispose facendo spallucce.
Come uno squalo che fiuta una scia di sangue Matteo si avventò sulla maniglia spalancando la
porta.
Celine era stanchissima, ma non le importava. Ce la stava davvero mettendo tutta, e soprattutto
non voleva cedere, non dopo che Aidan la incoraggiava dal mattino con una calma che lei non gli
avrebbe mai attribuito. A un certo punto aveva incrociato i suoi occhi nello specchio.
«Ti prego, dimmi cosa vedi!» Aveva esclamato, senza riuscire a trattenersi.
«Beh, vedo un bellissimo ragazzo alto e biondo...»
Celine lo aveva fulminato con un'occhiataccia.
«Non posso dirti come ti vedo, Celine. Potrei costruire nella tua mente un'immagine che ti
attribuiresti, e non avremmo fatto progresso alcuno» Scrollò le spalle «Proviamo così: chiudi gli
occhi».
Celine obbediente li chiuse, e sentì le mani di Aidan che si poggiavano sulle sue spalle. Si
irrigidì immediatamente, percependolo dietro di sé, e quando Aidan parlò capì che era con la bocca
vicino al suo orecchio
«Parti dai capelli, quelli sai come sono. Immagina di scendere per la fronte e incrociare i tuoi
occhi grigi, e prova a ricostruire il resto del viso. Pensa a te stessa come se ti stessi riflettendo su uno
specchio d'acqua che distorce la tua immagine, e plasmala». Disse Aidan pacatamente.
Celine non riusciva assolutamente a pensare ad altro che alle labbra di Aidan che si muovevano
sussurrando quelle parole. Desiderava solo farci scorrere il pollice sopra per sentire se erano davvero
così morbide come le sembravano. Strinse i pugni, e sperò che Aidan attribuisse il suo linguaggio del
corpo allo sforzo per concentrarsi, poi ripensò alla serietà che ci stava mettendo lui e cercò di
concentrarsi sul serio. Si sentiva terribilmente scorretta a fare certi pensieri mentre Aidan, ignaro della
sua fissazione, stava solo tentando di aiutarla. Fece come gli aveva detto lui: immaginò il suo viso
galleggiare su una superfice d'acqua, i contorni incerti che prendevano forma. Finalmente si stava
formando un'immagine nitida poco per volta, e Celine rallentò il respiro. Non doveva avere fretta, era
meglio non tentare di costruire un volto, bisognava lasciare che i dettagli venissero a galla da soli.
Riusciva quasi a distinguere i contorni del viso quando, ad un tratto, sentì sbattere la porta con
violenza, e non fece in tempo a girarsi che la voce di Matteo la trafisse.
«Che gioco interessante! Come si chiama? Seduci la prima ragazza che ti capita a tiro?» Chiese
sarcastico.
Aidan fulminò con lo sguardo Kaina.
«Cosa ci fate qui?» Domandò sgarbatamente.
Kaina si strinse nelle spalle.
«Ho accompagnato il ragazzo di Celine come mi ha chiesto tua sorella». Rispose fingendosi
indifferente.
Pronunciò la parola "ragazzo" con estremo sarcasmo, facendo maggiormente imbestialire
Matteo.
«Pensavo ti dedicassi qualcosa di più serio che farti prendere in giro da questo buffone che
tratta le ragazze come giocattoli, Celine». Disse con asprezza Matteo.
Aidan sbuffò.
«Adesso basta! Non ti prendo di peso e ti porto fuori solo perché lei è contenta che tu sia qui,
ma non farmici ripensare. Non hai idea di nulla di quello che accade qui dentro e non ti permetto di fare
allusioni volgari nei confronti di cose delle quali non conosci nulla. Non avresti nemmeno il diritto di
essere qui!»
La tensione nella stanza era palpabile.
Celine si sentì in dovere di riempire quel silenzio teso prima che quei due si accapigliassero,
rendendo Kaina ancora più felice di quanto non fosse. Era evidente che non aveva portato lì Matteo per
caso: la sua espressione puramente falsa non ingannava Celine.
«Aidan, mi dispiace!» Esclamò toccandosi i capelli «io ero quasi riuscita...» Farfugliò «Stava
funzionando!»
Matteo, che si era sentito completamente ignorato, s'introdusse nella conversazione.
«Celine, non dirmi che ti bevi queste baggianate sul fatto che hai un altro aspetto! Sii seria ...»
Aidan si rabbuiò di nuovo, ma evidentemente preferì lasciar correre.
«Vi lascio, ci vediamo a cena». Disse, uscendo dalla stanza con Kaina al seguito.
«Matteo, per favore, non ci vediamo da stamattina! Non litighiamo». Cercò di blandirlo Celine.
Tentava di essere cauta. Non voleva litigare con Matteo, ma era a corto di argomenti. Sentiva ancora la
pressione delle mani di Aidan sulle sue spalle, e si sentiva terribilmente in colpa. Matteo era la sua
unica certezza, la sola persona che le aveva voluto bene in quegli anni: doveva cercare di non farsi
travolgere da questa nuova realtà e ricordarsi di apprezzare quello che aveva con maggior rispetto.
«Non voglio litigare con te, ma neppure che quell'arrogante, abituato ad avere tutte le ragazze
ai suoi piedi, ti prenda in giro su cose che non sono al solo scopo di abbindolarti». Rispose Matteo con
voce neutra.
Celine si sentì ferita dal fatto che Matteo la credesse così stupida.
«Non è solo Aidan a dire che sono diversa, prima che tu entrassi stavo effettivamente notando
dei cambiamenti. Mi dispiace, so quanto questo possa sembrarti strano e confuso, ma io sento davvero
il bisogno di conoscere questa parte di me». Disse Celine decisa.
Sapeva di non dovergli offrire nessuno spiraglio per cercare di convincerla ad andarsene, o
avrebbe insistito all'infinito logorando il poco tempo che potevano trascorrere insieme.
Matteo faceva avanti e indietro per la stanza, come se cercasse in tutti i modi qualcos'altro da
dire per ferirla, ma alla fine rinunciò e le andò incontro.
«Scusami, sono un egoista. Questa separazione forzata peserà anche a te». Disse dolcemente.
Era la voce di Matteo, quella di sempre, ma Celine, per la prima volta, ebbe l'impressione di
avvertire qualcosa di mellifluo nel suo modo di fare.
Lui le accarezzò il viso e la baciò, prima con tenerezza, poi spingendole la lingua tra le labbra.
Celine aspettava di sentire il suo corpo rispondere al bacio. Lei amava Matteo, non poteva essere
altrimenti, ma allora perché le sembrava di assistere a un film nel quale non s‘immedesimava con la
protagonista?
Sentendosi terribilmente in colpa per i pensieri che aveva appena fatto, cercò di rispondere al
bacio, ma senza riuscire a metterci trasporto. Si staccò delicatamente da lui, non volendo dare
l'impressione di tentare di sottrarsi. Doveva provare a parlargli, forse essere onesta sarebbe stata la
cosa migliore.
«Matteo, ascolta, so che tutta questa situazione è una grossa fonte di stress per te. Lo capirei se
volessi prendere le distanze fin quando non potrò tornare a casa...» Abbozzò, pentendosi
immediatamente delle sue parole. Come le era venuto in mente di chiedergli una cosa simile? Avrebbe
dovuto prendere la cosa più alla lontana.
Matteo la scrollò per le spalle.
«Celine, non dire assurdità. Io sarei disposto a fare avanti e indietro più volte al giorno, anche
per vederti pochi minuti, ma non posso destare i sospetti di mia madre».
Sembrava così sincero e disperato che Celine si sentì stringere il cuore in una morsa. Lo baciò a
sua volta, cercando di infondere in quel bacio tutto il calore possibile per rassicurarlo. Tuttavia, quando
si staccò, si sorprese a chiedersi perché lo aveva fatto.
Stava vivendo sensazioni contrastanti: era certa di essere felice di poter passare del tempo con
lui, però, se prima semplicemente si sentiva priva delle giuste emozioni, adesso si sentiva quasi a
disagio ogni volta che le si avvicinava.
«Adesso andiamo a cena, ho una fame da lupi». Disse, per sottrarsi ai pensieri che le
affollavano la mente.
La tavola era apparecchiata per quattro: la tovaglia, i piatti, i bicchieri, le posate, non un solo
dettaglio stonava con la sensazione di trovarsi persi in un tempo lontano. Aidan non era ancora arrivato
e Matteo sembrò più sereno di trovare la stanza ancora vuota.
Poco dopo entrò una giovane donna. Era molto graziosa, con i lunghi capelli castani stretti in
una treccia, aveva un viso delicato e grandi occhi verdi, dall'espressione mite. Indossava abiti semplici:
una casacca bianca e un paio di pantaloni ampi in tinta a coprire il suo corpo aggraziato ma con delle
belle forme, il corpo di una donna fatta. Celine intuì subito che doveva avere almeno dieci anni più di
lei.
«Buonasera, Celine. Io sono Bounia, e mi occupo dell'andamento della villa. Sono una specie di
governante» si presentò «e vi servirò la cena. Aidan si scusa, ma ha preferito conferire privatamente
con la sorella per questioni inerenti alla Divisione e alla vostra sicurezza».
Celine le tese la mano «Molte grazie Buonia. Lui è il mio ragazzo, Matteo».
La ragazza fece un'espressione lievemente perplessa, ma solo Celine la scorse. Se aveva altro
da aggiungere lo tenne per sé: strinse la mano a Matteo e andò a prendere la cena.
Il cibo era ottimo, e ci mancò poco che Matteo non chiedesse il bis dell'eccellente arrosto con
patate che era stato servito.
Parlarono della madre di Matteo, e di come Mavi l'avesse convinta senza problemi che lei era
andata a stare da dei parenti per un certo periodo. Vista l'espressione afflitta del ragazzo Celine lo
rincuorò.
«Matteo, è meglio così. Già stiamo male noi due e tu sei in ansia tutto il tempo in cui non mi
vedi, lasciamo che tua madre sia serena».
«Sei molto dolce a preoccuparti per lei». Disse Matteo, accarezzandole il viso, poi continuò
«Mavi ha detto che avrebbe messo a posto tutto anche a scuola lunedì. Non so come, ma io non mi
preoccuperei».
Sembrava quasi divertito da quest'abilità, poi però cambiò espressione.
«C'è una cosa che ti devo dire, Celine» iniziò cupamente «scusami, non ho voluto rovinare
questa serata insieme, ma a breve dovrò andare e non posso rimandare oltre».
Celine entrò in tensione immediatamente, perché il viso di Matteo non presagiva nulla di buono.
«Non tenermi sulle spine» disse «lo sai che non sopporto quando fai i discorsi a metà».
Matteo parve farsi forza.
«Non c'è traccia di Mercurio a casa. Non so come sia successo, forse una di quelle maledette
finestre aperte, forse ti cercava. Mi dispiace». Disse mesto.
Celine si sentì malissimo. Quelle due semplici parole, "Mercurio" e "scomparso" nella stessa
frase erano come una coltellata in pieno petto. Quel gatto era stato il suo migliore amico da quando
aveva memoria, e si sentiva terribilmente in colpa ad averlo dimenticato a casa la sera prima. Non
aiutava certo che la sera prima le sembrasse distante anni luce.
Matteo, intuendo il suo dolore, si affrettò ad aggiungere «Non preoccuparti, Celine, lo cercherò
fino che non lo troverò».
Lei finse di sentirsi meglio, non potendo incolpare Matteo se Mercurio era sparito.
«So che se c'è un modo lo riporterai da me». Gli disse.
In quel momento entrò nella stanza Mavi.
«Spiacente di essere fautrice di cattive notizie, ma si sta facendo tardi ed io devo andare».
Disse, diretta come sempre.
«Non ti preoccupare Mavi, non è colpa tua. Anzi, grazie per i passaggi a Matteo». Rispose
Celine sorridendole.
La ragazza proruppe in una risata.
«E' divertente, mi fa un sacco di domande che per gli altri sono cose ovvie. Abbiamo sempre
dei viaggi ricchi di conversazioni». Disse allegra.
Matteo arrossì «Spero di non esaurire le domande».
Mavi lo canzonò «Alla fine toccherà a me».
Celine era contenta che Matteo, almeno con Mavi, andasse d'accordo. Se non altro avrebbe
potuto chiedere a lei dello specchio, ed essere rassicurato.
Matteo si alzò da tavola e Celine fece lo stesso, poi lui la baciò con trasporto.
«Tornerò presto». Le sussurrò all'orecchio.
«Ciao Celine, e non farti venire il mal di testa con quello specchio!» La salutò Mavi sorridendo.
Di Aidan non c'era traccia. Celine pensava che sarebbe andato a prenderla per tornare con lui a
esercitarsi, ma non lo vide da nessuna parte, quindi si avviò da sola.
Quando aprì la porta nella stanza era buio, ma si accesero subito i piccoli globi di fuoco sospesi
alle pareti. Aidan era seduto sulla poltrona, con la schiena poggiata a un manico e le gambe poggiate
sull'altro, e la guardava senza espressione.
«Tutto bene a cena?» Chiese indifferente.
Sembrava una persona diversa rispetto a quella che aveva passato tutta la giornata con lei: i suoi
cambiamenti d'umore la stravolgevano.
«Tutto a posto, mi dispiace che non ci foste tu e Mavi». Rispose Celine, mentre avanzava verso
lo specchio».
«Dovevamo parlare di un altro tipo di cose, e poi volevo vedere se quell'irritante ragazzo
sarebbe riuscito a convincerti a scappare a casa con lui». Ribatté in tono beffardo.
«Perché devi essere così sgradevole?!» Proruppe Celine «Matteo è solo sconvolto, le nostre vite
sono state stravolte in ventiquattr'ore! Ha paura di non rivedermi più, è normale che sia spaventato!»
Senza accorgersene aveva cambiato direzione, piazzandosi proprio davanti ad Aidan, e lui si
alzò all'improvviso facendola trasalire.
«Dovrai imparare che non permettiamo agli inops di trattarci come ha fatto Matteo oggi, e
soprattutto che loro non fanno parte di questo mondo». Disse sgarbatamente.
Celine non sapeva cosa controbattere. Quando Aidan era così strafottente risultava
insopportabile, tuttavia anche lei era rimasta imbarazzata dal comportamento di Matteo, e le sensazioni
ambigue che aveva avuto nei suoi confronti la facevano sentire in colpa, pertanto si sentiva in dovere di
difenderlo maggiormente. Tuttavia decise che fosse meglio cambiare discorso, spostandosi su un
terreno meno insidioso.
«Avete scoperto qualcosa sull'attacco di stamattina?» Chiese, speranzosa di ottenere altre
informazioni su quell'essere che la voleva catturare.
Aidan fu preso in contropiede dalla domanda e la rabbia abbandonò il suo viso.
«No, avevo sperato che scoprissero qualcuno a gironzolare intorno alla Divisione, un segnale
che avessero intuito la cortina dietro la quale ci celiamo e aspettassero di vederci entrare e uscire, ma
sembra proprio che non sia così». Rispose con una nota di preoccupazione nella voce.
«Non è possibile che sia stata una coincidenza allora?» Domandò Celine, sperando che si
potesse spiegare tutto semplicemente.
«No, quell'essere voleva te. Ti stava cercando». Rispose Aidan deciso.
Celine sbiancò. Aveva sperato che fosse solo una fatalità, l'agguato di quel mattino.
«Non ti preoccupare Celine, qui sei al sicuro. Sei con me, e non ti accadrà nulla». La rassicurò
lui con calore.
"Ora era nuovamente l'Aidan che lei amava avere vicino"
Appena si rese conto di aver formulato quella considerazione si sentì terribilmente in colpa.
Come poteva pensare all'Aidan che amava? Lei non lo conosceva neppure. Lui fortunatamente
scambiò quel rincorrersi di emozioni che lesse sul suo volto come una prova del suo timore.
«Celine, puoi stare davvero tranquilla. Se fossi in pericolo, te lo direi» fece una pausa, poi
indicò con la testa lo specchio. «Dai, continuiamo. Mavi ha parlato con Erskine oggi, e c'è la speranza
che quando risolverai questo problema potrebbe tornarti in mente qualcosa che magari non ricordi o hai
rimosso, o il motivo che ti ha spinto a nasconderti, anche a te stessa». La incoraggiò.
Celine gli sorrise, avviandosi verso lo specchio. Aidan ritentò con il metodo che pareva aver
funzionato nel pomeriggio, lei provò a concentrarsi, ma era troppo difficile. Forse erano state le
allusioni di Matteo prima, o quel pensiero che non aveva fatto in tempo a trattenere dentro di sé
sull'Aidan che amava, ma non riusciva a sentire altro che le mani di Aidan sulle sue spalle. Percepiva
le sue dita forti attraverso la stoffa, sapeva che le sue labbra erano a fianco al suo orecchio e, quando lui
le parlava per aiutarla a concentrarsi, riusciva solo a pensare che se avesse girato il viso avrebbe potuto
baciarlo. Si divincolò.
«Non ce la faccio così!» Esclamò scostandosi.
Sul volto di Aidan passò un lampo di perplessità.
«Così come?» Chiese con sincera curiosità.
«Non riesco a concentrarmi se mi stai così addosso!»
Celine si rese conto, solo dopo averle pronunciate, che quelle parole potevano essere
interpretate in molti modi e Aidan le interpretò nel peggiore di essi.
«Molto bene, allora sai cosa ti dico? Fai da sola, così non potrai lamentarti che ti sto addosso!»
Rispose, chiudendosi fragorosamente la porta alle spalle.
Celine, si sentì presa dallo sconforto: era riuscita a farlo arrabbiare di nuovo, quando invece ce
l'aveva solo con se stessa.
Aidan non faceva nulla di male, a parte tentare di darle una mano. Era lei che lo guardava in un
modo in cui non avrebbe dovuto. Decise di provare da sola con lo specchio: in fondo era lei che doveva
allenarsi, non Aidan. Perse completamente la cognizione del tempo e alla fine, per alleviare il dolore
che le trapassava le tempie, prese un cuscino dalla poltrona, ci appoggiò la testa e chiuse gli occhi.
"La stanza era scura. Non conosceva quel luogo eppure lo sentiva familiare. All'inizio pensava
di essere sola, poi lo vide. Aidan! Era in mezzo alla stanza, avvolto da radici nere che lo stavano
stritolando: non si muoveva, non urlava. Celine pensò che fosse già morto, e un urlo fortissimo le salì
in gola mentre correva verso di lui. Cercò di strappare le radici con tutte le sue forze, le mani che
sanguinavano copiosamente. Aidan era quasi livido, poi sentì la voce, un suono spregevole, maligno
«Guarda Celine! Il tuo potere lo sta annientando e tu non potrai fare niente per salvarlo!» Le radici
stringevano sempre di più, Aidan stava morendo davanti ai suoi occhi..."
Si svegliò di soprassalto, i capelli incollati alla nuca zuppi, la pelle ricoperta da un sudore
freddo. Si guardò intorno per essere certa che si fosse trattato solo di un sogno, scoprendo di non essere
sola.
Aidan era sulla poltrona, addormentato: doveva essere entrato dopo che lei si era appisolata.
Ora però anche lui dormiva, e poteva finalmente guardarlo senza il timore di essere scoperta a fissarlo
troppo.
I serici capelli biondi gli coprivano metà del volto, gli occhi blu come la notte ora celati dalle
palpebre che si muovevano al ritmo dei suoi sogni, le bionde ciglia che sembravano fili d'oro, la bocca
rilassata, il volto sereno: in quest' Aidan non c'era l'arroganza, non c'era la rigidità dei movimenti
studiati o le battute calcolate, era solo un ragazzo, un bellissimo ragazzo che dormiva serenamente.
Celine fu certa che non avrebbe mai percepito nessuno nettamente come lui: l'Aidan duro,
l'Aidan sprezzante era solo una maschera, lei lo leggeva sempre. Anche nei momenti peggiori, anche
quando pensava di essere un peso per lui, sapeva, in fondo, che non era il vero Aidan a parlare. Non si
spiegava come fosse possibile sentire così vicino qualcuno, non le era mai successo. Decise di voltarsi
verso lo specchio, voleva vedersi vicina a lui in quel momento, ma ciò che vide la sconvolse.
Vicino ad Aidan non c'era lei, ma una persona che non conosceva.
La ragazza che la fissava dallo specchio era bellissima, quasi eterea. Il suo viso sembrava di
porcellana, con le gote leggermente rosate, il nasino piccolo, le labbra rosse ben disegnate, folte ciglia
scure ad incorniciarle gli occhi, quelle iridi grigie! I suoi occhi! Celine ebbe il primo lampo di
riconoscimento.
I capelli, non più semplicemente castano-ramati ma attraversati da un'infinità di sfumature di
rosso, scintillavano cingendole la figura snella e ben proporzionata.
Si alzò in piedi, e i vestiti che fino a poco prima erano confortevoli le pendevano addosso: le
braccia e le gambe erano lunghe e aggraziate, lei stessa camminava con un'andatura fiera ed elegante,
mentre i capelli ondeggiavano sulle sue spalle e sui suoi fianchi terminando in piccoli riccioli sulle
punte. Arrivata dinanzi allo specchio, si toccò il viso, e la creatura armoniosa che la guardava da dietro
la superficie riflettente fece altrettanto; aprì la sua bocca in un'espressione di muto stupore e vide altri
due occhi che la guardavano dallo specchio.
Aidan si era svegliato ed era in piedi dietro di lei.
«Ce l'hai fatta?» Chiese stupito e felice.
Celine si voltò d'impulso e si gettò tra le sue braccia. Non rispondeva del suo corpo, stava
facendo tutto da solo. Riuscì solo a dire «Grazie». Poggiandogli la testa sul petto.
Aidan non disse nulla, ma fece qualcosa che lei non si aspettava, con una mano la cinse in vita
stringendola a sé, e con l'altra le accarezzò la testa poggiata sul suo petto. Poteva sentire il suo corpo
sotto la camicia leggera. Aidan era magro, ma i suoi muscoli erano comunque scolpiti da lotte e
allenamenti estenuanti. Le sue braccia, sulle quali la camicia si era sollevata fino agli avambracci,
erano ricoperte da una leggera peluria bionda ed erano forti anche se all'apparenza potevano sembrare
esili. Celine non seppe resistere, e inspirò il suo profumo. Aidan sapeva di buono, cercò di nuovo di
attribuire un nome a quell'aroma, e come la volta precedente i suoi sensi le restituirono le stesse
percezioni: luce, liquirizia e un prato bagnato dalla pioggia. Percepì nuovamente quella sensazione di
pace, come una nave che rientra in porto. Avrebbe potuto perdersi in quel momento per sempre e non
sarebbe stato mai abbastanza, sentendo di non essere mai stata così felice, fino a quando non riacquistò
la consapevolezza di star facendo qualcosa di sbagliato.
Un altro viso le balenò davanti agli occhi: un groviglio di corti riccioli scuri, occhi profondi
color nocciola, altri colori, altri momenti. Vide se stessa sola su una panchina e un ragazzo alto che le
chiedeva la sua amicizia, incurante del suo aspetto, incurante della barriera che inconsciamente
proiettava per tenersi distanti tutti. Vide la gentilezza, la pazienza dietro i suoi silenzi, la bontà di darle
una casa quando era rimasta sola al mondo e sentì che non poteva essere felice in quel momento, non
così, non a discapito di «Matteo».
Disse il suo nome senza rendersene conto e capì subito di aver fatto un grosso errore. Aidan
s'irrigidì, e contemporaneamente spostò le sue braccia lungo i fianchi. Celine sentì freddo quando colse
quella mancanza di contatto, e fredda era la voce di Aidan quando parlò.
«Cosa c'entra con tutto questo?» Le chiese con malcelata insofferenza.
«Mi stavo solo chiedendo cosa penserà quando mi vedrà così». Rispose Celine, che certo non
poteva dirgli tutto quello che aveva appena pensato.
«Beh, se ti voleva prima, non credo che ora ti respingerebbe, se è questo che ti preoccupa». Le
rispose con cattiveria.
«A volte sai essere così meschino che mi sembri due persone distinte, e ti conosco solo da un
giorno!» Lo rimbeccò Celine, non riuscendo a trattenersi.
Aidan la fulminò con lo sguardo. «Non ti preoccupare, quando finiremo non sarai più obbligata
a sopportare la mia compagnia e a conoscermi meglio». Disse freddo.
Celine si stava attorcigliando una ciocca di capelli intorno al dito, quasi con cattiveria, per
impedirsi di mettersi a piangere. Non voleva e non poteva farlo ora: doveva andare in camera sua. Si
diresse verso la porta.
«Dove stai andando adesso?» Le chiese Aidan perplesso.
«A dormire». Rispose Celine continuando a camminare.
Aidan le andò dietro raggiungendola quasi subito.
«A parte il cambiamento nel tuo aspetto, c'è altro?» Chiese con gentilezza.
Celine lo guardò confusa. Un momento prima sembrava non volesse parlarle mai più, ora le
poneva domande.
«No. Quando mi sono guardata, ci ho messo un po' a capire che era il mio volto che stavo
fissando nello specchio. Sono riuscita a comprendere le parole impresse sopra, proprio come mi avevi
detto. Ma non c'è altro». Rispose con voce mesta.
«Peccato. Avevamo sperato che conquistando la reale percezione di te potessi anche
rammentare perché hai iniziato ad usare la distorsione». Si limitò a constatare Aidan.
Le camminava a fianco in silenzio. Si vedeva che aveva sperato di riuscire a rispondere a tutti i
dubbi che restavano irrisolti, ma forse vedendo la sua delusione aveva preferito tenere per sé altre
domande. Celine gli era grata: aveva fatto così fatica per quel piccolo passo che, pensare a tutto quello
che ancora non sapeva di loro e di se stessa, era come immaginare una montagna insormontabile.
Di fronte alla porta di camera sua Aidan sembrava aver recuperato un po' di gentilezza.
«Sei stata brava, Celine, e ci sei riuscita da sola. Domani visiteremo il giardino, e presto
potremo iniziare un po' a esercitare i tuoi poteri». Le disse, appoggiandosi allo stipite della porta di
camera sua.
«Domani è già oggi, ci separano poche ore dal mattino. I giorni si stanno fondendo in un
turbinio di cose nuove, temo di non essere all'altezza di tutto questo ...» Rispose Celine, colta dalla
paura di non essere alla portata delle aspettative che tutti loro si stavano facendo su di lei.
Aidan interruppe immediatamente quel suo discorso pieno d'incertezza.
«Non temere, lo sarai. Sei nata per questo.» Disse dolcemente.
Celine avvertì un tocco leggero sul suo viso: due dita delicate le sfiorarono lo zigomo e in quel
punto sentì la pelle ardere.
«Buonanotte, Celine».
Era stato un attimo: Aidan si era già chiuso la porta alle spalle, lasciandola imbambolata in
piedi davanti alla sua stanza.
Celine entrò nella camera confusa. Il suo mondo stava cambiando a una velocità che non le
consentiva di fermarsi a riflettere, ma soprattutto era incerta sui suoi sentimenti. Si era autoconvinta di
amare Matteo, nonostante la mancanza di trasporto, perché credeva di essere diversa e di non saper
provare le cose giuste. Adesso, invece, Aidan suscitava in lei emozioni che non aveva mai sentito né
pensato di essere in grado di provare. Sapeva di dover porre fine alla sua storia con Matteo, ma non era
certa fosse la cosa giusta da fare. Si sentiva terribilmente egoista e in colpa: lui l'era stato sempre
vicino e meritava il suo amore e il suo rispetto. Fino al giorno prima, farsi questo discorsetto mentale
era sempre bastato a mettere a tacere la vocina che sentiva dentro di sé, ma adesso pareva non sortire
alcun effetto.
La preoccupavano maggiormente le sensazioni di fastidio che provava nei confronti di Matteo.
Era vero che non aveva mai provato il trasporto che per Aidan avvertiva dopo appena un giorno, ma
non era solo quello. Adesso stare di fianco a Matteo era diventato difficile, quasi sgradevole.
Nonostante tutto quello che si ripeteva per convincersi che gli doveva il suo affetto, quando lo aveva
rivisto quel pomeriggio e lui si era avvicinato non era riuscita a impedirsi di provare fastidio.
Forse fu la tranquillità della stanza, forse il letto morbido su cui si era sdraiata, ma si
addormentò senza neppure rendersene conto.
Capitolo 8 - Talismano
Celine si svegliò all'improvviso, con qualcuno che bussava insistentemente alla porta.
«Avanti». Disse senza pensarci.
Se ne pentì immediatamente, non pensava fosse molto elegante invitare Aidan ad entrare mentre
era ancora nel letto. Fortunatamente era Buonia.
«Buongiorno, Celine. Aidan a colazione mi ha detto di portarti questi». Esordì allegra. Teneva
in mano una grossa scatola rettangolare.
«A colazione?» Chiese Celine stranita.
«Sono quasi le undici, ed Aidan cominciava a spazientirsi. Così ho proposto di venirti a
chiamare». Disse Buonia, trattenendo a stento le risate.
«Oddio, non mi ero resa conto di aver dormito così tanto!» Esclamò Celine, realizzando che la
sera prima era entrata nella camera al buio, senza nemmeno guardarsi intorno, lasciandosi cadere sul
letto e addormentandosi di colpo mentre rifletteva sul turbinio di emozioni che la scombussolavano.
Alla luce del giorno la stanza le appariva accogliente e luminosa, molto più intima di quella in
cui aveva dormito alla Divisione. Il bianco era predominante nei tessuti delle coperte, nelle tende alle
finestre e nei drappi del sontuoso baldacchino, ma il mobilio era di un bel legno color cioccolato.
Un comodino con specchio annesso era ricoperto di prodotti di bellezza, e Celine si chiese se
fosse stata Buonia a darsi la pena di preparare tutto quell'armamentario per lei.
«Lo specchio può stancare molto, e la fatica mentale non va sottovalutata». Disse Buonia
interrompendo i suoi pensieri: un sorriso sincero illuminava il suo volto, niente a che vedere con Kaina.
Le si stringeva lo stomaco solo al pensiero del disprezzo con cui la guardava.
«Farò in modo di essere rapida. Puoi dirgli di aspettarmi nell'ingresso?» Chiese Celine
cortesemente.
Buonia le porse la scatola. «Certamente, Celine». Si limitò a risponderle, chiudendosi la porta
alle spalle.
Una volta rimasta sola, Celine appoggiò la scatola sul letto e decise di farsi una doccia. Si
sentiva contratta, ma l'acqua calda e il delizioso bagnoschiuma nella boccetta verde poggiata a fianco
al portasapone la rilassarono, al punto che quando passò davanti allo specchio in camera, non
appannato dal vapore, sussultò. Non era abituata a vedersi nel suo nuovo corpo. Si sforzò di rivolgere la
sua attenzione alla scatola sul letto, e l'aprì.
Al suo interno era riposta la sua prima vera tenuta da laoch. Ormai quelle parole dal suono
strano le venivano in mente come se avesse sempre parlato quella lingua. Non aveva quasi il coraggio
di toccare quegli abiti da quanto erano belli.
Il tessuto al tatto era qualcosa che non riconosceva: probabilmente erano materiali utilizzati dai
tessitori dei Custodi degli Elementi e per questo non aveva idea di cosa fossero.
La camiciola era bianca e aderente, lunga fino alla vita, il cui tessuto sembrava lo stesso velo
coprente di quella che indossava Mavi la prima volta che l'aveva vista. Aveva una scollatura che per la
vecchia Celine sarebbe stata decisamente imbarazzante e un piccolo fiocchettino delicato al centro. La
scatola conteneva anche un gilet che, una volta indossato, arrivava fino alle cosce, affiancato come la
camiciola, e che riprendeva con grazia le sue curve. Era verde smeraldo e si chiudeva sul davanti con
dei piccoli laccetti, tipo quelli di un bustino, in un tessuto che sembrava seta.
Poi fu la volta dei pantaloni. Erano confezionati con un tessuto che somigliava alla pelle, di un
marrone caldo, e avevano sul lato esterno delle bande verticali verdi dello stesso colore e tessuto del
gilet. Seguiva una giacca leggera, senza maniche, identica ai pantaloni come tessuto e colore. Arrivava
a metà coscia e sembrava modellarsi sul suo corpo. Non aveva bottoni o chiusure, solo in vita uno
spesso cinturone che si allacciava sull'anca, e restava parzialmente aperta sul davanti lasciando vedere
gli abiti sottostanti. Appesa al cinturone c'era una piccola sacca verde, in tinta con il resto e vuota. I
guanti, anch'essi verdi e simili a seta, lasciavano le dita nude e arrivavano oltre i gomiti; gli stivali
dello stesso marrone del completo le arrivavano al ginocchio, ed erano chiusi da piccole stringhe e da
una fibbia in cima, i tacchi erano vertiginosi, però questo suo nuovo corpo sembrava trovarli
portabilissimi, persino comodi.
Nella scatola era rimasto l'ultimo pezzo, ma Celine pensò fosse opportuno usarlo solo per
uscire dalla villa. Non voleva attirare i sorrisini di quella iena di Kaina se l'avesse incontrata, e lasciò
quindi dentro la scatola il bellissimo mantello con cappuccio che riprendeva i colori degli abiti che
aveva appena indossato.
Si fermò davanti allo specchio nuovamente, non potendo credere di essere quella ragazza alta e
flessuosa. Voleva smetterla di fare continuamente una cosa che fino al giorno prima non le interessava
minimamente, ma non poteva farne a meno. Chiunque si fosse trovato, come lei, a passare dallo stato di
ragazza insignificante a quello di donna seducente nel giro di un giorno non avrebbe potuto resistere
alla tentazione di specchiarsi in continuazione per assicurarsi che fosse tutto vero. "Ok, adesso
basta" pensò, e uscì dalla porta di corsa precipitando addosso ad Aidan.
«Celine, devi piantarla di saltarmi addosso, o potrei pensare che tu stia iniziando a diventare
come Kaina». La prese in giro Aidan ridacchiando.
"Almeno si è alzato di buon umore" pensò lei.
«Non era mia intenzione, stavo scendendo a raggiungerti. Piuttosto, cosa ci facevi dietro la mia
porta?» Chiese allegra.
Aidan si stava già avviando verso le scale: non stava un attimo fermo, e Celine fu obbligata a
corrergli dietro.
«Non ero dietro la tua porta. Stavo per venirti a chiamare perché ti aspettavo da più di
mezz'ora. Quanto ti c'è voluto a vestirti?» Chiese con espressione di finta indifferenza.
Celine arrossì, non potendo certo dire che si era specchiata per buona parte del tempo. Aidan
l'avrebbe presa in giro.
«Ho fame». Disse per cambiare discorso. Aidan si portò una mano alla fronte con fare teatrale.
«Meno male che c'è qualcuno che pensa a tutto. Mentre ti guardavi allo specchio ho fatto
preparare un cestino con tramezzini e bibite, che ci aspetta giù all'ingresso. Andiamo alla scoperta del
giardino».
Rideva da sotto il ciuffo biondo che gli copriva metà del viso.
«Mi stavi spiando?» Chiese Celine imbarazzata.
«No, ma dalla tua risposta deduco di aver indovinato cosa stessi facendo». Le giunse in risposta
dal fondo della scala.
Celine gli corse dietro di nuovo per raggiungerlo.
«Sei odioso quando fai così!» Disse incrociando le braccia sul petto.
Quando lui si voltò per ribattere, notò che anche lui aveva indossato la tenuta, solo che nella sua
predominava il nero. Le bande verticali sui pantaloni erano di un colore non ben definito, come se vi si
rincorressero delle fiamme: sprazzi di rosso, oro, e arancione, e lo stesso per il sotto giacca. La camicia
era nera come il resto, sbottonata fino allo sterno; la sua giacca aveva le maniche lunghe, e sulle mani
portava dei guanti in pelle nera che arrivavano fino ai polsi lasciando le dita libere. Era bello in maniera
sconcertante, al punto che Celine ammutolì.
Si rendeva conto che, spesso, era talmente colpita dal viso di Aidan da non notare il resto.
«Ti sei stancata d'insultarmi, o ti sei accorta che sono incredibilmente bello?» Domandò lui con
un sorriso divertito.
Celine arrossì violentemente.
«Sai, dovresti considerare che a volte le persone hanno anche altre qualità, oltre il loro aspetto».
Disse piccata.
«Ah, ma io non sono solo bello. Sono anche coraggioso, abile, brillante...»
«Bla bla bla». Lo interruppe Celine mimando con le mani il becco di un'oca.
«Quindi perché sei ammutolita prima?» Chiese lui ancora più divertito.
«Sono stata travolta dalla tua arroganza probabilmente». Rispose Celine, riprendendo a
camminare.
Aidan al suo fianco ridacchiava. Che cosa irritante! Era stata davvero patetica a farsi beccare in
quel modo: se ci fosse stata Kaina nei paraggi avrebbe riso per giorni.
Quando uscirono dalla villa, però, era di nuovo di buon umore. Ricordava quando, il giorno
precedente, aveva notato i giardini della tenuta e non vedeva l'ora di guardarsi intorno. Aidan era
allegro. Si vedeva che non aveva scherzato quando diceva di amare quel parco, e anche se le seccava
ammetterlo aveva ragione: era persino meglio della villa.
La lunga peschiera centrale terminava di fronte alla scuderia e alle cedraie che erano protese a
semicerchio come a voler abbracciare la vista, mentre da entrambi i lati della proprietà si estendevano i
boschi che celavano piccoli sentieri, ognuno dei quali, conduceva a delle viste da togliere il fiato.
Era impossibile descrivere quanto fosse emozionante passare sotto un tunnel naturale di
rampicanti intricati, con rami e foglie così fitti da ostruire il cielo: sembrava di essere in una grotta
verde che pulsava vita.
Anche se era novembre il giardino era completamente vivo, e Aidan notò che l'attenzione di
Celine era catturata dai colori vivaci delle piante e dei fiori, e dalla loro vitalità sorprendente
nonostante la stagione.
«Chi si prende cura della casa, e delle illusioni che la celano al mondo umano, si cura anche di
dare al giardino un aspetto vivo durante tutto l'anno. È come un piccolo paradiso sempre verde». Disse
allargando le braccia, a indicare tutto il terreno attorno alla proprietà.
Celine si rese conto che era sciocco non averci pensato da sola, visto cos'era stata capace di fare
nel chiostro della sua villa di famiglia. Era come se ci fosse all'opera una strana magia in quel posto, la
stessa luce bianca e calda che aveva avvertito quando aveva fatto esplodere di vita il suo giardino
morto da tempo.
Era profondamente colpita dalla bellezza della proprietà. C'erano scorci cui si arrivava per
stretti viottoli, dai quali si ammirava il percorso appena fatto dall'alto. Da qui si poteva notare che il
giardino era disegnato da lunghe prospettive che s'incrociavano tutte: quel posto era un capolavoro
architettonico, anche nella disposizione di piante e fiori. Si rese conto che ogni panchina, ogni sentiero,
ogni spiazzo, addirittura ogni vaso, non era messo a caso. Tutto aveva un senso, e tutto era armonico e
complementare.
Lei e Aidan mangiarono camminando. I pensieri di Celine erano persi in quel verde, le
sensazioni tutte occupate a trasmettere al cervello cosa le provocava la vista di uno scorcio, di un fiore
che non aveva mai visto o semplicemente del profumo dell'aria in quel luogo.
«Non ho mai visto un posto così perfetto. Sembra che ogni cosa qui sia in armonia». Disse per
l'ennesima volta.
Aidan fece un mezzo sorriso «Beh, se ci chiamiamo Custodi degli Elementi un motivo ci sarà,
no?» Scherzò.
«Dopo aver visitato la villa, non credevo che sarei rimasta così colpita da qualcos'altro
nell'arco di così poco tempo».
Celine non faceva altro che guardarsi intorno.
«Lo dici solo per non ammettere che avevo ragione, e che qui fuori è ancora meglio». La
solleticò Aidan.
«Hai ragione, odio doverlo ammettere, ma è come dicevi tu. Questo posto ti prende il cuore».
Rispose Celine, riconoscendogli che quello che le aveva anticipato era corretto. Certo, la casa era un
sogno e lei ne era completamente innamorata, però quel giardino le faceva battere il cuore in modo
straordinario.
Aidan la portò a vedere la casa dei giardinieri e l'orangerie, dove c'era una collezione di agrumi
e piante differenti che lei non avrebbe saputo riconoscere; le serre e gli antichi broli erano anch'essi
molto suggestivi, ed in essi ogni cosa era studiata nel minimo dettaglio, ogni piccolo particolare
concepito per essere in armonia con il resto. Lungo i sentieri appartati c'erano delle panchine di
marmo, la cui posizione era studiata per garantire la riservatezza a chi vi si sedeva.
Celine notò che Aidan era diventato improvvisamente silenzioso.
«Sei stanco?» Gli chiese Celine.
«No, io non mi stanco mai di girare per questi giardini. Ma ormai sono le quattro passate e tra
poco sarà buio. Ora c'è la luce perfetta, vieni». Disse con un guizzo nello sguardo.
La afferrò per un braccio trascinandosela appresso, come un ragazzino che volesse mostrare
qualcosa di molto speciale che aveva fatto. Celine si fece prendere dal suo entusiasmo senza accorgersi
di star correndo mano nella mano con lui. Improvvisamente, prima di una svolta, Aidan si fermò.
«Ok, ora chiudi gli occhi. È dietro l'angolo». Disse, piazzandosi davanti a lei.
Celine non se lo fece ripetere, troppo curiosa per fare storie. Aidan la tenne per le spalle, per
assicurarsi che camminasse nella giusta direzione.
«Non ti preoccupare, sono pochi passi. Non ti farò cadere». -Disse per tranquillizzarla.
Fecero davvero pochi passi, ma Celine ebbe comunque il tempo di rendersi conto che non aveva
timore a farsi guidare da lui.
«Ora puoi guardare». Le disse con voce carica d'aspettativa.
Celine aprì gli occhi e rimase incantata.
«E' splendido!»  Fu tutto ciò che riuscì a dire.
Di fronte a lei si apriva un intricato labirinto di siepi di bosso, al cui centro si stagliava una
torretta con due eleganti rampe a chiocciola. Stava calando la sera, e la luce soffusa e la nebbiolina
leggera davano al luogo un'aura irreale.
Celine ammirò ogni dettaglio, sentendo il profumo di tutto quel verde: sembrava che la natura
pulsasse, ed anche Aidan a fianco a lei sembrava raggiante.
«Lo visitiamo?» Chiese con espressione rapita.
«Non adesso, sta diventando buio e presto dovremo rientrare per cena. Se vuoi posso
raccontartene la storia». Rispose lui con entusiasmo.
Si sedette su una panchina nascosta lì a fianco, e Celine lo imitò.
«Come avrai immaginato, questa villa ha moltissimi anni. Risale al 1700, ed anche noi allora
non eravamo moderni nel corteggiamento come oggi» fece una pausa teatrale, ma Celine non s'irritò.
Lo ascoltava rapita: tutto ciò che era antico l'affascinava.
Aidan, vedendola coinvolta, finalmente si decise a continuare. «All'interno di questo labirinto si
faceva il gioco tra dama e cavaliere,: lei si poneva sulla torretta al centro, con il volto mascherato, e lui
percorreva il labirinto per raggiungerla. Se ce la faceva, una volta arrivato, la dama svelava la sua
identità togliendosi la maschera, ma era quasi sempre una vista inattesa. Non era infatti scontata
l'identità di chi si sarebbe trovato sotto la maschera. Se andava male, ci si era divertiti; se andava bene,
si aveva l'occasione di dichiarare il proprio amore alla dama desiderata. Con il tempo, i più romantici
presero una particolare abitudine: quando sceglievano la propria compagna, la facevano portare al
centro con una scusa e percorrevano il labirinto per poi dichiararsi».
Gli occhi di Celine scintillavano. «Avrei voluto vivere allora». Disse senza pensarci.
«Come ti ho detto, una volta, in queste residenze viveva molta più gente. Ora poco a poco
stiamo diminuendo». Ribadì Aidan con voce inquieta.
«Come mai?» Chiese Celine.
«Beh siamo sempre meno. Le fila di Fàs non si assottigliano mai: lui ha una fonte inesauribile
di marionette, gli umani che riesce a corrompere; noi invece non possiamo mutare un umano in uno di
noi. Possiamo solo nascere così, e non tutti hanno potere a sufficienza per essere laoich. Certo
possiamo scegliere di non invecchiare, ma questo non ci esula dalla morte in battaglia».
«Sei un vecchio?» Chiese Celine senza pensarci.
Aidan proruppe in una fragorosa risata.
«Non mi dire, ti piacerebbe potermi guardare come un anziano maestro?» Domandò
strizzandole l'occhio, poi vedendo la sua espressione sconcertata si decise a proseguire. «Va bene, non
mentirò per spaventarti. Ho effettivamente poco più che vent'anni. Ancora non posso rigenerarmi, non
prima dei venticinque: è a quell'età che il potere inizia a diventare meno forte, e se vogliamo restare
guerrieri traiamo energia dal raggio della rigenerazione». Rispose sinceramente.
Cogliendo la domanda inespressa nel viso di Celine proseguì «nella sala dentro il Tempio della
rigenerazione, a Gallaibh, avviene la prima cerimonia di rigenerazione. Abbiamo altri posti per poterci
rigenerare un minimo nelle sedi, ma il raggio più potente è solo nella capitale. Restiamo forti e
fisicamente immutati, ma solo i laoich possono rigenerarsi. I poteri dei saoranaich, quelli come Kaina
o Buonia, sono deboli, ma resteranno tali per sempre. Non possono rigenerarsi, e per questo di solito
un laoch che si sposa con uno di loro rinuncia a combattere, per invecchiare insieme».
«Non c'è modo di rigenerarsi per una persona come Buonia?» Chiese Celine che voleva saperne
di più.
«Beh, in alcuni casi si possono fare degli allenamenti, e poi sostenere la prova di rigenerazione.
Ma si fa solo in casi estremi o con persone particolarmente dotate. Il raggio di rigenerazione, se non si
è pronti, o abbastanza forti per riceverlo, uccide sul colpo». Rispose Aidan paziente.
«Come mai alcuni di voi però sembrano più anziani? Ad esempio, Erskine». Domandò Celine
incuriosita dal fatto che il Maestro sembrasse intorno ai quarant'anni.
«Sono scelte di vita. Erskine, ad esempio, ha perso sua moglie, morta durante la gravidanza con
il bambino. Per molti anni lui ha vissuto a Gallaibh in solitudine, aspettando la morte, fino al momento
della battaglia di diciannove anni fa»  Aidan fece una pausa, probabilmente per cercare di raccontare la
storia di Erskine nel modo più imparziale possibile. «Nei giorni che seguirono la battaglia, in mezzo a
tutta quella morte, si pentì di non essere stato in grado di aiutare la sua gente, e riiniziò a rigenerarsi.
Poco dopo conobbe Ermer e, per allontanarsi da Gallaibh che per lui era fonte di dolore costante,
accettò il comando di questa Divisione a Venezia». Terminò.
Celine era stupita: non si aspettava che la storia di Erskine fosse così triste.
«Scusa, non immaginavo che fosse una cosa così delicata la storia di Erskine, altrimenti non
avrei chiesto» Disse impacciata.
Aidan le sorrise «Non ti preoccupare. Sei una di noi, ma non hai mai vissuto tra noi: è normale
tu abbia delle curiosità, ed io sono qui apposta. Anzi, a proposito del mio ruolo, tieni». Disse,
prendendole la mano e depositandovi un sacchettino di cuoio scuro.
«Che cos'è?» Chiese Celine stupita.
«Di solito domandi cosa sono i regali prima di aprirli? Mi è sfuggita questa bizzarra usanza
umana?» Ribatté Aidan canzonandola.
Celine arrossì «Scusa non avevo capito che fosse un regalo».
Con delicatezza snodò il filo che teneva chiuso il sacchetto e lo capovolse nell'altra mano per
vederne il contenuto. Era, senza ombra di dubbio, il suo talismano. Una piccola sfera luminosa
sembrava custodire al suo interno un minuscolo universo in miniatura, pulsante di luce bianca, al cui
interno nascevano, crescevano, fiorivano e morivano minuscoli fiori e piante. A metà c'era una specie
di linea, e sotto di essa c'erano le radici e la terra. Era meravigliosa.
«Si chiama Talún, e come avrai capito è il tuo talismano. Lo devi tenere in quella piccola sacca
appesa alla cintura». Disse Aidan indicandogliela.
«Ehi aspetta! Mi hai imbrogliato! Non spetta di diritto a ognuno di noi un talismano? Non è un
regalo!» Esclamò Celine cercando di canzonarlo a sua volta.
«Grazie Aidan, è bellissimo. Hai avuto un pensiero gentile» cantilenò lui facendole il verso, poi
riprese «sì, è vero. Spetta a ognuno di noi. Ma è un dono da parte dei nostri genitori: viene fatto fare su
richiesta, ognuno con un nome differente, ed è un regalo speciale che si fa ai propri figli quando
iniziano a manifestare l'attributo che li caratterizza. A me lo fecero fare i genitori di Mavi, poiché
quando i miei sono morti ero troppo piccolo. Giacché la tua non è la situazione classica, l'ho fatto
preparare io per te. Di solito ci sarebbe una cerimonia in famiglia, ma ora le circostanze sono diverse e
ho pensato di dartelo qui».
Celine era imbarazzatissima: Aidan aveva fatto davvero un bel gesto per lei, e non sapeva cosa
dire. Tenne le mani serrate sul bordo della panchina per impedirsi di abbracciarlo. L'idea che fosse
quasi ora di cena, e che a breve sarebbero arrivati Mavi e Matteo, funzionò bene da deterrente, e le fece
assumere un tono contrito. «Mi dispiace, Aidan. Credevo volessi prenderti gioco di me. Scusa, non
conosco le vostre usanze».
Aidan fece un sorriso beffardo. «Non fa niente. Ma non sempre se sono gentile vuol dire che ti
sto prendendo in giro, Celine. Tienilo a mente» -disse con uno scintillio negli occhi «e poi, se mai, le
nostre usanze. Ora fai parte anche tu di questo mondo». Terminò la frase.
Celine aveva lo sguardo incatenato al suo, sentiva che per quanto quella situazione sembrasse
tranquilla c'era una sorta di tensione. Volle a tutti i costi riempire quel silenzio, perché non era più
imbarazzante, era intimo.
«Questo mi rammenta anche» disse, sfiorando la piccola sacca che ora conteneva il suo
talismano «che non sappiamo ancora nulla di me».
Il momento era passato. Aidan distolse lo sguardo. «Hai ragione. Sei spuntata dal nulla dopo
diciotto anni nel mondo umano. Non sappiamo quali siano le tue vere origini, o il cognome dei tuoi
genitori, ma credimi: faremo il possibile per scoprire di più». Disse convinto. «Morwenna è la
discendente di una delle famiglie originarie ed è una dei Dìdean-Comhairle, i Protettori del Consiglio.
Si daranno sicuramente da fare per scoprire il tuo mistero. Lei ha vissuto per molti anni a Gallaibh:
forse conosceva i tuoi genitori, o forse si ricorda di qualche giovane coppia di laoich morta con una
figlia piccola, o a cui magari avevano rapito una figlia».
Celine fece una smorfia. Era troppo doloroso illudersi che i suoi genitori, o dei suoi parenti,
fossero ancora vivi. Le bastava scoprire come mai non avesse saputo nulla di quel mondo fino a
qualche giorno prima, e perché quelle orribili creature volessero catturarla.
Aidan intuì dalla sua espressione di aver toccato un tasto dolente. «Mi dispiace, Celine. Non
volevo illuderti, è solo che sei un tale mistero! Io e Mavi l'altra sera abbiamo passato il tempo a fare
ipotesi senza venire a capo di nulla».
Si era fatto buio, stranamente però Celine non sentiva freddo. «Come mai non ho freddo?»
Chiese cambiando discorso.
«Questi vestiti sono fatti da noi: non avrai mai freddo o caldo indossandoli. La stoffa è stata
trattata dai nostri tessitori, utilizzando tecniche particolari, che solo loro conoscono». Rispose Aidan
accarezzando un lembo della sua tenuta.
«Per questo non mi sembra di nessun materiale conosciuto, anche se ci somiglia molto?» Chiese
Celine.
«Esattamente, indossi seta, pelle e velo, ma sono tutti stati lavorati dai tessitori, intessuti e tinti
con le polveri dello Spirito della Terra, nel tuo caso» Aidan si alzò. «Rientriamo, Celine. È sera ormai,
e altrimenti faremo tardi per cena. Anche se non è che impazzisca dal desiderio di rivedere l'inops».
Disse Aidan alzando gli occhi al cielo.
«Non essere cattivo, Aidan, e poi ci sarà anche Mavi. Dovresti almeno essere contento di vedere
lei».
Aidan fece una smorfia. «Amo mia sorella, ma posso resistere senza vederla qualche giorno».
Celine sbuffò. «Cerca di comportarti bene, e non rendermi le cose più difficili di quello che
sono». Disse esasperata.
Aidan la guardò perplesso. «Esattamente, cosa ti risulta difficile, Celine? Fingere che non
appartieni a un mondo che non è più il suo, o c'è qualcos'altro?» Chiese duramente.
Era sempre così con Aidan: sapeva essere gentile e dolce, per poi piombare dopo poco nella più
totale arroganza.
«Io non sto fingendo, sto solo cercando di fare combaciare le mie due vite». Rispose Celine,
rendendosi conto, subito dopo, che nemmeno lei sapeva bene cosa intendeva.
Aidan la guardò trionfante. «E questo non si chiama fingere? Non hai due vite, ne hai una sola.
La vecchia ha cessato di esistere pochi giorni fa. La vita è un flusso continuo, non puoi arrestarla o
dividerla, come per il labirinto che ci siamo lasciati da poco alle spalle. È una metafora: ci si entra con
il desiderio inconscio di perdersi per poi ritrovarsi. Nessuno vuol davvero smarrire la strada, solo che in
certe svolte della vita ci piace fingere di perderla per poi ritrovare la giusta via. Il brivido dello sbaglio
attira sempre».
Celine non seppe cosa rispondere. Sentiva che Aidan aveva ragione, ma faceva male. Oh, se
faceva male. Camminò al suo fianco in silenzio, ormai sul sentiero principale: in lontananza si vedeva
già la villa illuminata, la decappottabile di Mavi parcheggiata lì davanti. Matteo era sicuramente
arrivato.
Celine si era completamente dimenticata, durante l'arco della giornata, che Matteo l'avrebbe
vista diversamente, e si chiese che impressione gli avrebbe adesso. Doveva ammettere con se stessa che
non si era minimante chiesta se gli sarebbe piaciuta o no, ma semplicemente se si sarebbe arrabbiato a
vederla vestita così, o se si sarebbe intristito rendendosi conto che, giorno per giorno, si stava
allontanando da lui. Avvicinandosi alla villa scorse due sagome sedute sui gradini che ridacchiavano,
Mavi e Matteo. Quando furono abbastanza vicini, Matteo alzò la testa e incrociò il suo sguardo.
Stranamente Celine non riconobbe ammirazione o gioia nel vederla: sembrava più che altro infastidito,
ma fu solo un attimo. Poi, un sorriso gli illuminò il viso, e Celine pensò di aver immaginato tutto.
«Celine!» Esclamò, e fulmineo la strinse tra le braccia. Con una mano le scostò dal viso i
capelli e attirò la sua bocca sulla sua, baciandola con possessività, stringendola così forte che quasi le
mancava il respiro. Con la coda dell'occhio vide Mavi che ridacchiava ancora seduta sui gradini e
Aidan in ombra, poco più avanti di loro, che stringeva i pugni.
Era orribile, un momento decisamente imbarazzante: sembrò stessero facendo uno spettacolo
d'intrattenimento, e Celine sciolse l'abbraccio fingendo una contentezza che non provava.
«Allora, come mi trovi?» Chiese per distrarre Matteo.
Lui la squadrò con fare teatrale dalla testa ai piedi. «Bellissima, ma lo sei sempre stata. Forse
per esserlo per qualcun altro c'era bisogno che cambiassi».
Aidan sbuffò. «Sai cosa vuol dire essere ottuso, Matteo?» Vedendo che l'altro non rispondeva,
continuò «Io non ho mai percepito la Celine che vedevi tu. Per me lei è sempre stata così. Le illusioni
dei Custodi non bloccano la mia vista, sono i tuoi occhi da inops a esser stati ciechi prima».
Matteo guardò Aidan con disprezzo. «Sei bravo a fare l'arrogante. Vorrei vedere se faresti lo
stesso, se ci potessimo battere ad armi pari». Sputò irato.
«Dovrebbero legarmi, anche se fossi un semplice umano, per essere ad armi pari con te». Disse
Aidan, facendo un passo verso Matteo.
«Aidan, scusa. Celine ha ricordato qualcos'altro a parte com'è fatta?» Disse Mavi attirando
l'attenzione del fratello.
«No, purtroppo. Ho già parlato con Erskine stamattina». Rispose Aidan, tenendo ancora le
braccia rigide lungo i fianchi.
Celine incitò mentalmente Mavi: "continua a parlare" invocò con il pensiero. Era l'unico
modo per distrarre i due ragazzi dalla discussione appena intrapresa.
«Erskine sperava che durante la giornata le fosse venuto in mente qualcosa. Glielo dirò dopo.
Andiamo a tavola, ho fame!» Esclamò, prendendo a braccetto Aidan.
La sala da pranzo era apparecchiata per cinque, Celine si chiese chi fosse il quinto commensale
e, purtroppo, non tardò a scoprirlo.
«Buonasera!» Trillò Kaina, spingendo un carrello porta vivande.
«Cosa ci fai qui?» Le chiese Aidan irritato.
«Buonia ha da fare. Morwenna ha avvisato che rientrerà a giorni e lei deve sistemare il suo
appartamento che è stato chiuso per mesi» fece spallucce «Così ho portato io la cena, e poiché a questa
tavola si siede un inops credo di poterci stare anch'io».
Aidan imprecò sotto voce.
Kaina era vestita come sempre in modo molto succinto, e iniziò a servire la zuppa partendo da
Aidan. Era assurdamente inappropriato il modo in cui si chinava con quella scollatura indecente, e
Aidan la fermò dopo la prima cucchiaiata.
«Non ti piace la zuppa?» Chiese lei.
«Esatto, le minestre riscaldate non sono il mio piatto preferito». Rispose Aidan sarcastico.
Kaina fece finta di niente, e arrivata da Matteo iniziò a servirlo. Quando ormai lui aveva il
piatto stracolmo, disse «Ti basta, o devo lasciarti la zuppiera?»
Matteo fece una faccia stupita, come se non si fosse accorto che il suo piatto stava per
traboccare, e Aidan gli rivolse un'espressione beffarda. «Non credo voglia tutta quella brodaglia, ma
era troppo impegnato a guardarti dentro la camicia per rendersi conto che il piatto stava per
traboccare». Disse alla volta di Kaina.
Matteo arrossì violentemente. «Come ti permetti ...» Iniziò annaspando in cerca delle parole e
Kaina colse l'occasione per continuare la sua commedia.
«Almeno a questa tavola c'è seduto qualcuno che è ancora maschio» poi fece una faccia
contrita «oh, scusami Celine. La delicatezza non è il mio forte». Disse fingendo dispiacere.
Celine non trovava nulla da dire. Matteo, che sembrava livido un attimo prima, ora era tutto
ringalluzzito dal commento di Kaina sui veri uomini, e lei sinceramente stava aspettando che la
cogliesse quel lampo di gelosia che sapeva sarebbe dovuto arrivare. Avrebbe dovuto fare come quelle
nei film, rovesciando il piatto di zuppa in testa a Matteo, ma invece le veniva solo da ridere, e Kaina
iniziava a sembrarle patetica. Scelse il sarcasmo: la vicinanza con Aidan doveva averla contagiata.
«È come andare al mercato, Kaina. Quando esponi tutta la mercanzia, è ovvio che i passanti la
guardino. Anche se poi spesso passano oltre, perché dopo il colpo d'occhio iniziale non sono più
interessati». Disse, concludendo con un sorriso.
Mavi fece una risata fragorosa, poggiando una mano sul braccio del fratello. «Giuro Aidan, mi
sembrava te. Stai contaminando Celine con il lato oscuro della forza?»
Anche Aidan rideva sotto i baffi, fingendo di mangiare la minestra mentre la rivoltava nel
piatto.
Dopo un po' arrivò Buonia tutta trafelata, e sembrò esterrefatta quando li vide già tutti a tavola.
«Kaina, ma che cosa hai servito? Questa l'avevo preparata per noi! Ti avevo detto di
aspettarmi!» Proferì angosciata.
Sembrava più imbarazzata che seccata, e Celine pensò che Buonia doveva essere una di quelle
persone incapaci di arrabbiarsi con qualcuno.
«Era buonissima». Disse pronta cercando di rincuorarla.
«Grazie, Celine, ma sono stata dietro mezza giornata alla cena che avevo previsto per voi, e
adesso è sprecata». Replicò mestamente.
«Non ti preoccupare Buonia. La mangeremo domani e sarà ottima comunque. Tutto quello che
prepari è delizioso». Disse Aidan.
Celine fu contenta del comportamento di Aidan. Buonia era una bella persona, che si
preoccupava sempre che loro fossero soddisfatti del suo lavoro. Kaina, come sempre, aveva agito
infischiandosene degli altri.
«A questo proposito, Celine, devo dirti una cosa, che temo risulterà sgradevole. Matteo lo sa
già». Disse Mavi interrompendo le sue riflessioni.
Matteo fece una faccia seccata, e guardò Mavi con freddezza.
«Per la tua sicurezza e per la nostra, poiché non hai ricordato nulla di nuovo e non riusciamo a
capire cosa voglia Fàs da te, non possiamo più venire qui tutte le sere. C'è il rischio che ci seguano
senza che ce ne rendiamo conto, e capiscano dove sei». Disse Mavi con schiettezza.
Celine sbiancò, e puntò i suoi occhi su Aidan «Mi avevi detto che qui era sicuro!» Esclamò
spaventata.
Aidan fulminò la sorella. «Infatti è sicuro. I dubhar laoich, non attaccherebbero mai questo
posto: ce ne vorrebbe un numero elevatissimo per superare le protezioni. Però potrebbero organizzarsi
e aspettare fuori per attaccarci la prima volta che usciamo, e non è mai bene che i guerrieri ombra
conoscano la posizione esatta di una divisione o di una sede, per quanto ben protetta essa sia. Non
temere. In ogni caso, tu sarai sempre con me». La rassicurò.
Celine non era convinta, temendo le nascondessero qualcosa.
«E Matteo? Lui potrebbe essere in pericolo! Sa la strada: se lo scoprissero e gli facessero del
male per farsi dire dove siamo?» Inconsciamente aveva stretto la mano di Matteo.
«Mi dispiace, Celine» disse Mavi «le cose non stanno così. Matteo non sa dove ti trovi: lo
bendo alla partenza e lo sbendo una volta arrivati, ripetendo il procedimento al ritorno. So che può
sembrare strano, ma gli inops non hanno il diritto di sapere dove si trovano le nostre sedi».
Matteo si strinse nelle spalle. «Non mi sono mai lamentato, è il prezzo per vederti. Ma non
posso farti correre un rischio inutile, amore. Devo per forza diradare le mie visite». Disse quasi come se
fosse una sua decisione.
«Stiamo piangendo tutti». Replicò Aidan sarcastico.
«Se non hai rispetto per me, potresti almeno rispettare la tristezza di Celine». La voce di Matteo
era sprezzante.
Aidan si alzò. «La tristezza è un sentimento negativo, e mi annoia a morte. Vado a farmi un
giro».
Matteo cercava di stare composto, ma si vedeva che tremava dalla rabbia. Kaina finalmente capì
che non era il momento di dire assurdità e si mise a parlare con Mavi di cose inerenti ai rifornimenti di
pozioni che potevano servire alla divisione e, poco dopo, andarono insieme a prenderne qualcuna.
«Quel ragazzo è detestabile e villano. Non so come fai a sopportarlo». Disse Matteo, rompendo
il silenzio una volta soli.
Celine non sapeva cosa rispondere. Non poteva certo dirgli che Aidan era una compagnia
amabile con lei, che la faceva ridere o emozionare, e scelse quindi una mezza verità.
«E' un bravo insegnante, conta solo questo. Non deve essere mio amico». Replicò evasiva.
La risposta piacque a Matteo. «Hai ragione. Quando imparerai a difenderti da quei cosi potrai
tornare a casa, e ci lasceremo tutto questo alle spalle». Disse allegro.
Celine si diresse verso la finestra. Non poteva mentirgli in faccia, ma dentro di sé sapeva che
Aidan aveva ragione: non avrebbe fatto marcia indietro, non sarebbe mai più tornata a vivere con
Matteo e sua madre.
«Vedremo come andranno le cose, e soprattutto cosa vorranno quegli essere disgustosi da me».
Disse semplicemente.
"Un'altra mezza verità? O un'altra mezza bugia?" Si chiese, fustigandosi mentalmente per la
sua mancanza di coraggio.
Concentrata com'era nel tentativo di non far trapelare nulla di troppo, non si accorse che Matteo
le era andato dietro, e quando lui le cinse i fianchi sussultò. La spinse a voltarsi lentamente, e la baciò.
Celine cercò di lasciarsi andare, e rispose al bacio. Le mani di Matteo cominciarono a vagare sulla sua
schiena: con una la premeva contro il suo corpo e con l'altra le accarezzava languidamente i fianchi. A
un certo punto la schiacciò contro il muro e iniziò a baciarle il collo, tenendo gli occhi chiusi con
un'espressione estatica sul volto. Lei lo osservava cercando di provare una scintilla di piacere, ma
niente si smosse dentro di lei. Riusciva solo a restare passivamente rigida.
Le mani di Matteo continuarono ad accarezzarla, e quando capì che cercava d'insinuarsi sotto la
camicetta si scostò di scatto.
«Basta, Matteo. Potrebbe entrare qualcuno». Disse, forse con eccessivo rimprovero.
Lui la guardava come se lo avesse schiaffeggiato. «Perché non andiamo nella tua stanza?»
Domandò speranzoso.
Celine sapeva che era sleale, ma si giocò la carta che le aveva favorito prima Matteo stesso.
«Prima non hai fatto una parola sul mio nuovo aspetto, ma non mi sei mai sembrato così
insistente in passato». Disse fingendosi turbata.
Matteo parve tornare in sé. «Scusami, Celine. Non volevo essere indelicato, ma hai ragione. Ho
finto meno interesse di quello che hai suscitato in me: non volevo mostrarmi adorante di fronte a quel
ragazzo spregevole».
Celine teneva le braccia incrociate sul petto, che poteva sembrare un gesto di stizza, mentre lei
sapeva che era un gesto protettivo. In quel momento, fortunatamente, Mavi fu di ritorno. «Vi
accompagno alla macchina». Si affrettò a dire.
Quando Mavi e Matteo partirono rientrò, e si guardò intorno.
«È andato sulla balconata qui sopra». Sentì dire.
Era Buonia, che le sorrideva da dietro l'angolo, e Celine le sorrise di rimando: non aveva
bisogno di chiederle di chi stesse parlando.
Aidan stava appoggiato alla balaustra con le braccia incrociate, e sembrava fissare un punto
lontano.
Non si era accorto che Celine lo avesse raggiunto e lei poté approfittarne per spiarlo
inosservata.
Si chiese a cosa stesse pensando, e cosa ci fosse nel suo passato da renderlo così freddo di
fronte ai sentimenti. Celine era certa che Aidan fosse una persona che sapeva amare e che fosse
migliore di come voleva apparire, ma per qualche strana ragione, appena poteva, cercava di tagliare
tutti fuori come se volesse precludersi la possibilità che qualcuno potesse volergli bene.
Rifletté su cosa potesse essere la causa di questo modo di fare, e pensò che magari una ragazza
lo avesse ferito. Le sembrava però una cosa troppo patetica per uno come Aidan: di certo lui aveva
ferito numerose ragazze e non il contrario. Decise che probabilmente doveva avere a che fare con i suoi
genitori: c'era qualcosa nella loro morte che doveva avergli lasciato il segno.
In quel momento era vulnerabile, e fissava l'orizzonte con una punta di tristezza nello sguardo,
quasi volesse raggiungere un punto inaccessibile.
Celine si chiese cosa avrebbe provato se fosse stato lui a stringerla e baciarla, come aveva fatto
prima Matteo, e non le ci volle un grande sforzo d'immaginazione per fremere al solo pensiero.
Purtroppo sapeva come fosse stare tra le sue braccia: la sera prima, davanti allo specchio, ci si
era tuffata senza pensare a cosa stesse facendo e ora, con la mente, stava cercando di riviverne ogni
secondo, specialmente la sensazione che le dava il profumo di Aidan.
Si accorse con stupore che il cuore le batteva all'impazzata, al punto da temere quasi che Aidan
la potesse sentire.
Rimproverandosi per i pensieri fuori luogo che stava facendo, decise di palesarsi.
«Avevi ragione». Disse semplicemente.
Si aspettava che lui mostrasse sorpresa nel ritrovarsela lì, ma Aidan restò impassibile.
«Su cosa?» Domandò senza voltarsi a guardarla.
«Sulla mia vita. Avevi ragione tu, non tornerò mai più a casa di Matteo. Ma non è facile fare i
conti con la realtà». Ammise con un pizzico di tristezza.
Aidan si girò verso di lei. «Scusami, Celine. Non volevo essere duro con te, ma è meglio venire
subito a patti con se stessi». Rispose con gentilezza.
Celine annuì, non se la sentiva di parlare.
«Andiamo a dormire. Domani inizieremo l'addestramento, e non potrai alzarti alle undici di
nuovo. Vieni». Disse facendole cenno di tornare dentro.
Celine, però, non fece in tempo a muoversi, prima che il cellulare di Aidan iniziasse a squillare
insistentemente.
Capitolo 9 - Dooinney Breun - I Corrotti
Celine cercò di seguire la telefonata ma Aidan si era allontanato e bisbigliava.
Quando smise di parlare aveva un'espressione dura sul viso.
«Ti accompagno in camera e raggiungo Erskine. Forse ci sono novità». Disse telegrafico.
«Che novità?» Chiese subito lei entrando in agitazione.
Aidan sembrò restio a parlargliene, e continuò a camminare in silenzio.
«Aidan, di cosa si tratta? È successo qualcosa a Mavi e Matteo?» Chiese spaventata.
Lui fece un'espressione nauseata. «Che noia, se n'è appena andato e già lo nomini. Non pensi
mai ad altro? La vita da umani deve essere davvero noiosa». Disse con disprezzo.
«Aidan, piantala di cambiare discorso cercando d'irritarmi! Voglio sapere dove devi andare, e
perché!» Esclamò Celine .
«Sei peggio di una moglie». La canzonò lui.
«Oh, al diavolo! Allora verrò con te, se non me lo dici». Replicò decisa a non mollare.
«No, tu non verrai». Rispose Aidan ancora più caparbio di lei.
«Oh, si che verrò! E bada bene che verrò da sola e a piedi, se non mi porti con te». Disse Celine
sapendo di metterlo alle strette.
Si fissarono sfidandosi con lo sguardo, il ghiaccio degli occhi di Celine contro il blu della notte
di quelli di Aidan.
«Sei davvero impossibile!» Esclamò lui sbuffando. «E' un rischio, e c'è la possibilità che ci
attacchino lungo la strada. Non posso portarti con me».
«Non pensarci proprio. Non voglio restare qui da sola a chiedermi cosa stia succedendo. Darei
di matto». Disse Celine, afferrandolo per un braccio.
«E va bene, hai vinto. Erskine ha catturato due Dooinney Breun che gironzolavano poco distanti
dalla Divisione e li vuole interrogare. Mi ha chiamato per avvisarmi, e io gli ho detto di aspettarmi
perché volevo partecipare all'interrogatorio». Concluse Aidan.
«Non credevo che quegli esseri si potessero catturare». Osservò Celine.
«Infatti è così. I guerrieri ombra non si possono catturare: sono tenebre e fumo, a meno che non
vogliano loro stessi assumere una forma fisica. Ma i Dooinney Breun, gli umani corrotti, sono
semplicemente degli umani piegati alla volontà di Fàs, e ancora non hanno completato tutti i passaggi
per diventare delle vere e proprie ombre: quindi, anche se sono molto più veloci e feroci dei normali
umani, e non hanno bisogno né di dormire né di mangiare, sono fatti di carne e possono essere presi».
Spiegò Aidan tentando di semplificare il più possibile per lei.
«E si può fare qualcosa per loro?» Chiese Celine «intendo, per riportarli indietro. Per restituire
loro la vita vera».
«No, una volta iniziato il processo non si può tornare indietro. È strano che tu ci abbia pensato,
però». Disse Aidan sorpreso.
«Perché?» Domandò lei.
«Beh, avrai capito che erano lì per cercare te e farti del male, ma tu anziché a ucciderli hai
pensato a curarli. Mi pare buffo».
Celine si strinse nelle spalle. «Beh, se il nostro compito è riportare l'equilibrio, sarebbe
interessante cercare di ripristinare la corruzione anziché dedicarsi solo allo sterminio». Disse convinta.
Giunsero davanti alla stanza di Celine. «Prendo il mantello» Disse lei.
«Celine, non ti ho detto che ti avrei portato». La bloccò Aidan secco.
«A te la scelta: o mi porti con te o vengo da sola. A meno che tu non voglia legarmi al letto».
Lo sfidò Celine.
«È una proposta?» La punzecchiò Aidan.
Celine arrossì immediatamente. «No, piantala con queste stupidaggini. Adesso andiamo». Disse
senza raccogliere la battuta.
«Erskine uscirà di testa quando ti vedrà lì». Tentò di intimidirla Aidan per convincerla, ma
ormai Celine non lo stava più a sentire, già avviata verso le scale.
Il viaggio fu silenzioso. Aidan era troppo concentrato a scrutare le ombre della notte per
chiacchierare, e quando finalmente entrarono nel garage sotterraneo sembrò tirare un sospiro di
sollievo.
Aprì una porta da cui non erano mai passati in precedenza, e si avviò lungo un corridoio
illuminato da neon che ferivano gli occhi. Celine pensò che a renderli così fastidiosi fosse solo il fatto
che fino a un attimo prima si trovava in una stanza buia, ma qualcosa nel modo in cui disturbavano lo
sguardo la convinse che quell'effetto fosse voluto, per destabilizzare e disorientare chi passava di lì.
I muri erano di cemento grigio, privi di quadri, sedie o altro: solo un'infinita serie di porte.
Dopo aver camminato in mezzo a quei corridoi labirintici per quelli che a Celine sembrarono secoli, le
arrivarono all'orecchio delle urla attutite e si sentì percorsa da un brivido. Era un suono raccapricciante
e inumano.
«Te lo avevo detto che non era una buona idea venire. Tu non mi dai mai ascolto». Disse Aidan
guardandola da sotto il ciuffo.
«Se devo fare parte di questo mondo, tanto vale che le veda tutte, no?» Rispose risoluta Celine
«Come vuoi. Per di qua». Riprese lui, aprendo una porta con una strana chiavetta elettronica che
tirò fuori dalla tasca.
Entrarono in una stanza che sembrava anonima come i corridoi, e vi trovarono Erskine ad
attenderli.  Squadrò subito Celine, e poi fulminò Aidan. «Come ti è venuto in mente di portarla? Sei
impazzito?» Chiese arrabbiato.
Aidan scrollò le spalle con indifferenza. «Chiedilo a lei». Disse.
«Lo sto chiedendo a te perché lei è sotto la tua responsabilità. Si prevede che tu la protegga, o
devo farti rientrare e mandare Mavi al posto tuo?» Lo riprese il Maestro, la voce affilata come la lama
di un coltello.
«Non sarà necessario, ma ha origliato la telefonata e ha detto che se non l'avessi portata sarebbe
uscita a piedi dalla villa da sola ...» Rispose Aidan
«Non lo farebbe mai». Disse Erskine, guardando Aidan come se fosse stupido.
«Non parlate di me come se non ci fossi!» Esclamò Celine, ormai stufa di sentirli battibeccare.
«E sì, lo avrei fatto. Se quei cosi mi vogliono, desidero conoscerne il motivo».
Erskine la guardò. «Sei testarda» disse, in un modo che sembrava quasi un complimento «Bene,
vediamo che impressione ti faranno i corrotti».
Schiacciò un tasto, e si aprì una parete divisoria che Celine non aveva minimamente notato,
oltre la quale vide subito delle orrende creature che di umano ormai non avevano quasi nulla. I corrotti
erano legati con spesse catene, e li fissavano in silenzio con odio.
Una volta erano stati degli umani con una vita, una famiglia, con qualcuno che li amasse e che
amavano a loro volta, ma ora era chiaro che di umano in loro non ci fosse più nulla. La pelle era
bianchissima, quasi trasparente e tirata sulle ossa come un guanto troppo stretto; i capelli erano opachi
e non ne rimanevano molti; gli occhi erano spenti. Celine riuscì a capire a malapena che si trattasse di
due uomini. Uno dei due fissò lo sguardo su di lei e fece per saltarle addosso lanciando un urlo
gutturale. Celine indietreggiò di un passo, andando a sbattere contro Aidan.
«Sono legati». Le rammentò lui.
Solo allora Celine ricordò le spesse catene strette attorno ai polsi e alle caviglie. Si era talmente
concentrata a studiare i dettagli di quegli esseri da dimenticarsi che erano imprigionati.
La creatura iniziò a ringhiare. «È lei, daccela! È solo lei che il nostro padrone vuole! Daccela o
vi uccideremo tutti!» Fissava Celine con odio cieco.
Aidan le si parò davanti. «Dimmi, corrotto. Perché la volete?» Domandò all'essere.
«Il nostro padrone la vuole per sé». Rispose la creatura, come se fosse la cosa più naturale del
mondo voler rapire una persona.
Quella voce orribile penetrava fin dentro le ossa di Celine. Voleva sapere tutto su quel nuovo
mondo, ma forse non era ancora pronta per quell'orrore. Forse Aidan aveva ragione, e sarebbe dovuta
rimanere alla Villa e ignorare in cosa potevano essere trasformati gli umani, e quanto fosse triste vedere
che non avevano nessuna volontà. Incredibile, quelle creature le facevano pena! Celine avrebbe voluto
avvicinarsi a loro, e aiutarle a sfuggire al destino malefico a cui stavano correndo incontro.
Aidan continuò. «E il tuo amichetto silenzioso, cosa dice?» Chiese guardando l'altra creatura.
Il primo corrotto fece un sorriso grottesco. «Non dice niente. Gli ho mangiato la lingua perché
voleva parlare». Rispose, aprendo la bocca al suo compagno semisvenuto.
Celine dovette trattenere un conato: dove una volta c'era la lingua si vedeva solo un grumo
rosso sangue, e capì cos'erano le urla che aveva sentito dal corridoio.
Gli occhi di Aidan erano infuocati quando proseguì. «E cosa ti fa credere che non ti faremo di
peggio?» Domandò minaccioso
«Peggio di quello che potrebbe farmi il mio padrone? Noooo noooo!» Rispose la creatura con
una risata che sembrava un raglio.
Aidan attraversò imperioso la stanza e mise una mano al collo della creatura.
«Peggio di questo?» Domandò rabbioso.
Con l'altra mano toccò le catene, e Celine si chiese cosa stesse facendo. Inizialmente non notò
nulla, poi vide che la catena stava cambiando colore, diventando rosso fuoco, incandescente. Quando il
calore arrivò alle manette il corrotto inizio a urlare e nella stanza si levò un terribile puzzo di carne
bruciata.
«Allora parla! Non sei un'ombra ancora, sei carne e puoi bruciare ed io ti brucerò pezzo per
pezzo, fino che non ci dirai quello che vogliamo sapere». Intimò Aidan, coprendo le urla agghiaccianti
dell'essere.
Si fermò per dar tempo alla creatura di parlare, senza staccare lo sguardo dal suo. L'altro lo
ricambiava con uno sguardo di puro odio, e Aidan stava per riprendere in mano le catene quando
l'essere iniziò a parlare.
«Il padrone dice che lei è la chiave» biascicò «lei starà nell'ombra per sempre con lui. Il
padrone vuole quest'arma molto potente, e non solo il padrone». Fece un sorriso lascivo ed Aidan gli
sbatté la testa contro il muro.
«Cosa vuol dire che è la chiave? La chiave di cosa?» Chiese afferrandolo per la maglietta.
Non ricevette mai risposta: le creature iniziarono improvvisamente a contorcersi urlando, dopo
poco erano morte.
Celine era bianca come un cencio. «Cosa è successo?» Chiese turbata.
«Fàs deve aver capito che erano con noi. Probabilmente gli dovevano fare rapporto e hanno
saltato un appello, così li ha privati dell'energia e sono morti». Spigò Erskine.
«Ma così? Come se fossero solo marionette? Uccide i suoi alleati?» Chiese lei sconvolta.
«Fàs non ha alleati. Sono solo servi, marionette appunto. Per ognuna che ne perde, altre cento
possono prendere il loro posto. Non gli interessa di doversene disfare». Disse freddamente Aidan.
Erskine fece cenno loro di spostarsi verso l'anticamera, e poi chiuse la barriera, premendo un
tasto una volta che fu sigillata.
«Ho incenerito i resti, Celine: non c'era altro da fare per quegli esseri». Aveva uno sguardo
mesto. Evidentemente anche lui provava pena per quelle creature. «È meglio che torniate alla Villa
prima che si faccia davvero tardi» Disse congedandoli.
«E se ce ne fossero altri in giro?» Chiese Aidan, che temeva per l'incolumità di Celine.
«Dovrai guardarti intorno e ucciderli. Non puoi permettere che ti seguano». Rispose Erskine.
«Aspettate» li interruppe Celine «La Villa non è lontana. Perché non usiamo il teletrasporto?»
Chiese, stupita che non ci avessero pensato loro.
«Non sei pronta». Tagliò secco Aidan.
«Almeno proviamo! Senti, se ci tele-trasportiamo alla Villa nessuno potrà seguirci». Insisté
Celine.
«Non se ne parla. È un percorso troppo lungo per farlo con un unico step: dovremo
teletrasportarci a metà strada, poi fermarci, e ripetere il teletrasporto per andare verso la Villa. Richiede
un incredibile dispiego di energia». Aidan sembrava risoluto.
«Non ha importanza. Una volta arrivati potremo riposare e domani staremo bene. Se invece
quegli esseri ci seguissero fino alla Villa potrebbe essere un problema ben più grave». Rispose Celine
«Capisco come mai non hai potuto fare a meno di portarla, adesso». Disse Erskine.
Aidan fece spallucce. «È incredibilmente insistente, fa saltare i nervi».
«Però ha ragione, è troppo pericoloso fare altrimenti. D'ora in poi, anche Mavi o chiunque altro,
verrà alla Villa solo tramite teletrasporto. Basta mezzi umani. Dopo quello che hanno detto questi
corrotti stasera, mi pare ovvio che rapire Celine sia uno degli interessi più forti del nostro nemico
adesso, e non si fermerà davanti a nulla. La collocazione della Villa deve restare celata».
Erskine sembrava ormai deciso, e anche se Aidan tentò di opporsi non ci fu nulla da fare: alla
fine guidò Celine fino al silos all'aperto.
«Questa cosa richiede grande concentrazione, ma non possiamo essere sicuri che tu arriverai
nello stesso punto in cui arriverò io. Non sei abbastanza allenata per visualizzare con la mente. Ti
porterò io: essendo una di noi ti smaterializzerai con me, ma l'energia consumata sarà solo mia, quindi
tenta di obbedirmi altrimenti la situazione potrebbe risultare problematica». Spiegò Aidan.
«Perché non posso farlo io?» Chiese Celine.
«Non l'hai mai fatto, e non ti sei mai allenata. Proveremo nei prossimi giorni a teletrasportarci
da un capo all'altro del giardino, e poco per volta sempre più distante, ma ora no, per favore».
C'era una luce ferma nei suoi occhi che non ammetteva repliche.
«D'accordo»  disse alla fine Celine. «Che cosa devo fare?»
«Prendimi le mani e stringile tra le tue. Non lasciarle per nessun motivo, nemmeno se ti sembra
che stiano svanendo: continua a stringerle come se ci fossero sempre».
Celine obbedì, cercando di non concentrarsi sull'effetto che le faceva tenere le mani di Aidan
tra le sue: aveva troppa paura di finire chissà dove per lasciarsi andare ai languori. All'inizio non sentì
nulla, poi le sembrò che la pressione sulle sue mani fosse cambiata: era consapevole di stare stringendo
le mani di Aidan, ma era come se fossero senza una massa vera e propria. Si sentì fluttuare nella notte,
poi nel tempo di un secondo riavvertì tutto il peso del suo corpo e percepì nuovamente le mani di Aidan
e la terra sotto i piedi.
Aidan, terreo, si appoggiò a un albero, sembrando sul punto di svenire. Celine si guardò intorno,
e realizzò che si trovavano in un boschetto nei pressi della galleria dov'erano stati attaccati qualche
giorno prima.
«Non potevi scegliere un posto migliore?» Chiese stupita di ritrovarsi in quel posto.
«Non credo di aver deciso qualcosa. Non sapevo che portare qualcuno fosse così estenuante.
Ecco perché lo si fa solo in battaglia, e solamente per salvare la vita ai feriti in situazioni estreme»
Rispose Aidan.
Celine lo guardò meglio: in effetti sembrava non stare bene ed era pallido come un lenzuolo. Un
rumore improvviso nei boschi attirò la sua attenzione, e si sentì ricoperta da un sudore freddo. C'erano
ben sei Dooinney Breun che la fissavano con occhi avidi, e quello che doveva essere a capo del gruppo
parlò.
«Vi siete divertiti a torturare i nostri alleati fino a poco fa, ma non sarà nulla in confronto a
quello che passerete ora». Sibilò rivolto a loro.
Aidan era accasciato ai piedi dell'albero pallido e tremante, ma trovò lo stesso la forza di
rimettersi in piedi, e spinse Celine dietro il suo corpo «Venite allora, non la toccherete con un dito».
Disse, tentando di nascondere lo stato in cui era.
Le creature emisero risate soffocate: anche se Aidan si ergeva davanti a lei si vedeva che era
l'ombra di se stesso, e Celine si rese conto che quegli esseri stavano per scattare. In un attimo prese la
sua decisione: serrò le braccia attorno ad Aidan più strette che poteva, e pensò alla Villa,
concentrandosi sulla scalinata di fronte all'ingresso.
Le creature stavano correndo, ancora pochi passi e li avrebbero avuti addosso. Avvertì lo
spostamento d'aria causato da qualcosa che era stato lanciato e le era passato vicinissimo al viso,
all'improvviso, quando ormai pensava che sarebbero morti, la sensazione di frantumarsi in mille pezzi
la trascinò altrove.
Il corpo di Aidan le sembrava leggerissimo e avvolto dalla sua stessa essenza. Si sentì trascinare
vorticosamente verso la Villa, che nella sua mente vedeva sempre più vicina, come un aereo che si sta
per schiantare. Infatti diede una bella botta per terra con il peso di Aidan sopra, ma con gioia realizzò
che erano davvero sul prato davanti alla scalinata d'ingresso.
Con le braccia ancora strette attorno al suo corpo, domandò «Stai bene?»
Aidan si guardò attorno confuso. «Siamo alla Villa?» Chiese scioccato.
«Certo». Rispose Celine, lasciandolo e alzandosi in piedi.
«Sei stata tu?» Domandò Aidan, ancora più disorientato.
«E chi altri? Ho dovuto provare o ci avrebbero ucciso».
«Li avrei distrutti!» Disse lui con rabbia.
«No, stavi troppo male e anche adesso quasi non ti reggi in piedi».  Replicò avvicinandosi
nuovamente a lui preoccupata.
«Come hai fatto?» Domandò Aidan sbalordito.
«Beh, ho tentato. A istinto, suppongo. Ho immaginato questo posto, ho desiderato esserci,
mentre ti stringevo a me per portati via». Disse Celine provando a spiegare come si era sentita.
«Ma tu stai bene!» Esclamò Aidan stupito.
Anche lei ci aveva già pensato e le sembrava parecchio strano che un guerriero addestrato come
Aidan fosse quasi svenuto, mentre lei si sentiva solo un leggero cerchio alla testa. Minimizzò: non
sapeva nemmeno lei perché, ma non voleva che lui potesse pensare che aveva qualcosa che non
andava.
«Hai usato i tuoi poteri prima nel sotterraneo, probabilmente dovevi essere già stanco. Prometto
che non lo dirò a nessuno». Disse cercando di convincerlo che non ci fosse niente di strano.
Aidan si alzò a fatica, ancora molto pallido. «Che vergogna, sono stato salvato da una donzella.
Dovrò ucciderti prima che tu vada a dirlo in giro». Scherzò mimando il gesto di afferrarla.
«Sì, ma non stasera» lo blandì «non riusciresti nemmeno a corrermi dietro!» E gli fece la
linguaccia.
«Odio doverlo ammettere, ma hai ragione». Rispose Aidan che camminava a fatica.
Celine gli andò vicino, avendo paura che cadesse: sembrava star davvero male.
«Devo andare a chiamare qualcuno?» Chiese preoccupata.
«No, non è niente che un buon sonno non possa curare. Ti prego, non chiamare nessuno».
Rispose Aidan poggiandole la mano sulla spalla.
«Non dirò che ti ho portato qui io, diremo che hai fatto tutto tu e che stai così male per
quello...»
«Sciocca, il mio ego è troppo grande perché sia scalfito da una cosa del genere» scherzò Aidan
«Non è per quello che non voglio che chiami qualcuno. Semplicemente basta davvero un buon sonno»
poi, visto che Celine non gli sembrava convinta, continuò «mi ritroverei addosso Kaina, e non ho
voglia che gironzoli in camera mia fino a domani mattina con la scusa di curarmi».
L'ultima spiegazione parve convincerla a metterci una pietra sopra.
«Almeno permettimi di aiutarti ad arrivare in camera» Disse timidamente.
Aidan si sentì elettrizzato dalla sensazione che gli diede appoggiarsi a lei. Celine gli si era
avvicinata timidamente, circondandogli la vita con un braccio. Voleva dirle di non preoccuparsi, che
poteva farcela anche da solo, ma il desiderio di averla vicina vinse.
La sensazione che gli dava averla a fianco era qualcosa che non aveva mai sentito, e non la
capiva nemmeno lui. Non gli era mai importato di una ragazza, non come di Celine. Inizialmente aveva
pensato solo di volerla proteggere e aiutare, continuando a dirsi che gli faceva tenerezza perché era
spaesata avendo vissuto tutta la vita tra gli umani, ma poi, ogni volta che scherzavano, ogni volta che
lei rideva a una sua battuta, ogni volta che la sorprendeva a guardarlo era come se dentro di lui
danzasse una luce che gli scaldava il cuore. Aveva provato in tutti i modi a negare l'evidenza di ciò che
provava, ma quando aveva rivisto quell'insulso ragazzo sbavarle addosso, poche ore prima, aveva
desiderato incenerirlo. Aveva sentito dentro sé il fuoco della gelosia, un morso mai provato, e
rammentò con sgomento il folle desiderio di prenderlo e lanciarlo il più lontano possibile da lei.
Non era ancora riuscito a capire cosa provasse Celine per lui. Certo Matteo era il suo ragazzo,
ma gli sembrava sempre così rigida quand'era vicina a lui. Voleva chiederle se lo amasse ma sapeva
che non era una domanda che poteva fare. C'era qualcosa nel suo comportamento che glielo faceva
mettere in dubbio, ma non riusciva a essere obiettivo su di lei. La verità era che gli importava troppo.
A volte era convinto che Celine non fosse innamorata di Matteo come voleva dare a vedere,
altre si diceva che era semplicemente lui a desiderare che fosse così.
Quando Celine si scostò da lui per lasciarlo entrare nella sua stanza desiderò che avessero
dovuto percorrere chilometri anziché brevi corridoi. Avrebbe voluto passare altro tempo con lei ma si
limitò a darle la buonanotte.
Capitolo 10 - Addestramento
Celine fece come le aveva detto Aidan, che si era raccomandato che si mettesse subito a
riposare per gli allenamenti del giorno dopo. Indossò rapidamente la tenuta da riposo, volendo essere in
forma per l'indomani. Sarebbe iniziato il suo addestramento, e non voleva dare ad Aidan la chance di
prenderla in giro.
Buonia doveva aver sostituito la sua tenuta da riposo perché questa le stava a pennello, e non si
trattava più di una tunica abbinata ai pantaloni, ma di un leggero abito a canottiera che le sfiorava il
corpo come la corolla di un fiore. Si lasciò andare sul materasso, sorprendendosi di sentirsi serena e
felice, nonostante la terribile esperienza appena vissuta. Mille pensieri le vorticavano in mente, poi a un
tratto piombò nel sonno.
"Appollaiata in groppa a uno dei cavalli di San Marco, i lunghi capelli svolazzanti dei quali il
buio della notte non mostrava le meravigliose striature che racchiudevano tutti i colori dell'alba e del
tramonto, rifletteva su quanto la sua vita fosse cambiata in meglio. Nonostante il dolore e le prove, che
a volte superava con molta fatica, non sarebbe tornata indietro per nulla al mondo perché ora si
sentiva viva. Sorrideva lì da sola, pensando al suo passato, quando l'unico contesto in cui non mentiva
dicendo di essere soddisfatta era nei momenti in cui parlava della sua città, la sua amata Venezia.
Avvertì al suo fianco una presenza che le dava gioia, e si voltò per sorridere al suo compagno: fili
dorati le svolazzavano davanti agli occhi. Qualcuno era seduto sul cavallo a fianco al suo. Percepì una
gioia intensa, e la luna illuminò il volto del suo compagno: era Aidan, bellissimo, avvolto in un
mantello più nero della notte, e le sorrideva di rimando. I suoi occhi blu scintillavano nel buio, poi si
sentì improvvisamente precipitare, e la visione cambiò...
La stanza era scura: non conosceva quel luogo eppure lo sentiva familiare. All'inizio pensava
di essere sola, poi lo vide. Aidan. Era in mezzo alla stanza, avvolto da radici nere che lo stavano
stritolando: non si muoveva, non urlava, al punto che Celine pensò che fosse già morto. Un urlo
fortissimo le salì in gola e corse verso di lui. Cercò di strappare le radici con tutte le sue forze, le mani
che sanguinavano copiosamente mentre Aidan era ormai quasi livido, e poi sentì quella voce. Un
suono spregevole, maligno.
«Guarda, Celine! Il tuo potere lo sta annientando, e tu non potrai fare niente per salvarlo!»
Le radici stringevano sempre di più, e la voce continuò implacabile. «Miserabile, volevi
battermi legato? Eccoti accontentato!»
Celine si voltò con un'espressione di muto orrore sul viso: Nella stanza c'era anche Matteo,
che guardava Aidan dibattersi con un'espressione felice.
«Non supplicarmi, Celine! lo ucciderò! Lo soffocherò!»
Le radici si stringevano sempre di più; Aidan stava morendo davanti ai suoi occhi".
Si svegliò di soprassalto, battendo la testa contro qualcosa: i capelli incollati al viso, il corpo
ricoperto dai sudori freddi. Un'imprecazione le fece capire che non era sola, e si tirò la coperta fin sotto
il mento.
«Aidan, cosa ci fai in camera mia?» Chiese con voce soffocata da sotto la coperta.
«Stavi urlando il mio nome. Ti ho sentito dalla mia stanza, e mi hai spaventato a morte. Erano
urla strazianti, e c'è stato un attimo in cui ho pensato che qualcuno fosse davvero riuscito a entrare
nella Villa». Rispose Aidan.
La voce priva di sarcasmo fece comprendere a Celine che non la stava prendendo in giro.
«Ti stavo chiamando?» Chiese stupita.
«Sì, ma se non mi stavi chiamando, vuol dire che mi stavi sognando». Le rispose impertinente.
Un ciuffo di capelli gli ricadde sul viso, Celine ripensò al sogno, ed era grande la tentazione di buttargli
le braccia al collo e controllare che stesse davvero bene, ma si trattenne.
«Era un incubo». Disse, irritata dal fatto che lui l'avesse sentita urlare il suo nome nel sonno.
«E invocavi il mio aiuto?» Domandò lui divertito.
«Ah finiscila, sei davvero irritante!» Esclamò Celine uscendo da sotto le coperte.
«Lo sai che i sogni son desideri?» La canzonò.
Celine lo colpì lanciandogli un cuscino. «Esci, mi devo vestire! Ci vediamo a colazione!»
Aidan uscì dalla stanza ridacchiando. Avrebbe voluto strangolarlo quando la stuzzicava così.
Era nervosa al punto da essersi infilata gli stivali al contrario, e se ne accorse solo una volta che erano
allacciati fino in cima. Con estrema impazienza li sfilò per ripetere il procedimento, anche se distrarsi
con qualcosa di fisico le permise di far calare il nervosismo. Trovava assurdo aver visto Matteo in quel
sogno: probabilmente i battibecchi dei due ragazzi dovevano esserle rimasti impressi e, dopo la vista di
quelle orrende creature la sera precedente, era normale che il suo cervello avesse fatto gli straordinari
durante il sonno. Tuttavia, quando arrivò in sala da pranzo, era tranquilla, e il pensiero del sogno era
ormai un vago ricordo.
Buonia come sempre si era data da fare in maniera sorprendente: al centro del tavolo c'erano
due torte enormi, cestini con mini-marmellate e creme per tutti i gusti, pane tostato caldo, caraffe con
succhi di frutta, ciotoline piene di cereali differenti e persino le brioches. Su un carrellino c'era la
macchina per le bibite calde, e Celine scelse un latte macchiato e un caffè di rinforzo.
«Vacci piano con la caffeina» disse Aidan «altrimenti poi stanotte mi toccherà di nuovo venirti
a soccorrere!»
«Non ti lancio addosso il caffè bollente solo perché mi spiace che poi sia Buonia a dover
pulire». Rispose Celine nuovamente irritata.
Aidan continuò a stuzzicarla per tutto il tempo, al punto che lasciò il croissant a metà. Le era
passata la fame.
«Andiamo, allora. O hai intenzione di mangiare tutto quello che c'è sul tavolo?» Lo punzecchiò
stanca di star lì a farsi prendere in giro per il sogno.
«Ormai in questa casa non si può più nemmeno mangiare in pace». Ribatté Aidan, levando le
braccia al cielo in una finta supplica, ma si alzò ugualmente e la guidò all'esterno.
Era la tipica giornata invernale che Celine tanto amava. L'aria era cristallina e aveva un buon
profumo, e il cielo era terso e di un azzurro intenso: si sentiva euforica. Aidan la condusse per un
sentiero dal quale giunsero in uno spiazzo isolato abbastanza grande.
Iniziò a mostrarle le parate e come muoversi, tentando di attaccarla come avrebbero fatto i loro
nemici. Si vedeva che non andava fino in fondo e si tratteneva, avendo paura che lei non schivasse e di
colpirla per sbaglio.
Celine era stupita dalla grazia che trasmettevano i movimenti letali di Aidan: si muoveva per
uccidere ma lo faceva con un'eleganza tale che sembrava una danza. Non riusciva a staccargli gli occhi
di dosso.
Dopo l'intontimento iniziale, che la sopraffaceva ogni volta che lo guardava, Celine si accorse
di come le venisse facile imitare certi movimenti, scattare quando era il momento e tentare di colpire.
Non si capacitò del motivo per cui le venisse tutto così naturale, come se tutto quello che stava
imparando fosse stato sempre sopito dentro di lei e pronto a venir fuori alla prima occasione. Aidan era
un ottimo maestro, su questo non si poteva dire nulla, ma lei era sicura ci fosse qualcos'altro, come se
qualcosa dentro di lei si stesse risvegliando e la guidasse.
In poche ore aveva imparato a muoversi sempre più velocemente, tanto che Aidan non l'aveva
mai presa in giro, nemmeno le poche volte che era cascata a terra perdendo l'equilibrio.
«Hai un talento sbalorditivo» le disse a un certo punto «sembra che tu abbia fatto questo tutta la
vita». Proseguì ammirato.
Celine gli fece un sorriso radioso. «Forse perché non mi sono mai sentita così viva prima!».
Rispose d'impulso, e si accorse che era vero.
Le sembrava che anche i colori e gli odori fossero più forti. Sentiva la forza della natura intorno
a sé come qualcosa di vivo, ne avvertiva l'energia che fluiva dentro di lei, e sapeva che se avesse
voluto le sarebbe bastato sfiorare un albero per vederlo aumentare di dimensione sotto i suoi occhi.
Aidan aveva pazienza e talento, e anche quando sarebbe potuto sembrare violento si muoveva
con la grazia di un felino. Il suo corpo sembrava fatto apposta per quello. A prima vista poteva
sembrare magro, ma in realtà era tutto un fascio di nervi, ed era anche agile come un gatto: a volte si
spostava in tempo solo perché lo percepiva, più che vederlo.
Quando il sole fu alto in cielo, e lo stomaco di Celine si mise a brontolare, con finta impazienza
lui tirò fuori il solito cestino.
«Scusa, ho pensato di non interromperci per il pranzo in casa». Le disse porgendole un
tramezzino.
«Va benissimo, e poi, se avessi mangiato uno dei pranzi di Buonia, anziché allenarmi, oggi
pomeriggio sarei andata a sdraiarmi su un prato». Rispose Celine allegra.
«Ah sì? E che posto avresti scelto?» Chiese Aidan curioso.
«Oh no, non te lo dirò mai, almeno, se voglio prendermi una giornata di pacchia, faticherai a
trovarmi!» Scherzò Celine.
«Che ragazza indisciplinata» disse Aidan ridendo «Almeno dimmi se è un posto che abbiamo
visto insieme».
«Certo che lo è. Tutto quello che ho visto, me lo hai mostrato tu. Come potrebbe essere
diversamente?» Rispose Celine.
Finirono il resto del pranzo, tra le insistenze di Aidan per farsi dire qual era il posto che Celine
preferiva e i suoi rifiuti nel concedergli la risposta.
«Adesso cosa facciamo?» Chiese Celine.
«Ti sei già stancata delle parate?» La canzonò Aidan «Hai paura di esserti appesantita e che ti
prenda?» Domandò sfidandola.
«No, solo che vorrei capire se so fare anche altro, insomma...» Iniziò incerta.
Aveva paura di chiedere troppo, anche se era ovvio che lui fosse lì per insegnarle come
muoversi in quel mondo. Non sapeva mai cosa poteva chiedere e cosa no.
«Ah ho capito. Mi sembra una buona idea: proviamo un po' di tutto per vedere in cos'hai meno
talento, e poi ci concentriamo su quello?» Propose Aidan con entusiasmo.
«Esattamente, pensavo proprio a quello» Acconsentì Celine.
«Molto bene allora, oggi pomeriggio cercherò di spiegarti le invocazioni».
Aidan andò a sedersi per terra e Celine lo imitò «Solo teoria?» Chiese.
«Non necessariamente, ma devo partire da quello» rispose Aidan «presta attenzione». Le ordinò
indicandosi le mani.
«Claidheamh çhenney». Disse.
Celine vide apparire dal nulla la spada di fuoco che aveva usato Aidan durante il combattimento
di qualche giorno prima nella galleria, poi lui cambiò espressione e la spada sparì.
All'invocazione «biodagan çheh» comparirono due pugnali, uno per mano, due piccole daghe
dall'impugnatura in pietra lavica e dalla lama rossa e arancione.
Un altro lampo di luce, e dopo l'invocazione «Tuagh beinn-theine»  i pugnali furono sostituiti
da una grossa ascia la cui lama sembrava fatta di lava ribollente.
«Adesso il pezzo forte» Disse Aidan alzandosi in piedi.
«Boghdóir na Te?net». Invocò con gli occhi socchiusi.
Tra le sue mani apparve un arco di fuoco, la cui corda tesa sembrava emettere scintille e i cui
flettenti erano di un vibrante rosso, unito a sfumature d'oro e d'arancione, e terminavano a forma di
testa di drago. I tips del medesimo colore erano le code dei draghi, il grip, di un grigio quasi nero,
sembrava pietra lavica. L'arco buttava sul viso di Aidan bagliori luminosi, lui sembrava solenne, quasi
trasfigurato in fuoco stesso.
«Quest'arco è la copia esatta dell'Arco di Fuoco creato dallo Spirito che domina il mio
elemento. Solo pochissimi Guerrieri del Fuoco riescono a invocarlo, e non bastano gli anni di
allenamento o di studio. Non tutti possono averne l'onore, a me Te?net ha concesso questo dono».
Spiegò orgoglioso.
«È bellissimo!» Esclamò Celine incantata. Aidan rilassò il viso, e l'arco sparì.
«Come ti ho già detto, a parte per i corrotti, non esistono armi umane che possano colpire o
anche solo scalfire i guerrieri ombra. Dovrai imparare a evocare le tue, oltre ai tuoi poteri, come ad
esempio...»
Aidan lasciò la frase in sospeso e corse quasi volando dall'altro lato dello spiazzo, per poi urlare
«Luaithre bodjallyn!»
Celine non lo vide più, e si trovò avvolta da una fittissima nebbia di polvere grigiastra. Decise
di non rendergli la vittoria facile e si spostò dal punto dove lui l'aveva lasciata. Fu tutto molto istintivo:
si acquattò poco distante e, quando Aidan la andò a cercare, scorse la sua sagoma tra le ombre,
balzandogli alle spalle e mettendogli l'avambraccio sul collo. Percepì di rimando quello che era
l'ombra di un sorriso, e disse «Fortuna che ancora non so come evocare le armi».
La nebbia sparì e, rendendosi conto di essere ancora aggrappata a lui, Celine mollò la presa
immediatamente.
«Sei stata molto brava, come hai fatto? Nessuno mi vede quando mi sposto nel fumo». Disse
Aidan sorpreso.
«Non lo so. Non ci ho pensato, ho agito d'istinto». Rispose sincera.
«Ah, dunque era una scusa per abbracciarmi tra le tenebre?» Domandò Aidan strizzandole
l'occhio.
«Cosa ti dice che il mio istinto lo desideri?» Chiese Celine incrociando le braccia.
«Non saprei. Mi risulterebbe difficile non saltarmi addosso se fossi una donna!» Disse lui
indicando la sua figura con la mano.
«Sei impossibile, e maledettamente fortunato a non invecchiare, altrimenti la tua arroganza
potrebbe finirti sotto le scarpe». Rispose Celine sbuffando.
«Perché arrogante? Solo perché sono consapevole della mia bellezza? Almeno non sono uno di
quelli completamente stupidi che si finge un sapientone come qualcun altro di nostra conoscenza».
«Adesso cosa c'entra Matteo?» Chiese Celine stizzita.
«Lo hai detto tu, non io, amica mia».
Celine arrossì dalla rabbia. «Non chiamarmi amica mia!»
«Perché? Non sei mia amica?»
«È sarcastico e si sente benissimo, e Matteo non è stupido!»
«Conosco corrotti più furbi». Rispose Aidan facendo spallucce.
«La pianti di stuzzicarmi?» Domandò Celine, tirando un calcio all'aria dove fino a poco prima
si trovava la gamba di Aidan, finendo dritta per terra.
Le sfuggì un verso soffocato per la botta. Non si era resa conto di aver caricato così il piede.
«Ti sei fatta male?» Chiese Aidan preoccupato.
Almeno la sua voce aveva perso quel maledetto tono strafottente.
Celine aveva le dita tutte graffiate, ma stava bene. Ignorò la domanda, e quando lui le porse la
mano per rialzarsi si lasciò aiutare, per poi sbuffare. «Ora che il teatrino è finito, possiamo riprendere?»
Disse incrociando le braccia sul petto.
«D'accordo». Rispose Aidan, ridendo sotto i baffi.
«Le armi e i poteri sono una cosa del tutto istintiva. Devi visualizzare l'arma, farla tua con la
mente: immaginala nella tua testa, e invocala. Non è difficile. Prova». Disse incoraggiandola.
Celine tentò di concentrarsi, e anche se inizialmente le venivano in mente solo cose prive di
senso, tentò di lasciar andare il nervosismo per il battibecco di poco prima. Cominciò a lasciar vagare
l'immaginazione, e quando si sentì pronta disse «Biodagan clach cráeb».
Nella sua mano apparve una daga, la cui impugnatura era di legno intarsiato con piccole foglie
rampicanti che continuavano sulla lama, dal filo lucente e acuminato anche se in pietra.
«Non male» concesse Aidan «vediamo se sai fare di meglio. Lascia fluire la tua fantasia. Non
pensare a un oggetto in particolare, lascia che sia la sua immagine a trovare te. Non cercarlo. Non
cercare nemmeno le parole: sono diverse per ognuno di noi, le mie invocazioni pronunciate da un altro
guerriero di Fuoco non produrrebbero nulla». Disse Aidan spronandola.
Celine chiuse gli occhi e cercò di estraniarsi. Liberò la mente dai pensieri e la lasciò vagare,
immaginando solo di sentire tra le sue mani qualcosa di potente e magnifico. Tutto a un tratto si sentì
travolgere da una fortissima energia «Is urrainn do beatha na Talamh» Invocò.
Quando aprì gli occhi, la prima cosa che vide fu Aidan che la fissava sconcertato.
Teneva in mano una falce alta quasi quanto lei, il cui bastone, di legno scurissimo, era nodoso e
sembrava pulsare di vita: tutto attorno ad esso si avvolgeva un rampicante fitto di piccole foglie e
minuscoli fiorellini, che scendendo si trasformava in poderose radici che avvolgevano tra le spire una
pietra nera e levigatissima dalla lama tagliente.
«Qualcosa non va?» Chiese Celine.
«No, va tutto bene. Solo, hai appena invocato il surrogato della Falce del destino della Terra».
Rispose lui, ancora troppo scioccato per fare anche solo una battuta.
«Mi stai prendendo in giro?» Domandò Celine brandendo l'arma.
«No, per niente. Penso che il tuo potere sia molto più forte di quello che credevamo. Forse è per
questo che il nemico ti vuole». Rispose Aidan pensieroso.
«Intendi per la falce?» Chiese Celine.
«Beh, quello è solo un surrogato, ma la Falce del destino della Terra è il più potente dei quattro
oggetti mitici. Il motivo lo dice il nome stesso» iniziò Aidan, cercando di non ingarbugliarsi in quello
che voleva dire. «Intendevo che hai molto più potere di tanti altri che si allenano sin da piccoli. Io
prevedevo di perdere una settimana solo a farti capire le parate, e invece ti muovi con una rapidità
micidiale. Pensavo che saresti stata più lenta con le invocazioni, ma al secondo colpo mi hai tirato fuori
la falce!»
«Così adesso, quando mi farai arrabbiare, potrò rincorrerti con questa». Disse Celine facendogli
una linguaccia.
«Non scherzare su quell'oggetto, Celine. L'originale in mano a Fàs potrebbe annientarci».
Rispose Aidan ammonendola con lo sguardo.
«E con i poteri come funziona?» Chiese lei, che ormai voleva mettersi alla prova in tutto.
«Come per le armi. Sei tu che decidi i tuoi attacchi. Ti faccio vedere qualcosa, però non agitarti:
i miei poteri non possono farti del male».
«In che senso?» Chiese perplessa.
«Non possiamo ferirci tra noi. Se io ti colpisco con delle lingue di Fuoco, non ti faccio nulla. I
nostri poteri hanno effetto solo sui servi di Fàs». Vedendo l'espressione confusa di Celine, continuò
«ad esempio, le fiamme dell'altro giorno erano per bloccare il passaggio del guerriero ombra. Tu
avresti potuto attraversarle senza essere incenerita».
«Davvero?» Chiese Celine.
«Sì, anche se il fatto che prima non lo sapessi ha aiutato a tenerti fuori dai guai. Peccato, segreto
svelato. Ora guarda con attenzione».
Aidan la fissò intensamente, poi unì le mani «Fàinneachan-na-çhenney». Invocò rivolto a lei.
Improvvisamente le apparirono attorno alle gambe, alle braccia e al busto degli anelli di fuoco
vivo. Celine si rese conto di non avvertirne il calore, né la stretta, ma decisamente non poteva muovere
le braccia.
Aidan dopo pochi secondi la liberò. «Adesso prova tu, solo per favore, niente terremoti. Non
vorrai distruggere un così bel posto!» La sollecitò stuzzicandola nuovamente.
«Spiritoso». Disse Celine, poi senza dargli il tempo di rendersi conto di cosa stava per fare
invocò «Barraillean na fraueyn na eidheann!»
Dai palmi delle sue mani partirono alla velocità della luce due fasci di radici ed edera che
avvolsero completamente Aidan.
«Preso!» Esclamò Celine che ne impugnava l'estremità.
«Piccola strega, adesso vedi!»
Aidan iniziò a tirarla verso di sé, avvolgendosi le radici attorno alla mano. Celine provò a fare
resistenza, ma lui era troppo forte. Voleva mollare l'estremità che teneva saldamente in mano, ma
sarebbe stato come dargliela vinta, e così si fece trascinare. Aidan esclamò a sua volta «Presa!» Non
ebbe però il tempo di finire la parola che Celine perse l'equilibrio e fece di conseguenza cadere anche
lui.
Finirono a terra, Celine sopra di lui, e i loro occhi s'incatenarono di nuovo. Lei immaginò di
nascondergli il viso nell'incavo tra la spalla e il collo, e di respirare il suo odore così buono, di
stringersi ancora più forte contro di lui, accarezzargli le ciglia e baciarlo. Ma non fece niente di tutto
questo. Dopo un attimo che le sembrò infinito ricacciò in fondo a sé quelle sensazioni.
«Scusa, non volevo farti male». Disse impacciata, facendo dissolvere le radici con la forza del
pensiero.
Aidan sembrò nervoso. «Non fa niente» Le rispose senza guardarla in faccia.
Celine si accorse improvvisamente che si era fatto buio.
«Mi sa che si è fatto tardi». Disse per alleggerire l'atmosfera.
«Hai ragione» approvò lui «Per oggi abbiamo fatto abbastanza. Andiamo a cambiarci per cena».
Raggiunsero la Villa quasi in silenzio, e andarono nelle rispettive stanze. Celine non capiva
cosa fosse andato storto: era certa di non avergli fatto davvero male e soprattutto che lui non ce l'avesse
con lei. Sembrava solo che fosse sprofondato nei suoi pensieri e volesse mantenere le distanze.
Una volta rimasta sola cercò di recuperare un po' di calma. Doveva impegnarsi a mettere un
freno ai suoi pensieri: stava tutto il tempo con Aidan e, quando non era con lui, lo pensava. Di notte lo
sognava pure.
Fu colta da un brivido involontario rammentando l'episodio svoltosi poco prima: aveva avvolto
Aidan con delle radici. Si sentì soffocare ripensando al suo incubo, poi però si tranquillizzò ricordando
le parole di Aidan: tra di loro non potevano farsi del male. Questo, almeno in parte, la calmò.
Fece una doccia, ma una volta di ritorno in camera non aveva idea di cosa mettersi. Da casa non
aveva portato nulla, la tenuta era sudata e sporca d'erba e non poteva certo indossare l'abitino di velo
bianco.
Aprì l'armadio per vedere se ci fossero i vestiti larghi con cui era arrivata: non le sarebbero stati
più bene di sicuro, ma almeno erano puliti. Appena spalancò l'anta, però, rimase stupefatta.
Buonia doveva essersi data da fare: ora poteva scegliere tra un'ampia varietà di colori e abiti.
Stava per scegliere un abitino blu, ma con un moto di stizza lo scartò quando pensò che le ricordava gli
occhi di Aidan. Avrebbe voluto svitarsi il cervello e ficcarci dentro un po' di quella sostanza che
serviva per sturare i lavandini, così forse l'avrebbe piantata con quelle fantasticherie.
Prese d'impulso un completo che stava di fianco, maledicendosi quando si accorse che la gonna
sembrava un francobollo. Ma ormai era tardi e non poteva stare lì due ore come se dovesse partecipare
a un ballo di fine anno.
La gonna era plissettata, più corta al centro e più lunga ai lati, sempre che cinque centimetri
sotto l'attaccatura delle cosce si potessero definire lunghi. Le tonalità del viola cangiante si fondevano,
e Celine dovette ammettere che, anche se cortissima, era davvero molto bella. La maglia, in tinta, era
formata da due fasce che s'incrociavano lasciando la schiena nuda, e a questa seguiva un coprispalle,
che Celine decise di indossare. Le scarpe da abbinare erano sicuramente gli stivali violetti al ginocchio
che erano sul fondo dell'armadio, i cui tacchi erano spaventosi, ma ormai sapeva di essere in grado di
portarli con grazia e non la turbarono.
Quando si fissò allo specchio, stentò a riconoscersi: in quella nuova Celine non c'era niente
della ragazza insignificante che era stata fino a qualche giorno prima. Era di certo fiorita esteriormente
e non sarebbe mai voluta tornare indietro, ma si accorse con sconcerto di essere cresciuta anche
interiormente. Tutte le novità di cui era bombardata non la facevano più sentire terrorizzata come
all'inizio, e non aveva più dubbi su quale fosse il suo posto nel mondo. Per la prima volta nella sua vita
si sentiva a suo agio con ciò che era e ciò che sapeva fare, e non le sembrava vero.
Era dispiaciuta per Matteo e per ciò che avrebbe significato per lui questo cambio di vita, ma
forse era quello che ci voleva a entrambi. Forse aveva sbagliato prima a pensare che la vita fosse
solamente il susseguirsi di eventi da subire passivamente e non un moto continuo che ti offriva in ogni
istante scelte e opportunità. Soprattutto sentiva disperatamente la mancanza di Mercurio: non riusciva a
smettere di pensare a quanto si sarebbe divertito in quel giardino incredibile, e a quanto sarebbe stato
felice di dormire acciambellato su quel letto comodissimo.
Si sforzò di lasciare quei pensieri per martoriarsi quando fosse tornata a letto, non volendo
tardare a cena.
Capitolo 11 - Conoscere i guerrieri
Quando uscì in corridoio, si trovò di fronte Aidan, appoggiato in maniera indolente alla cornice
della porta della sua stanza a braccia conserte. Sentendo la porta richiudersi, alzò la testa.
«Pensavo che mi sarei addormentato in piedi» la accolse sarcastico, ma appena la vide la fissò
stupefatto «Sei molto bella» le disse d'impulso.
Celine sentì che il suo viso stava assumendo la stessa sfumatura dei suoi abiti, viola intenso, e
non aiutò che lui la stesse fissando, né che fosse da togliere il fiato anche solo con un paio di pantaloni
neri e una camicia bianca di tessuto leggerissimo a maniche lunghe.
«Andiamo» disse, per spezzare la tensione che le attanagliava la bocca dello stomaco.
Raggiungendo la sala, sentirono un allegro vociare e trovarono, già seduti a tavola, i nuovi
arrivati.
«Murchadh! Brian!» Esclamò Aidan, palesemente felice di vederli.
Celine restò sulla porta impacciata. I ragazzi si alzarono e abbracciarono a turno Aidan. Erano
entrambi molto alti: uno dei due era un colosso con i capelli rasati, con un viso dai tratti molto marcati
e il pizzetto, ed era vestito come un militare pronto per la guerra. L'altro aveva la stessa corporatura di
Aidan, ma i tratti del suo viso erano molto delicati: aveva dei bellissimi occhi verdi e i capelli neri con
delle sfumature blu, era vestito in maniera semplice come Aidan.
A un tratto, quello grosso la fissò. «Aidan non fare il maleducato! Presentaci la tua compagna».
Disse indicandola.
«Brian, non è la mia compagna, e cerca di non essere volgare come al solito». Disse Aidan
fulminandolo con lo sguardo.
«Non ti arrabbiare, Aidan» disse l'altro. «È solo che sei sparito, e pensavamo che dopo un
giorno con una recluta saresti scappato in divisione. Quando abbiamo saputo che era una ragazza,
abbiamo pensato che te la stessi spassando!» Concluse con una scrollata di spalle.
«Beh, avete pensato male. Non sono tutti come voi». Rispose Aidan secco.
«Oh, allora è vero quello che ci ha detto Kaina quando siamo arrivati!» Attaccò Brian.
«Cosa vi ha detto?» Chiese Aidan esasperato.
«Beh, dice che non sei più un uomo, e che oggi la ragazza per tentare di baciarti ha dovuto
legarti come un salame!» Esclamò Brian sguaiatamente.
Celine avrebbe voluto che si aprisse una voragine sotto i suoi piedi e che la risucchiasse.
Rimase impietrita davanti alla porta, e se Buonia l'avesse travolta con il carrello portavivande,
probabilmente non se ne sarebbe nemmeno resa conto.
«Quella vipera malefica dovrebbe imparare a tenere la bocca chiusa, e a non spiare la gente. In
ogni caso oggi Celine non stava per niente cercando di baciarmi, stava provando le sue invocazioni e
mi è accidentalmente caduta addosso» disse irritato Aidan «Visto che Kaina ama tanto spiare, vi ha
anche raccontato che Celine è in grado di evocare la Falce?» Concluse andando verso Celine.
Gli altri due erano ammutoliti.
«Vieni, Celine» disse prendendole la mano «sono solo degli zoticoni, ma sono bravi in fondo».
Celine si lasciò condurre da Aidan al centro della stanza.
«Brian Fulangach». Si presentò quello grosso stritolandole le dita.
«Piacere di conoscerti, Celine. Io sono Murchadh Toilichte, e servo i poteri dell'acqua». Disse
quello bello facendole il baciamano, e di conseguenza facendola arrossire come un peperone.
Celine si accomodò al suo posto, e parlarono del più e del meno mentre attendevano Buonia. A
un certo punto il cellulare di Aidan prese a squillare e tutti e tre i ragazzi s'irrigidirono, come molle
pronte a scattare.
«Non è Erskine, è un numero che non conosco». Disse Aidan schiacciando il tasto di risposta.
«Chi mi disturba?». Chiese seccato.
Qualcuno dall'altra parte rispose e Celine notò che Aidan ebbe subito un guizzo infastidito sul
volto.
«Umm no, aspetta. Fammi controllare... No, mi spiace. Nella mia rubrica ancora manca il
gruppo inops fastidiosi e stupidi, sono desolato». Disse Aidan, chiudendo la conversazione.
«Aidan!» Lo rimproverò Celine, intuendo chi c'era dall'altro capo del telefono. Lui fece una
smorfia disgustata, e quando il telefono riprese a squillare glielo porse.
Appena Celine premette il tasto per rispondere sentì subito la voce di Matteo che imprecava.
«Maledetto fighetto borioso...»
«Matteo, sono io». Lo interruppe Celine, allontanandosi dal tavolo e dirigendosi verso le
finestre per fingere di avere un po' di privacy.
«Celine, quel maledetto arrogante mi ha chiuso il telefono in faccia!» Disse Matteo seccato.
«Sì, ho visto. Ero qui davanti» rispose cercando di non dare particolare enfasi alla cosa «Voleva
solo farmi uno scherzo».
«Mi ha dato il numero Mavi. L'altra sera quando sono andato via le ho chiesto se potevi
chiamarmi dal telefono di Aidan, e Mavi mi ha detto che avrebbe ricordato al fratello di offrirti di farlo,
ma evidentemente si deve essere scordata. Oggi ho chiamato lei e mi ha dato il suo numero». Disse
Matteo tutto d'un fiato.
Celine dubitava che Mavi si fosse dimenticata, ma non aveva nulla da rimproverare ad Aidan:
non le era venuto nemmeno in mente di chiedergli di poter chiamare Matteo, e si sentì infinitamente in
colpa.
«Mi dispiace, Matteo». Riuscì a dire a stento. Le stava salendo il magone, rendendosi conto di
quanto fosse stata egoista a pensare di potersi lasciare alle spalle la sua vecchia vita come se niente
fosse.
«Non fa niente, non ci si poteva aspettare di meglio da quell'odioso. Piuttosto, come stai? Stai
facendo molti progressi? Tornerai presto?»
Era un fuoco di fila di domande alle quali Celine non sapeva cosa rispondere. Sapeva che
avrebbe dovuto parlare con Matteo del fatto che non sarebbe più tornata a casa, ma non ne aveva il
coraggio e soprattutto non per telefono.
«Non lo so, Matteo, è passato solo un giorno» Rispose evasiva.
«A me sembrano cento, vorrei venirti a prendere ora». Osservò lui tristemente.
«Sai bene che non è possibile. Fino a che non scopriamo cosa vogliono da me quelle strane
creature a casa sarei in pericolo, e metterei a repentaglio anche la tua sicurezza e quella di tua madre.
Per ora è meglio che stia dove sono». Ribadì Celine, sperando che lo capisse anche lui.
«Hai ragione, è solo che mi manchi molto, e anche Mercurio. Sembra che tu non sia mai stata
qui ora che è scomparso anche lui». Disse furbamente Matteo, sapendo che solo nominare il gatto
l'avrebbe fatta intristire.
A sentir parlare del suo gatto a Celine si strinse il cuore. Aveva relegato quel pensiero in un
cassetto in fondo alla sua coscienza e non riusciva a pensarci senza provare un profondo senso di colpa,
come se lo avesse abbandonato di sua iniziativa.
In quel momento entrò Buonia con la cena. «Matteo, mi manchi anche tu, ma ora devo andare.
È arrivata Buonia con la cena. Ci sentiamo appena possibile». Disse quasi chiudendogli il telefono in
faccia.
Gli dispiaceva per Matteo, ma l'accenno a Mercurio l'aveva sconvolta, e se avesse dovuto
sostenere una discussione al riguardo ancora mezzo minuto si sarebbe messa a piangere come una
scema lì davanti a tutti. Inoltre era arrabbiata perché aveva capito che Matteo non lo aveva tirato in
ballo tanto per parlare, ma perché sapeva che l'avrebbe ferita nominandole il gatto. Lo aveva fatto di
proposito.
«Stasera sono stata vittima di un'aggressione». Disse Buonia scherzando.
«Cos'è successo?» Chiese Celine.
«Questi due signori sono arrivati con una cena indiana sufficiente per un reggimento». Spiegò
Buonia ridendo mentre metteva le portate in tavola.
C'erano quattro tipi di riso: al limone, alle verdure, Byriani (con i gamberetti) e Dalchini Palau
(riso fritto alla cannella).
A seguire c'erano pesce con yoghurt oppure korma di pollo e pollo Tandoori.
Non si erano dimenticati neppure del dolce: avevano portato il Kheer, un budino di riso, e il
Kulfi, un tipico gelato indiano con mandorle.
Celine andava pazza per la cucina indiana, e non vedeva l'ora di attaccare quel ben di Dio.
«Allora hai un ragazzo?» Domandò Murchadh mentre stava per servirsi.
«Sì». Rispose Celine imbarazzata, specialmente dopo l'espressione che fece Aidan quando
Brian disse «Allora è vero che non ti è saltato addosso!»
Per Aidan la misura era colma, Celine lo capì dalla sua espressione, ma evidentemente non
voleva darla vinta ai suoi amici.
«Sentite, non sono mica un animale. Così la terrorizzate: adesso avrà paura a venire con me in
giro da sola. Non è vero, Celine?» Chiese fissandola.
«Oh no, per niente. Al limite posso sempre insaccarti come ho fatto oggi». Rispose lei stando
allo scherzo.
Tutti scoppiarono a ridere, Aidan compreso, e finalmente l'imbarazzante tema Matteo fu
accantonato.
Celine non capiva come mai Aidan lo odiasse tanto: certo, per lui era solo uno sciocco umano,
ma non credeva che bastasse quello a scatenare tutto il disprezzo che Aidan sembrava sprizzare da tutti
i pori appena lei lo nominava. Fortunatamente il momento era passato e poterono dedicarsi alla cena.
I ragazzi erano rumorosi ed esuberanti, ma effettivamente erano molto simpatici: non facevano
che stuzzicare Aidan e il suo amor proprio, con la differenza che, in questo caso, sembrava divertirsi
anche lui. Era evidente che volesse loro bene, e che i loro scherzi fossero bene accetti.
«Vado fuori a fumare». Disse Murchadh quando ebbero terminato la cena.
«No, aspetta» lo fermò Aidan «È una serata così bella! Andiamo tutti giù alla serra. Devo
ancora finire di raccontare un po' di storia a Celine, e sarà più divertente farlo tutti insieme».
Quando arrivarono alla porta. Aidan prese dall'armadio a muro un mantello nero con cappuccio
e lo porse a Celine. «Indossalo» le disse «questi abiti non sono trattati come la tenuta, potresti avere
freddo».
«Grazie». Rispose  Celine riconoscente mentre lui le sollevava il cappuccio.
La serra di sera era molto bella, e nell'aria aleggiava un profumo delizioso, un mix di agrumi e
piccoli fiori di cui Celine non sapeva il nome. Quando Murchadh finì la sigaretta e si andò a sedere
sulle poltrone vicino a loro, si rivolse a Celine.
«Allora, a che punto eri rimasta?» Le chiese.
«Beh, Aidan, la prima notte che ho passato alla Divisione, mi ha raccontato l'inizio della storia
e mi ha fatto leggere la profezia. Da quello che mi ha detto in seguito, ho capito che le vostre Armi
Sacre sono andate perdute. Si era fatto molto tardi, e Aidan non è voluto andare oltre con la
spiegazione». Rispose Celine.
«Dunque ti manca il racconto sull'invasione?» Domandò Brian.
«Penso di sì». Rispose Celine.
Notò uno strano scambio di sguardi tra loro tre, e vide Aidan assentire, quindi Brian prese la
parola.
«Il migliore per parlare di assedi sono io!» Disse con convinzione.
«Sì, ma devi spiegarle anche gli antefatti e come si sono svolte le cose. Non puoi partire dalla
battaglia altrimenti non capirà nulla». Lo rimbeccò Murchadh.
«Piantatela ragazzi, altrimenti gliela racconto da solo e vi prendo a calci» s'intromise Aidan.
«Inizia tu, Murch, con la storia, e poi al momento dell'assedio proseguirà Brian. Così le darete anche
due punti di vista differenti». Concluse, cedendo la parola al primo con un gesto della mano.
Celine si sforzò di portare tutta la sua attenzione su Murchadh, anche se aveva notato come
Aidan sembrasse leggermente contratto, con la testa  bassa e una postura rigida.
«Aidan ti avrà certamente detto che noi non mischiamo mai le nostre vite con quelle
degli inops». Attaccò Murchadh.
Celine si limitò ad assentire.
«Gli Spiriti non vogliono che ci intromettiamo nelle loro vite, né che loro sappiano della nostra
esistenza. Il libero arbitrio deve prevalere sempre, e inoltre ci è assolutamente vietato procreare con
loro. Ma qualche anno fa, dopo giorni di consiglio abbiamo fatto una grossa eccezione». Murchadh
fece una pausa per raccogliere le idee.
«Il paese confinante con Gallaibh era stato preso d'assedio. I dubhar laoich avevano preso
d'assalto la popolazione sperando di trovare qualcuno che conoscesse il passaggio per Gallaibh:
ovviamente gli umani non ne avevano idea, né, essendo senza vista, potevano vedere cosa li attaccasse.
Erano convinti fossero terroristi e che stessero chiedendo loro assurdità. Non esiste umano o guerriero
ombra che possa trovare la strada per entrare a Gallaibh, a meno che non venga trasportato all'interno
da noi. Se vado troppo veloce, o non capisci qualcosa, interrompimi pure, Celine».
«Fin qui è tutto chiaro, continua pure». Rispose Celine, che stava cercando d'immaginare il
panico di quella povera gente, presa d'assedio da quelle creature mostruose.
«Impietositi dallo sterminio che stava avvenendo e che non riuscivamo a contenere, perché
ormai erano a migliaia i dubhar laoich che attaccavano la popolazione, portammo i superstiti umani
nella nostra amata città madre: li ospitammo nelle nostre case, curammo le loro ferite e recammo
conforto per le loro perdite...»
«Proprio questo fu l'errore». Disse Aidan sprezzante, interrompendo il racconto.
«Aidan, hai chiesto a noi di raccontarla apposta per non farlo tu. Cerca di stare in silenzio». Lo
rimbeccò Murchadh, poi proseguì rivolgendosi a Celine. «Tu non sei mai stata nella nostra città natale.
Non hai mai visto il palazzo dalle quattro torri, e i meravigliosi giardini delle stagioni, ma resteresti
abbagliata dalla sua bellezza».
Murchadh si prese una pausa per bere un sorso del caffè fumante che si erano portati dietro in
un thermos, e quando riprese la sua voce era aspra.
«Quella feccia di umani, anziché ringraziarci per il bene arrecato loro, contravvenendo agli
ordini, ci si rivoltò contro» disse, stringendo in mano la tazzina. «Scusami, Celine» riprese «non è
corretto. Mi faccio prendere dalla rabbia, rischio di lasciarmi trasportare come Aidan se non sto attento.
Ma la verità è che abbiamo preso una decisione sbagliata, contravvenendo alle regole. Gli umani che
abbiamo portato all'interno della città non erano più tali: erano solo dooinney breun, corrotti. Tutti
quelli che si erano opposti ai dubhar laoich, erano stati falciati, e i sopravvissuti si erano alleati con
loro per sopraffarci. Fàs agì con furbizia, lasciando che ci fidassimo di loro, che li lasciassimo girare
indisturbati senza temerli, e in fondo perché avremmo dovuto? Erano solo umani. Ma a un certo punto
strinse la sua morsa su di loro, e iniziarono a mutare tutti rapidamente: donne, uomini e persino i loro
figli. A quel punto fu il caos» Murchadh si fermò e indicò Brian «cedo a lui la parola». Concluse.
Brian, che fino a quel punto era stato stranamente silenzioso, iniziò a parlare con voce grave.
«Era ormai sera quando scoppiò il caos, e tutti gli umani mutati si erano radunati davanti al
palazzo dalle quattro torri attaccandolo simultaneamente. Non eravamo preparati quando iniziarono le
urla e le esplosioni» Brian si fermò «A onor di cronaca va detto che io c'ero perché ho sessantacinque
anni, anche se ne dimostro molti meno».
Celine assentì. «Aidan mi ha spiegato che vi potete rigenerare e non invecchiare una volta
arrivati a venticinque anni».
Brian si alzò in piedi: si vedeva che parlare di quella notte lo rendeva inquieto.
«Tutti i guerrieri sono corsi al palazzo. L'intento dei nemici era chiaro: volevano impossessarsi
delle nostre Armi Sacre. Perdemmo tempo a batterci con quelli che avevano lasciato indietro apposta
per rallentarci, mentre un ristretto numero di corrotti si era già diretto alle varie torri, e quando i quattro
Custodi, discendenti delle famiglie fondatrici, si accorsero che ormai stavano per essere raggiunti
presero una decisione simultanea». Brian s'interruppe cercando un modo per spiegarle le cose al
meglio.
«Devi sapere, Celine, che fino ad allora, in ogni torre, c'era un portale collegato a una delle
quattro terre, così che noi potessimo relazionarci con i nostri alleati nel mondo in modo facile e
immediato, e avessimo la possibilità di teletrasportarci in caso fosse richiesto».
«Cosa sono le quattro terre?» Chiese Celine, che non ne aveva mai sentito parlare.
«Non sono le quattro terre, ma i Quattro Regni. Te ne ho parlato nella storia antica, gli Spiriti
degli Elementi li fondarono ai quattro lati del mondo» S'intromise Aidan.
«Scusate l'interruzione, ora ricordo. Continua pure Brian. Cos'accadde dopo?» Lo incitò
Celine.
«I Custodi delle Armi le lanciarono nei portali e poi li sigillarono, distruggendoli per impedire
ai dooinney breun di passarci attraverso. Quando i corrotti arrivarono non c'era più nulla da rubare, e
nel mentre dalle retrovie arrivammo noi e li falciammo tutti. A prima vista sembrava una battaglia vinta
con l'astuzia, fino a quando uno di noi non guardò dalla finestra e vide i fuochi. Un gruppo
di corrotti era rimasto nascosto al limitare della città, e appena tutti i guerrieri furono impegnati nella
battaglia al palazzo attaccarono la popolazione, aggredendo le famiglie di residenti. Nessuno di loro
aveva abbastanza potere per reggere contro quei mostri: fu un bagno di sangue, morirono schiere di
innocenti, tra i quali moltissimi bambini».
Aidan si alzò di scatto, e uscì fuori a grandi passi.
«Che cos'ho detto?» Domandò Brian.
«Niente. Solo, lo sai che effetto gli fa tutte le volte...» Rispose Murchadh.
Celine che non ci capiva più nulla, interrompendo Murchadh, chiese «Cos'è successo davvero
quella notte?»
«Quella sera è stata sterminata la mia famiglia» rispose Aidan, che era rientrato «Quelle bestie
entrarono in casa nostra. Mio padre era stato un laoch, ma i suoi poteri si erano indeboliti: aveva
sposato una semplice guaritrice, e deciso d'invecchiare con lei. Quando quegli esseri invasero casa
nostra mio padre iniziò ad attingere al suo potere per cercare di salvarci» disse, lasciandosi cadere sulla
sdraio a fianco a Celine «Sono io il motivo per cui sono morti». Sussurrò fissando il pavimento.
«Sai benissimo che non è vero» lo interruppe Brian «ti amavano: eri loro figlio, e hanno cercato
di proteggerti come avrebbe fatto qualunque genitore». Concluse perentorio.
«Invece sai benissimo che le cose non stanno così. I miei genitori si fecero trucidare per tenere
lontani quei mostri da me perché volevano proteggermi, ma non solo perché ero loro figlio: perché
erano fermamente convinti che fossi uno dei Prescelti, anche se ero nato senza marchio» s'interruppe,
guardando Celine «devi sapere che già da neonato ero in grado di usare il fuoco, e non erano sporadici
episodi casuali. Lo facevo con cognizione di causa. I miei genitori avevano la speranza che un giorno
avrei potuto salvare il nostro popolo» volgendo nuovamente lo sguardo al pavimento, continuò. «Per
tenermi alla larga dai mostri, anziché tentare di salvarsi scappando per le strade, mi circondarono di
fiamme, sapendo che a me non avrebbero fatto nulla. Mia madre diede energia a mio padre con le
pozioni, attraverso i suoi poteri da guaritrice e lui sparse fiamme ovunque, che si mischiarono con
quelle già appiccate dai nostri nemici. In breve la casa fu un rogo, i corrotti scapparono pensando che
ormai dovevano aver ucciso tutti, e mio padre e mia madre arsero vivi a causa del fuoco nero dei
corrotti. Solo io venni trovato, il mattino dopo, in mezzo alle macerie come se nulla fosse accaduto. In
seguito mi accolsero i genitori di Mavi. Mia madre e mio padre mi amavano e sono morti a causa
dell'amore che provavano per me, ed io li ho delusi, perché non sono uno dei Prescelti. Solo un
semplice Custode del Fuoco. Le loro vite si sono spente per nulla».
«Ti hanno salvato perché eri importante per loro, a prescindere da cosa saresti diventato. Non
sarebbero sopravvissuti lo stesso al dolore se ti avessero perso. Non rovinare il loro gesto d'amore con
questi pensieri». Disse cauta Celine.
Incurante degli altri due, sollevò il viso di Aidan affinché la guardasse negli occhi, e gli scostò i
capelli dal viso, pensando che le avrebbe bloccato la mano. Lui però la lasciò fare, senza staccare gli
occhi dai suoi, come se stesse cercando di capire se pensava davvero quello che gli aveva appena detto
o se fossero solo parole di circostanza. Come se fosse incredibilmente importante ciò che lei pensava, o
come se fosse appeso a quelle parole come a un'ancora di salvezza che gli dava sollievo.
Celine resse lo sguardo, tesa per la vicinanza dei loro volti, per l'intimità del gesto e il fatto che
non fossero soli, ma consapevole che non esistesse solo quello che provava lei. Aidan, in quel
momento, oltre la durezza e la consueta arroganza, era fragile e ferito. Dalle sue parole aveva capito
che non riusciva a perdonarsi il fatto di essere sopravvissuto ai suoi genitori, ma soprattutto sentiva di
averli delusi perché non era ciò che loro pensavano sarebbe diventato: ritrarsi in quel momento avrebbe
sminuito il peso delle sue parole.
«Almeno tu sai com'è andata, per quanto doloroso sia. Pensa a me: per quanto ne sappiamo, i
miei potrebbero anche avermi mollata in un cassonetto!» La cosa sembrò funzionare, e Aidan si lasciò
sfuggire un sorriso vero.
«Non credo sia andata così, ma questo mi ricorda che non sappiamo ancora niente sul
perché Fàs ti voglia». Rivolse la sua attenzione a Brian e Murchadh che li stavano guardando perplessi:
evidentemente nemmeno loro erano abituati a vederlo così vulnerabile.
«Come ho riferito a Erskine, ieri notte ci hanno attaccato di nuovo, per cui fate molta
attenzione. Ormai siamo certi che usino come luogo d'appostamento il bosco vicino alla galleria,
evidentemente è l'ultimo luogo in cui ci hanno visti con certezza». Disse Aidan ai suoi amici.
«Lo sappiamo, e stiamo pattugliando strenuamente tutta la zona per trovare qualcun altro da
interrogare, ma sembra non ci sia più nessuno di quegli esseri di guardia alla Divisione. Erskine dice
che vuole aspettare il rientro di Morwenna e poi potremo organizzare una spedizione per indagare sul
passato di Celine». Rispose Brian.
«Mi dispiace di non poter essere di nessun aiuto». Si sentì in dovere di dire Celine.
«Non hai nulla di cui dispiacerti, eri troppo piccola per ricordare qualcosa. Aidan conosce la sua
storia perché la famiglia di Mavi ha ritenuto opportuno che sapesse la verità. Tu non hai avuto nessuno
che potesse raccontartela». La rassicurò Murchadh.
Brian si alzò in piedi. «E' stata una serata interessante, ma è tempo di andare o Erskine ci farà
una bella lavata di capo per questa lunga pausa cena».
Murchadh lo imitò, ma prima di andarsene si avvicinò a Celine.
«Non avevo mai visto Aidan vulnerabile alle parole di qualcuno». Le sussurrò all'orecchio.
Salutarono calorosamente Aidan, e dopo un cenno della testa rivolto a lei si smaterializzarono.
«Cosa ti ha detto Murch?» Chiese Aidan cogliendola di sorpresa.
Celine non era sicura che fosse saggio dirgli la verità.
«Mi ha detto di legarti con le radici in pubblico la prossima volta!» Rispose scherzosa.
Aidan non sembrava convinto dalla sua risposta, ma lasciò correre.
«Ti spiace se restiamo ancora un po'?» Le chiese inaspettatamente.
Celine fece cenno di no con la testa.
«Non ho voglia di andare a letto, non ancora. Ho solo voglia di stare un po' qui in pace, il
silenzio a fianco a te non è pesante o da riempire a forza con inutili parole». – Sembrò sentirsi in
dovere di giustificarsi.
Celine si limitò a sorridergli, e lui si sistemò sulla sdraio a fianco alla sua, chiudendo gli occhi.
Lei capiva cosa stesse facendo: non voleva affrontare nessun altro prima di rialzare il suo solito
muro di sfrontatezza. Lo aveva fatto un sacco di volte anche lei quando rimaneva ferita dal
comportamento delle persone che la ignoravano. Non le andava che sua madre o suo padre si
preoccupassero per quelle sciocchezze, ma aveva bisogno di tempo, a volte, per costruire una maschera
di serenità.
Ora che Aidan era lì di fianco a lei a occhi chiusi si concesse di guardarlo come non faceva
mai. Fissare Aidan le faceva provare sensazioni strane, come adesso che immaginava di rannicchiarsi lì
vicino a lui solo per poggiargli la testa sul petto e sentire battere il suo cuore. Desiderò accarezzargli i
capelli, e si chiese cosa avrebbe provato a baciarlo. Non capiva perché non riuscisse a guardarlo
semplicemente come faceva con Brian o Murchadh: erano entrambi dei bei ragazzi, ma nessuno dei due
le trasmetteva le emozioni che le dava Aidan.
Celine si chiese se l'odio irrazionale che Aidan provava per Matteo dipendesse dal fatto che
detestava gli umani per quello che era successo alla sua famiglia, ma non trovava possibile nemmeno
quello. Aidan era troppo razionale per un sentimento del genere: certo, non voleva umani nella sua vita,
proprio come diceva la legge del loro popolo, ma era consapevole che gli umani che li avevano
attaccati ormai di umano non avevano più nulla. Erano delle vittime, proprio come loro.
Si chiese se Aidan stesse dormendo o cercasse solo di prendere le distanze da quello di cui
avevano appena parlato, dato che era immobile e completamente rilassato. Desiderava consolarlo
ancora e rassicurarlo sull'amore che sicuramente nutrivano i suoi genitori per lui, ma sapeva che non
era il momento. Aidan non era il tipo da accettare di essere compatito, e anzi era sorpresa che prima le
avesse concesso tanto, specialmente di fronte ad altre persone. Non riusciva a togliersi dalla testa
quello che le aveva sussurrato Murchadh appena prima di andarsene. Le sembrava impossibile che tra
tutti Aidan avesse permesso proprio a lei di penetrare la sua corazza d'indifferenza, ma era certa di
quello che aveva scorto nei suoi occhi mentre gli parlava: aveva avuto bisogno di quelle parole, e aveva
avuto bisogno che provenissero da lei.
L'aria era diventata più fredda, e Celine si rannicchiò sulla sdraio: non le sarebbe dispiaciuto
infilarsi sotto le coperte, ma voleva aspettare che Aidan fosse pronto a rientrare. Non le andava di
essere lei a chiederglielo, perché sapeva che l'avrebbe accontentata subito. Senza nemmeno
accorgersene scivolò nel sonno.
"...Celine sentiva freddo, un gelo terribile che penetrava fin nelle ossa. Era in un posto buio
e le sue membra sembravano congelate. Non vedeva nulla ma in lontananza sentiva schiocchi e risate
stridule. Sarebbero venuti e l'avrebbero presa, ne era certa.
L'aria sembrava fatta di lame ghiacciate, e aveva l'impressione che le si insinuassero fin nelle
ossa dei gelidi artigli.
Si sentiva perduta e incapace di fare qualunque movimento, persino respirare era difficile, il
ghiaccio che le fluiva attraverso i polmoni. Sapeva che se non si fosse mossa l'avrebbero trovata e
presa, ma forse sarebbe stata fortunata. Forse sarebbe morta prima che loro arrivassero.
Chiuse gli occhi sull'oscurità per abbandonarsi all'oblio, ma non era ancora pronta. Sapeva
che se avesse parlato sarebbero giunti subito da lei, ma nella sua mente urlava e urlava. Le lacrime le
scaturivano dagli occhi in piccoli rivoli che si congelavano sulle guance. Quando stava per lasciar
cadere l'ultima speranza, si sentì avvolgere da una luce calda. Ne percepiva la potenza e il benessere,
e non osava riaprire gli occhi per paura che fosse un gioco crudele delle orribili creature che
popolavano quel luogo, ma era impossibile: era una sensazione di luce troppo forte per poter essere un
artifizio. Avvolta in quel calore splendente, si sentiva come cullata, quasi come se fosse su una barca e
stesse dondolando. Non poteva sapere con certezza da dove provenisse quel tepore, ma si sentiva al
sicuro e protetta, e ci si aggrappò con tutte le sue forze: era l'unica via per uscire da quel luogo di
terrore..."
Capitolo 12 - Il segreto di Morwenna
Qualcuno stava bussando con insistenza alla porta, in quello che ormai a Celine sembrava il suo
risveglio consueto.
«Avanti». Disse frastornata.
La luce che si riversava nella stanza le fece capire che era giorno inoltrato, ma non si ricordava
di essere tornata a letto.
Era Aidan, già in tenuta.
«Ho pensato che avremmo fatto prima se ti avessi portato la colazione a letto, dormigliona».
Disse ridacchiando mentre posava sulla toletta un vassoio con succo d'arancia, cappuccino e una
brioche.
«Questo posto mi sta stravolgendo» si giustificò Celine «Non mi ricordo nemmeno di essere
tornata in camera mia ieri sera».
«Per forza, sei nel mio letto». Disse Aidan.
Celine si guardò intorno freneticamente, rossa come un peperone, poi sentì esplodere una risata.
«Scusami, è stato più forte di me. Dovresti vedere la faccia che hai fatto, impagabile». La prese
in giro Aidan, continuando a sbellicarsi dalle risate.
«Se non la smetti di sfidare la buona sorte, potrei decidere di rovesciarti in testa il vassoio della
colazione!» Rispose Celine ancora più imbarazzata.
«E' questo il ringraziamento per averti portata in braccio fin qui stanotte?» Chiese Aidan con
un'espressione di finta offesa sul volto.
«Mi hai portata qui tu?» Domandò lei stordita.
«Beh, vedi qualcun altro?» Scherzò Aidan fingendo di guardare sotto il letto.
Celine sbuffò esasperata. Già si era persa un pezzo della serata, ed ora ci mancava solo lui a
prenderla in giro.
«Ti sei addormentata nella serra, e me ne sono accorto perché tremavi dal freddo.
Evidentemente muovendoti ti si era slacciato il mantello, così ti ci ho avvolta ben bene e ti ho portato
fin qui. Eri ghiacciata, appena ti ho tirata su mi ti sei avvinghiata addosso. Ti ho messa a letto e ti ho
tolto le scarpe per evitare che sporcassi le coperte». Spiegò Aidan smettendo di scherzare.
"Ecco cos'era il sogno, il freddo, la luce calda" pensò.
Imbarazzatissima, rispose «Non mi ti sono avvinghiata addosso!» Scattando in piedi tutta
scarmigliata.
«Bene, ti lascio. Così puoi cambiarti, a meno che tu non voglia che io resti». La stuzzicò Aidan
andando verso la porta.
«No, grazie tante». Rifiutò decisa Celine incrociando le braccia.
Aidan fece per andarsene, poi una volta sulla porta ci ripensò e disse «Sai, forse sei meglio
quando dormi. Almeno hai il coraggio di manifestare ciò che non vuoi ammettere con te stessa». E si
richiuse la porta alle spalle.
In un moto di stizza, Celine lanciò il cuscino contro la porta. Non era davvero possibile che
Aidan riuscisse sempre a irritarla così.
Aveva appena finito di prepararsi, quando qualcuno bussò alla porta. Convinta che
fosse nuovamente lui e pronta a dirgliene quattro, si trovò invece di fronte Buonia.
«Buongiorno, Celine. Sei di cattivo umore?» Domandò perplessa.
«No, perlomeno non con te». Rispose Celine, dispiaciuta della sua sgarbata accoglienza.
Buonia le fece un sorriso.
«Posso parlare con te o ti disturba?» Chiese Celine imbarazzata.
«No, certo che non mi disturba. Sono qui apposta per aiutarvi con le vostre esigenze». Rispose
Buonia con gentilezza.
«Fai già sin troppo, e a proposito, grazie per i vestiti».
«Figurati, come ti ho detto, è il mio lavoro provvedere a voi».
«Io non voglio darti del lavoro, ma ho disperatamente bisogno di un'amica». Rispose Celine.
Buonia la guardò perplessa. «Sono certa che quando ti sarai ambientata avrai la possibilità di
conoscere qualche guerriera come te, oppure di passare del tempo con Mavi». Rispose educatamente.
«Io lo sto chiedendo a te». Insisté Celine.
«A me? Ma io sono solo quello che nel tuo vecchio mondo equivarrebbe a una governante».
Rispose Buonia sulla difensiva.
«Non sono abituata a questo genere di distinzioni» rispose Celine impassibile «tu sei buona, si
vede. Non m'importa altro».
«Ho già avvisato Aidan che il vostro allenamento è posticipato. Stanotte è arrivata Morwenna, e
desidera vederti» disse Buonia, cambiando discorso «penso sia meglio non farla aspettare».
«Certo, andiamo». Acconsentì Celine, che non voleva certo che la ragazza fosse sgridata per
colpa sua.
Si era accorta che Buonia aveva volutamente cambiato discorso, ma non le avrebbe permesso di
schivarla così. Non era giusto che si sentisse inferiore solo per il lavoro che faceva.
Tutto quello di cui si occupava era perfetto, e si vedeva quanto amore ci metteva: in lei c'era
sicuramente di più che una semplice governante, Celine ne era certa. Aveva solo bisogno che anche lei
ci credesse.
Percorrendo con Buonia un'ala della Villa in cui non era ancora stata, ringraziò mentalmente il
destino del diversivo che le aveva concesso, per non doversi subito vedere con Aidan.
La giornata non era iniziata nel migliore dei modi e non aveva voglia di riprendere il discorso
da dove lo avevano interrotto. La infastidiva soprattutto che lui avesse fatto centro. Era vero che le
risultava quasi impossibile ammettere con se stessa quanto desiderasse il contatto con lui. Era qualcosa
che trascendeva ogni buon senso, specialmente per lei che non era mai stata una da brucianti passioni, e
poi aveva il ragazzo: era totalmente fuori luogo provare certe cose.
Buonia la fece entrare in un salottino, anticamera di una stanza da letto molto grande.
Dalle finestre filtrava molta luce, che illuminava delle poltrone e un tavolino di forma antiquata. Un
piccolo camino scaldava la stanza, e nell'angolo c'era una piccola libreria, con un quadro che ritraeva
presumibilmente Morwenna e la sua famiglia, diversi vasi di fiori erano disposti sulle mensole. Era un
ambiente sereno, e di classe. Quando Buonia rientrò nel salottino era seguita da una donna intorno ai
cinquant'anni, sicuramente Morwenna: sembrava però molto invecchiata rispetto al quadro, e la
cosa le diede subito da pensare "Quale donna, potendo scegliere di dimostrare per sempre venticinque
anni, preferisce invecchiare? Forse anche suo marito, come la moglie di Erskine, era morto?"
Era una bella donna, dal portamento regale. I suoi occhi erano di un grigio intenso, la pelle
molto chiara e i capelli biondi tendenti al grigio, e indossava un abito elegante. Ciò che però metteva in
soggezione Celine era il modo in cui la fissava: non era un semplice interesse per un volto nuovo, no.
Era come se la stesse ispezionando.
Resasi forse conto di averla messa in imbarazzo, avanzò verso di lei. «Celine, è un grande
piacere conoscerti. Vieni, sediamoci a chiacchierare un po'». Disse, indicandole le poltroncine.
Celine la seguì in silenzio e si sedette, notando che nel mentre Buonia era uscita dalla
stanza. Pensò a qualcosa da dire per rompere il silenzio: la donna aveva ricominciato a fissarla, e da
vicino il modo in cui la guardava era ancora più inquietante.
Infine decise di dire la prima cosa che le venne in mente, pur di distrarre Morwenna dallo strano
modo in cui la fissava.
«La ringrazio moltissimo per l'ospitalità in questa magnifica residenza». Esordì imbarazzata.
La donna sembrò riscuotersi, e rispose. «Mia cara, qui tutti i Custodi sono i benvenuti, e a
maggior ragione una laoch promettente come te. Aidan mi ha detto che sei molto brava, stamani a
colazione. Ti prego anche di non darmi del lei, mi fa sentire decrepita. Sei una di noi, questa è casa
tua».
Celine sorrise. «Aidan è un bravo maestro, ed è molto piacevole stare qui, anche se sono
preoccupata per via dell'interesse che manifestano quelle creature nei miei confronti». Rispose
sperando di ottenere qualche informazione in più.
«E fai bene a esserlo. Fàs ci odia tutti indistintamente, ma non ha mai manifestato per nessuno
un interesse ossessivo come quello che ha per te. Mi scuso per il modo in cui ti guardavo, ma stavo
appunto tentando di scoprire se mi ricordassi qualcuno. Al momento non mi viene in mente nulla».
Disse Morwenna, giustificando il suo fissarla in modo così ostentato.
«Mi dispiace» rispose Celine con espressione mesta «come dicevo anche ieri sera a Brian e
Murchadh, ero una neonata quando sono stata adottata, per cui non conservo nessun ricordo del mio
passato, sono cresciuta qui a Venezia...»
«Non ti preoccupare, sono certa che riusciremo a trovare qualcosa. Intanto, con il tuo permesso,
potremmo andare a curiosare nella casa della tua famiglia, e vedere se ci sono dei documenti relativi
alla tua adozione. Non ti hanno raccontato nulla, i tuoi genitori adottivi?» Domandò la donna,
incoraggiandola a parlare.
Celine si torse le mani: parlare di loro l'addolorava ancora, erano morti solo da pochi mesi.
«Tutto quello che so è che questo nome mi fu dato dai miei genitori naturali. I Vendramin mi
adottarono in un istituto, e mi dissero che i miei genitori erano morti e non avendo parenti prossimi ero
finita in orfanotrofio, ma io non posso sapere se sia vero o no. Non ho mai avuto motivo di dubitare di
queste informazioni, né mai nessuno mi è venuto a cercare, prima di adesso. Però è anche possibile che
i miei genitori mi abbiano abbandonato di proposito, magari perché erano in fuga, e che all'istituto
abbiano mentito ai miei genitori adottivi, temendo che in caso contrario non mi avrebbero presa per
paura di ripercussioni in futuro». Rispose Celine, che non riusciva a smettere di sentirsi in colpa per
non avere indicazioni rilevanti sul suo passato da riferire. Si rese anche conto di non riuscire a smettere
di tormentarsi le mani.
Morwenna mise una mano sulle sue, bloccandola. «Non rovinarti le mani, non serve a nulla»
disse sorridendo. «Non ti massacrare la testa facendo pensieri che non portano da nessuna parte. Sono
certa che con un po' di pazienza verremo a capo del mistero. Ti dico subito però che,
dopo diciotto anni, non penso che i tuoi genitori siano ancora vivi. Altrimenti ti avrebbero cercato loro:
nessuno di noi lascerebbe mai uno della nostra razza tra gli umani volontariamente».
Celine annuì: nonostante sentisse che era una persona di cui si poteva fidare, il modo in cui la
fissava continuava a turbarla.
«Adesso vai a raggiungere Aidan, sono certa che lo troverai in giardino. Parleremo quando
qualcuno dei ragazzi tornerà da casa tua con notizie più precise». Disse Morwenna congedandola.
«D'accordo, e ancora grazie per l'ospitalità». La salutò Celine, prima di chiudersi la porta alle
spalle.
Non poté vedere l'espressione di Morwenna appena lasciò la stanza. Sembrava che avesse visto
un fantasma, e si teneva una mano sul petto come paralizzata mentre con l'altra cercava freneticamente
il telefono nella borsetta sul sofà.
Celine trovò Aidan seduto per terra scompostamente, intento a lanciare pezzi di pane ai pesci
nella vasca.
«Ti sei fatto rapire dall'ozio?» Gli chiese divertita.
«No» rispose annoiato, poi guardandola bene in faccia si allarmò «Cosa succede, Celine? Mi
sembri turbata».
«Quella donna è sicuramente una bravissima persona, ma mi fissava in un modo...»
Celine non terminò la frase, lasciandosi cadere sul prato di fianco ad Aidan.
«Probabilmente ti guardava per vedere se le ricordavi qualcuno. Sicuramente conosceva un
sacco di giovani che potevano avere l'età dei tuoi genitori, visto che aveva dei figli della stessa età».
Concluse Aidan.
«Lo ha detto anche lei». Disse Celine.
«Dei suoi figli?» Chiese Aidan stupito.
«No. Che mi guardava per vedere se le ricordavo qualcuno, ma non le è venuto in mente
nessuno.» sospirò «Perché, dove sono i suoi figli?» Chiese poi con curiosità.
«Te lo dico se la smetti di torturare quel pezzo di pane, anziché lanciarlo ai pesci». Rispose
Aidan divertito.
«Scusa» Disse Celine lanciando il pane nella vasca «Oggi devo essere più agitata del solito:
continuo a torturarmi le mani, o a stritolare quello che mi capita a tiro».
«Facciamo così: ti racconto prima la storia di Morwenna, e poi risolviamo il tuo problema di
compulsione» Disse Aidan ridacchiando.
«Come?» Chiese Celine divertita.
«Ah, è una sorpresa! In effetti ci stavo già pensando, finisco di raccontarti questa cosa e poi
andiamo».
«D'accordo». Concesse Celine, sdraiandosi sul prato a pancia in giù e puntellando il viso sui
gomiti.
«Avrai sicuramente notato che Morwenna ha scelto d'invecchiare. Una volta era
un'ottima laoch, anzi, era la più forte, e padroneggiava l'elemento della terra, proprio come te. Era la
custode della torre della Falce del Destino della Terra a Gallaibh. La sera dell'attacco era lì a difendere
le nostre armi sacre, quando però fu tutto finito e andò a casa di suo figlio per vedere come stessero
trovò solo un cumulo di macerie. La sua storia è dolorosa quasi quanto la mia; quella notte lei perse
tutto: suo marito fu ucciso nella rappresaglia dell'assedio, suo figlio e la moglie, che era incinta,
morirono nel rogo appiccato dai dooinney breun. Il figlio minore, che era andato ad allertare il fratello,
fu ucciso con loro. Ormai la Falce non c'era più, e Morwenna decise di abbandonare i laoich e di
invecchiare per raggiungere i suoi cari. Ha mantenuto solo il suo posto nel Consiglio, essendo
discendente di una delle famiglie fondatrici le spetta di diritto. Gli altri membri non sono stati felici
della sua scelta: con la sua morte la sua dinastia si estinguerà. Ma d'altra parte invecchiare è
un'opzione che spetta a ognuno di noi». Concluse Aidan.
«Che strano» osservò Celine «ho notato che è un tema ricorrente».
«Che cosa?» Chiese incuriosito Aidan.
«Che scegliete d'invecchiare e morire sempre per amore, sia se lo trovate e non può mantenersi
giovane, sia se lo perdete e decidete di seguirlo» Rispose Celine, che proprio non ce la faceva a star
ferma con le mani e stava torturando un ciuffo d'erba.
«Non ci avevo mai pensato. L'amore fa fare cose stupide» disse Aidan «Dai, vieni. Ti faccio
vedere cosa ho pensato di fare oggi». Proseguì, porgendole la mano per aiutarla a rialzarsi.
Quando Celine si alzò, videro entrambi che davanti alla villa si era appena materializzata una
donna.
«Chi è ?» Chiese Celine, notando la donna biondo platino dai capelli cortissimi che saliva
rapidamente verso l'atrio.
«È Ermer, la compagna di Erskine. Probabilmente Morwenna l'ha chiamata per chiederle di
andare a indagare a casa dei tuoi. Vedrai, verranno a capo di qualcosa. Andiamo, adesso». Rispose
poggiandole una mano sulla spalla.
Celine lo seguì per un sentiero tortuoso che saliva inerpicandosi, fino a portarli all'estremo
opposto rispetto alla villa, fermandosi di fronte ad una piccola costruzione che sembrava abbandonata.
«Dove siamo?» Chiese Celine guardandosi attorno.
«Questo era un padiglione che, tantissimi anni fa, veniva chiamato "casa dei freschi". Qui sotto
c'è una collinetta artificiale completamente cava, e nel fossato qui attorno, durante l'inverno, l'acqua
ghiacciava e il ghiaccio veniva tagliato e conservato. Attraverso un cunicolo veniva spinto dentro la
collinetta e d'estate veniva utilizzato per conservare cibi e bevande. Ovviamente, quando dagli umani
la proprietà è passata a noi, non avevamo più questa necessità: era sufficiente un custode dell'acqua per
congelarne quanta si volesse». Spiegò Aidan.
«Come mai mi hai portato qui?» Domandò perplessa dalla scelta del luogo.
«Beh, è un posto isolato e dimenticato, e qui non si prendono molta cura dell'aspetto del
giardino. Ho pensato che volessi divertirti». Rispose Aidan ammiccando.
Celine impiegò qualche secondo a capire che Aidan non stesse facendo del sarcasmo, ma che la
stava invitando a usare il suo potere in quel luogo.
«Pensavo non si potesse interferire con la natura per divertimento». Osservò, timorosa
d'infrangere le regole da subito.
«Sì, certo. Non possiamo andarcene in giro per la città a fare rinverdire i parchi o a dare fuoco
alle case, ma questa proprietà è nostra. Inoltre, tornando al discorso di prima sulla tua compulsione, hai
bisogno di lasciare andare un po' di energia, se no sei come una molla carica pronta ad esplodere! Il tuo
potere si è sviluppato ed è molto forte, ma lo stai usando ancora poco». Spiegò Aidan.
«Tu come fai? Voglio dire, a parte gli allenamenti con me? Non starai andando a pattugliare di
notte in questi giorni?» Chiese Celine. Un po' di panico le si era insinuato nella voce, insieme al terrore
che Aidan, quando lei dormiva, andasse in giro a cacciarsi in chissà quale guaio.
Quella era paura vera, paura che succedesse qualcosa a qualcuno cui tenevi profondamente,
puro terrore alla bocca dello stomaco, ansia che salutando quel qualcuno la sera potessi scoprire, al
mattino, che non c'era più.
La sua faccia doveva essere eloquente quanto i suoi pensieri. Aidan le si avvicinò e le
appoggiò le mani sulle spalle per tranquillizzarla.
«Non avere paura, Celine. Ho promesso che non ti avrei mai lasciata sola, e non mi allontano di
qui». Disse per rassicurarla.
Grazie al cielo aveva scambiato i suoi sentimenti per paura di essere rapita in sua assenza! Che
strano, non aveva nemmeno pensato a se stessa.
«Quindi cosa fai?» Gli chiese nuovamente.
«Mi sveglio al mattino molto presto, all'alba. Sono abituato a dormire poco e agli orari di
Erskine. Vado giù in palestra e ci dò dentro. Scaglio i miei poteri contro oggetti studiati per incanalarne
l'energia, almeno non do fuoco a nulla. Avevo pensato di portarti lì, ma poi ho ritenuto che lasciarti
usare l'elemento davvero, per te, sarebbe stato più divertente. Sicuramente potrei fare lo
stesso allenandomi contro di te, è solo che...»
"Solo che non riuscirei mai ad attaccarti con vera aggressività, anche se so che non potrei mai
farti del male. Anche se so che sarebbe allenarmi come con chiunque altro, non ce la farei mai a
fissarti e pensare al modo in cui attaccarti per davvero, dando sfogo al mio potere".
Questo pensò Celine, e questo lesse negli occhi di Aidan, ne fu certa, quando lui la guardò e fu
come una muta risposta. Quasi non sentì quando terminò la frase dicendo «non sei ancora abbastanza
abile e ho paura di esagerare».
Non diede peso a quelle parole, non fece nemmeno finta di offendersi per stare al gioco: durante
quell'incrocio di sguardi aveva intuito, come se fossero state parole, i suoi veri pensieri, come se fosse
calato un velo. Era stato solo un attimo, ma aveva letto Aidan come se lo conoscesse profondamente, e
non da pochi giorni.
«Senti, posso chiederti una cosa che mi ha incuriosito?» Domandò Aidan rompendo il silenzio.
«Certo». Rispose Celine.
«Ieri sera, quando ti ho messa a letto...»
«Non ricominciare a fare del sarcasmo, altrimenti me ne vado». Lo interruppe Celine seccata.
-«Ascoltami, non volevo dire niente di male». Rispose Aidan paziente.
Celine lo incoraggiò a proseguire con un cenno della testa.
«Ho notato che hai sulla nuca una strana bruciatura. È curioso sia proprio lì, perché è il punto in
cui noi riceviamo il tatuaggio». Terminò Aidan.
«Ah, quello?» Chiese Celine facendo una risata «mia madre mi prendeva sempre in giro, me lo
sono fatta con il suo arricciacapelli cercando di farmi un boccolo quando ero molto piccola».
«Vanitosa già da bambina?» La prese in giro bonariamente.
«Chissà, magari sentivo anche allora il richiamo dei Custodi e mi volevo tatuare da sola».
Rispose Celine stando allo scherzo.
Morwenna, in attesa dalla finestra, mentre contava i secondi che la separavano dal suo incontro
con Ermer, si era distratta osservando Aidan e Celine che parlavano presso la peschiera. Aveva notato
l'arrivo di Ermer proprio perché aveva seguito la direzione verso la quale si erano voltati
entrambi. Sicuramente la ragazza era consapevole che quella visita avesse a che fare con lei, ma
fortunatamente non aveva dato segni di curiosità eccessiva. Prima di dirle qualcosa, e procurarle un
turbamento inutile, bisognava scoprire di più, e soprattutto Morwenna aveva bisogno di parlare con
qualcuno.
Lunghi anni erano trascorsi da quella notte, ma il dolore era ancora lì, cocente. Bastava una
piccola parola, un nome, un profumo ed era come buttare un piccolo pezzo di carta tra le braci di un
camino: riprendeva ad ardere con impeto.
Quando Ermer entrò nella stanza, notò subito l'aspetto pallido di Morwenna.
«Che faccia» disse la nuova arrivata «sembra tu abbia visto un fantasma!»
«Infatti è così, o meglio, ho rivisto il volto di qualcuno che non avrei mai creduto di rivedere».
Rispose Morwenna, ancora turbata.
«Spiegati meglio, o davvero non capisco». La sollecitò Ermer.
«Da come mi parli, deduco che tu non abbia mai visto Celine». Disse Morwenna lasciandosi
ricadere sul sofà.
«È esatto, non l'ho mai vista. Ma non capisco cosa c'entri» Rispose Ermer, se possibile ancora
più perplessa di quanto già non fosse.
«Sono passati lunghi anni. Erskine, in quel periodo, viveva come un eremita a causa della
perdita della sua famiglia, ed è normale non vi abbia prestato attenzione. Ma tu ti ricorderesti il viso di
mio figlio, i suoi occhi grigi, il suo sorriso e i capelli di sua moglie». Disse Morwenna, fissandola
intensamente.
«Certo, ma ancora non capisco. Tuo figlio e sua moglie non sono morti durante l'attacco
a Gallaibh?» Chiese Ermer, confusa da ciò di cui parlava Morwenna.
«Mia buona amica, troppo a lungo ho tenuto dentro di me questo peso. Troppo a lungo mi sono
chiesta se dovessi fare qualcosa, o rispettare la volontà di mio figlio, ma oggi quegli stessi occhi mi
guardavano dal volto di quella ragazza, ed ora io ho il dovere di tradire il segreto che custodisco da
quasi diciannove anni». Rispose Morwenna enigmatica.
Ermer guardò Morwenna. Le era chiaro che la donna fosse sconvolta, ed era incerta su cosa
dire, ma notando che gli occhi di Morwenna si stavano perdendo nel vuoto di un passato remoto decise
di riscuoterla.
«Parlami, amica mia, condividi con me questo tuo peso. I segreti diventano bugie quando sono
verità taciute». Disse scuotendola per un braccio.
Morwenna si riscosse. «Hai ragione, ed è per questo che ti ho fatto venire. Il silenzio ormai
sarebbe solo voler ostacolare una verità che non deve essere più taciuta. Ti ho chiamato per condividere
con te questo peso, e decidere come muoverci in questa situazione che è più scricchiolante del ghiaccio
sul lago a primavera. Ora ascoltami, e non giudicarmi: sono un membro del Consiglio, ma allora ero
anche una madre disperata, e lo sono stata in tutti questi anni. Soprattutto sono stata speranzosa, perché
quando tuo figlio sparisce l'illusione di rivederlo ti logora giorno dopo giorno».
Ermer la fissò attonita, ma non aveva il coraggio d'interrompere quel flusso di parole o di
commentarlo, temendo solo di bloccare ulteriormente l'altra.
Morwenna bevve un bicchier d'acqua, ed Ermer notò che lo stringeva così forte che le nocche
erano sbiancate. Alla fine riprese.
«Non rivangherò la storia della battaglia, la conosci bene. Subito dopo aver trucidato
l'ultimo corrotto, quando mi sono accorta che anche le case erano state attaccate, sono corsa da mio
figlio. Nel trambusto non mi ero neppure resa conto che mio marito giaceva morto tra le mura del
palazzo, l'ho scoperto solo dopo. Mio figlio e sua moglie erano a casa, lei era incinta e la gravidanza
fin da subito si era rivelata difficile, al punto da costringerla spesso a letto, e mio figlio stava con lei
tutto il tempo. Quando arrivai da loro, la casa era intatta ma completamente vuota: di loro non c'era
traccia. Andai di stanza in stanza, con il terrore di trovare dei cadaveri ogni qual volta aprivo una porta.
Tutto era silenzioso: se n'erano andati da poco, eppure la casa già sembrava emanare uno stato di
abbandono, quasi di tristezza. Raggiunsi la cantina che era sbarrata e chiusa a chiave, di cui possedevo
una copia, ed entrai. Tutto ciò che trovai fu una lettera. In seguito la bruciai, ma ancora oggi posso
sentire quelle parole che restarono come impresse a fuoco nella mia mente. Decisi che avevo
commesso un errore a bruciarla e la riscrissi in uno dei miei diari. Se io fossi morta, qualcuno avrebbe
dovuto sapere». Raccontò Morwenna, porgendo a Ermer un pesante diario rilegato in pelle che
conteneva il segnalibro al punto giusto.
«Leggilo tu ad alta voce per me, io non ho la forza di farlo». Concluse.
Il diario conteneva un antefatto, e poi seguiva la lettera.
"Madre, Padre, so di darvi un dolore a partire così nella notte, senza salutarvi, senza un bacio,
senza che voi possiate veder nascere il mio erede, senza nemmeno potervi dire quanto voi, in tutti
questi anni, siate stati importanti per me, ma non posso indugiare, dobbiamo sparire. Avrei potuto non
lasciare nulla, forse ci avreste creduti morti, o forse scomparsi e ci avreste fatto cercare ai quattro
angoli del pianeta, portando su di noi ancora più attenzione di quella che vogliamo, ma ho preferito
essere onesto, e regalarvi quel poco che posso, non farvi restare senza una risposta, senza sapere cos'è
davvero accaduto a vostro figlio. Vi dirò che Fàs, ovviamente, desiderava impadronirsi delle Armi
Sacre, ma non era questo il suo scopo principale: mirava soprattutto a svuotare tutta la città dai
guerrieri per cercare con comodo tra le famiglie, e poter, all'uso, sterminare. Quando avrete tempo di
verificare noterete che le famiglie vittime d'aggressione sono tutte quelle in cui o sta per nascere un
bambino o ce n'è uno molto piccolo. Ormai ho la certezza che cercassero noi, e ci daranno la caccia
per sempre, ci sarà sempre un nuovo modo per raggiungerci qui e saremo colpevoli dello sterminio di
altri innocenti. L'unico modo che ho di salvare la creatura nel grembo di Nimue è scappare il più
lontano possibile e vivere da umani il resto delle nostre vite. Vi prego, dopo che leggerete questa mia
missiva bruciate la casa, fate credere a tutti che anche noi siamo morti durante l'attacco. Se volete
aiutarci, questo è l'unico modo in cui potete farlo: io non l'ho fatto perché ho ceduto alla debolezza di
lasciarvi questa lettera, sentivo che almeno questo ve lo dovevo. Se un giorno ci rincontreremo sarà il
più prezioso dono della mia esistenza, ma se così non fosse, ricordate che vi amo e vi amerò sempre
ovunque sarò, lo stesso vale per la mia Nimue. Caswyn è con noi e condivide i miei stessi sentimenti
nei vostri confronti. Con infinito affetto, vostro figlio Urien."
Ermer era sconvolta, e non riusciva a credere a ciò che aveva appena letto.
«Vuoi dire che sospetti che Celine sia tua nipote?» Chiese d'impulso.
«Esatto, appena l'ho vista ho rivisto il sorriso di Urien e i suoi occhi; il portamento di Nimue e i
suoi splendidi capelli che parevano incendiarsi a ogni passo. Quando la vedrai te ne renderai conto».
Rispose Morwenna, torcendosi le mani in grembo.
«Dobbiamo assolutamente parlarne, cercare di capire. Hai provato a indagare con la ragazza?»
La incalzò Ermer.
«Certo che le ho parlato, ma la coppia che l'ha adottata l'ha accolta quando era ancora neonata.
Era troppo piccola perché abbia ricordi antecedenti, e senza prove certe non mi permetterei mai di dirle
ciò che sospetto. Celine sta affrontando con grande coraggio il cambiamento, non possiamo caricarla di
un altro fardello, o darle un'illusione di parentela che poi potrebbe rivelarsi fasulla. Sarebbe un dolore
inutile in caso ci sbagliassimo. Sono diciannove anni che soffro, e in caso mi fossi sbagliata non voglio
che il mio dolore danneggi qualcun altro». Disse Morwenna con convinzione.
«Allora cosa conti di fare?» Chiese Ermer.
«Ne ho parlato con te, che ne potrai discutere con Erskine, ma vi prego di non dirlo a nessun
altro. Soprattutto ad Aidan: glielo racconterebbe e non certo per fare del male. Andrete tu ed Erskine
soltanto a casa Vendramin. Scavate nel passato della famiglia: cercate foto, certificati, quanto più
materiale possibile utile per stabilire la storia di Celine indietro nel tempo. Forse non ne ricaveremo
nulla, o forse qualcosa uscirà: per ora iniziamo con questo». Ordinò Morwenna.
«Capisco le tue ragioni, e faremo come hai chiesto. Non appena ci saranno sviluppi in merito
t'informeremo». Acconsentì Ermer, telegrafica come sempre quando il tempo delle parole era finito e
stava per mettersi in azione.
«Sapevo che avrei potuto contare su te ed Erskine». La ringraziò Morwenna.
«Un'ultima cosa: hai idea di quale motivo abbia spinto tuo figlio ad affermare che cercavano
loro?» Chiese Ermer sagacemente.
«Non lo so. Lui non l'ha specificato, e penso che avesse paura che volessero sterminare tutti i
bambini». Disse rapidamente Morwenna con tristezza.
Ermer evidentemente avvertì che era arrivato il momento di andare e lasciarla con i suoi
fantasmi.
Morwenna si stava accartocciando su stessa in preda al dolore, rievocato da un passato lontano
nel tempo, ma sempre presente nella mente.
«Credi che troveranno qualcosa?» Chiese Celine per l'ennesima volta quel pomeriggio. Aveva
saltato il pranzo, non riuscendo nemmeno a finire una mela.
«Spero di sì. Credo che quando scopriremo il motivo per cui sei finita in mezzo al mondo degli
umani, sapremo anche come mai ti stanno dando la caccia i nostri nemici». Rispose Aidan
incoraggiante.
«Hai delle idee?» Domandò Celine.
«Certo che ne ho, ma sono tutte congetture. Non è possibile indovinare una cosa del genere».
Replicò Aidan senza rivelarle nulla.
«Dimmene qualcuna». Insisté Celine.
Celine notò che Aidan si prese un attimo di tempo, probabilmente per scegliere le ipotesi che gli
sembravano più plausibili. Forse temeva di fare affermazioni fuori luogo: dopotutto non si sapeva nulla
sul suo passato.
– Beh, ho considerato l'idea che uno dei tuoi genitori fosse un umano. Magari ti hanno dato in
adozione per proteggerti, forse non avevano nemmeno idea che tu avessi queste capacità quando sono
morti. Magari credevano fossi una semplice umana. Queste sono più o meno le cose che mi sono
venute in mente». Rispose finalmente Aidan.
«Sono le stesse possibilità che ho considerato anch'io». Disse Celine.
«Come ti senti ora? Va un po' meglio?» Chiese Aidan che voleva evidentemente cambiare
discorso.
«Sì, direi di sì, e poi questo luogo ora è anche più bello!». Rispose Celine lasciando cadere la
questione e rimirando quello che aveva appena fatto.
Dalla cima del padiglione scendevano fronde di tenera edera verde, e il prato attorno era un
tripudio di piccoli fiorellini colorati. I vasi appoggiati sui davanzali mostravano orgogliose fresie
profumate in piena fioritura di colore variabile, dal bianco puro al crema, al giallo. Sembrava tutto più
luminoso, anche se stava calando la sera, ed era strano, ma il suo potere, oltre che ridare vita alla
natura, l'avvolgeva di un manto caldo e luminoso, come se l'amore che metteva nelle sue evocazioni
venisse poi emanato dalle piante stesse.
Quando tornarono alla villa era ormai buio, e dopo un cambio frettoloso si recarono insieme a
cena.
La tavola era imbandita in modo regale quella sera, e si vedeva che Buonia voleva festeggiare il
ritorno della padrona di casa. Morwenna li stava già aspettando seduta, e li accolse con un sorriso.
«Bentornati. Come procedono gli allenamenti di Celine?» Chiese cordialmente.
«Oggi non ci siamo allenati. Ho portato Celine alla "casa dei freschi". Aveva bisogno di usare
un po' del suo potere: negli allenamenti ci andiamo leggeri non conoscendo ancora la portata di ciò che
sa fare, ma è molto brava». Rispose Aidan.
Celine arrossì, mentre l'altra la scrutava.
«Cos'ha imparato a fare?» Domandò Morwenna rivolta ad Aidan.
Se non fosse stato che Celine preferiva di gran lunga non avere l'attenzione di quella donna
puntata addosso, visto come l'aveva guardata quella mattina, si sarebbe offesa che anziché chiedere a
lei parlasse con Aidan come se lei non ci fosse.
«Ci siamo esercitati nelle parate e nelle invocazioni delle armi e dei poteri, e le è riuscito quasi
tutto al primo tentativo. Anzi, visto qual era il tuo ruolo apprezzerai cosa sa fare». Disse Aidan,
solleticando la curiosità dell'altra.
«Cosa intendi?» Chiese Morwenna incuriosita.
«Celine sa invocare la falce del destino della terra». Disse Aidan, godendosi l'espressione
sconcertata della donna.
A Celine parve di cogliere anche altro sul suo volto ma Morwenna si rianimò subito e disse,
rivolta a lei «Penso che presto potremo fissare la cerimonia del marchio. Aidan ti spiegherà tutto» poi,
vedendo la sua espressione, aggiunse «Non hai nulla da temere: è uno dei momenti più belli nella vita
di ognuuno di noi Custodi».
L'atmosfera, quando entrò Buonia per servire le pietanze, era rilassata, e stavano
chiacchierando amabilmente. Quando annunciò cosa aveva preparato, Celine rimase di stucco: non
aveva mai mangiato in un ristorante di lusso in vita sua e quell'elenco di portate le sembrava alieno, ma
avrebbe assaggiato tutto per non fare rimanere male Buonia.
Le fu servito del foie gras con mele, mandorle ed amaretti; spaghetti con scorfano, zucchine e
peperoni; scampi grigliati con purè di patate affumicate, finocchi e pompelmo rosa; sorbetto al limone;
filetto di manzo affogato alla soia con cicorino all'aglio e purè al wasabi. Per finire un dolce al
cucchiaio, delizie ai frutti di bosco.
Celine, al contrario di ciò che aveva pensato inizialmente, spazzolò tutto. Probabilmente aver
saltato il pranzo le era pesato più di quanto non si fosse resa conto. Ora però si sentiva molto
sonnolenta, e infatti, dopo poco decise di recarsi in camera sua seguita da Aidan. Stavano per
imboccare la rampa di scale quando videro Erskine ed Ermer materializzarsi all'ingresso, entrambi con
una faccia che non prometteva nulla di buono.
«Che succede?» Chiese Aidan, precipitandosi verso di loro.
Entrambi volsero preoccupati lo sguardo su di lei.
«Ha il diritto di sapere. Siete stati a casa sua oggi, non è così?» Puntualizzò Aidan.
«Va bene» concesse Erskine «ma ne parleremo davanti a Morwenna».
Celine adesso era completamente sveglia, non riuscendo a immaginare cosa potesse averli
sconvolti tanto. Di sicuro non avevano buone notizie. I pensieri le turbinarono in testa come moscerini
impazziti intorno a una lampada accesa: le vennero in mente le cose più assurde, tra cui il terrore che
avessero scoperto che sua madre o suo padre fossero semplici umani e ora la volessero cacciare.
Aidan evidentemente intuì i suoi pensieri, e la fermò lasciando andare avanti gli altri.
«Non ti preoccupare. Qualunque cosa sia, la affronteremo insieme». Disse stringendole la mano
tra le sue.
Celine fece un sorriso stentato, e Aidan per il resto della strada le tenne un braccio attorno alle
spalle. Era così nervosa da non riuscire nemmeno a godersi la sensazione di pace che solo al suo fianco
provava.
Raggiunsero la sala da pranzo. Morwenna era ancora lì, intenta a chiacchierare con Buonia.
Quando li vide, il sorriso le sparì dal volto, e si alzò dalla sedia con un impeto tale da rovesciarla.
«Cos'è successo?» Chiese con evidente preoccupazione.
Fu Ermer a prendere la parola. Celine pensò che quella donna, seppur molto bella, emanasse
un'aura di aggressività che incuteva timore.
«Siamo stati alla villa della famiglia di Celine, come ci hai chiesto, ma purtroppo non è stato
possibile recuperare alcuna informazione» fece una pausa e si voltò verso di lei «mi dispiace molto
darti questa notizia, ma la villa della tua famiglia adottiva è stata completamente depredata». Disse con
espressione contrita.
«Com'è possibile?» Chiese Celine «Le cose di valore sono tutte nella cassetta di sicurezza in
banca. Non è rimasto nulla, a parte i quadri, ma erano riproduzioni, e i mobili...»
«Non erano quel genere di articoli a interessare chi ha devastato casa tua» disse Morwenna
«non è così?» Chiese poi rivolta a Ermer.
«Purtroppo è come pensa Morwenna. Non si tratta di quel tipo di ladri, ma di corrotti. Hanno
sventrato divani, materassi e cuscini, e distrutto i mobili per cercare qualche doppio fondo. C'era
ancora la brace nel camino, devono aver bruciato tutto quello che hanno trovato. La casa è
completamente devastata. L'unica cosa che possiamo dedurre da tutto ciò è che Fàs sa ciò che gli
interessa sul tuo conto, ma non vuole che possiamo scoprirlo noi. Altrimenti non avrebbero bruciato i
documenti, li avrebbero portati via». Concluse Ermer.
Celine era attonita. Non solo adesso non c'era più alcun modo di reperire notizie sul suo
passato, ma la casa della sua famiglia era stata distrutta.
Le scivolò una lacrima lungo la guancia. Non voleva piangere davanti a tutti, ma non sapeva
come trattenersi. Pensò a quelle orribili creature che distruggevano le cose appartenute ai suoi
genitori adottivi, e la rabbia crebbe, come un fuoco: voleva distruggerli come avevano fatto loro con le
cose che erano state care alle uniche due persone che fino ad allora le avevano dato una famiglia.
Niente più lacrime, solo una rabbia cieca; niente più debolezza, solo distruzione per quegli esseri. Si
vedeva nel suo vecchio salotto. Era tutto buio, non c'era più nemmeno un mobile. Era strano, sapeva
di conoscere quella stanza eppure le sembrava un luogo alieno, e poi vide una di quelle orribili
creature, un dubhar laoich, ma era diverso dagli altri. Anche se il suo viso restava in ombra, c'era
qualcosa in lui che ricordava ancora un essere umano. Celine diresse la sua rabbia verso di lui,
sentendo il fuoco in sé. Era certa che avrebbe potuto incenerirlo in un soffio...
«Celine! Celine!» Era la voce di Aidan. Celine aprì gli occhi e si accorse di essere sdraiata sul
pavimento della sala da pranzo.
«Cos'è successo?» Chiese.
Fu Aidan a risponderle.
«Sei diventata rigidissima, e a un certo punto sei crollata a terra e tremavi. Ho provato a
riscuoterti e scottavi come un tizzone ardente. A un tratto ti sei rilassata, ed è stato allora che ti ho
chiamato e hai aperto gli occhi».
Celine si guardò attorno smarrita. Era convinta di essere cosciente quando stava facendo quei
pensieri, invece a un certo punto doveva essere svenuta.
«Dev'essere colpa dello shock» intervenne Morwenna «non è una notizia facile da digerire.
Accompagna Celine in camera, Aidan. Ha bisogno di riposo».
Una volta a letto Celine pensò a lungo a quanto era accaduto. In quel momento era stata
assolutamente convinta di poter scatenare un inferno di fuoco contro i suoi nemici. Che assurdità: lei
era una custode dei poteri della Terra, eppure l'era sembrato tutto così reale! Si diede della sciocca:
tutti i sogni sembravano reali quando ci si trovava dentro. Ebbe un lampo di consapevolezza su quanto
aveva vissuto, ma durò un secondo: non ci fu il tempo per elaborare un pensiero coerente, prima che
finalmente sopraggiungesse il sonno.
Morwenna, Ermer ed Erskine erano riuniti da ore nel salottino privato della padrona di casa,
cercando in tutti i modi di elaborare una teoria che li portasse a scoprire qualcosa di concreto sul
passato di Celine. Sembrava che ogni idea conducesse al nulla, e Morwenna non riusciva a darsi pace.
«Non è possibile che non si riesca a trovare niente, quella ragazza non è spuntata dal nulla!»
Esclamò mentre camminava avanti e indietro per la stanza.
«Tra poco sarà l'alba. Appena gli umani torneranno al lavoro, inizierò a visitare tutti gli istituti
e gli ospedali nei dintorni per verificare se è presente qualche certificato di nascita o di adozione».
Disse Ermer cercando di blandirla.
«Non basta, dobbiamo muoverci velocemente. Ho avuto un'altra idea: cercate nel passato dei
genitori adottivi. Non andate a caso, verificate se sono sempre vissuti qui, se hanno viaggiato. Molte
coppie cercano di tenere nascosta un'adozione, e non sembrerebbe il nostro caso perché Celine era
consapevole che loro non erano i suoi veri genitori, ma magari è una decisione che hanno maturato in
seguito. Forse all'inizio volevano tenere nascosta la cosa». Suggerì Morwenna.
«Hai ragione, non ci avevo pensato. Anziché andare alla cieca, tenterò di capire se hanno fatto
qualche viaggio o si sono trasferiti per brevi periodi». Assentì Ermer.
«Dobbiamo muoverci velocemente stavolta, se non vogliamo fare nuovamente un buco
nell'acqua» intervenne Erskine. «Cercheremo di scoprire più dettagli possibili, e se necessario
partiremo. La Divisione, con Mavi, Brian e Murchadh, è protetta, e anche se mancassimo qualche
giorno non sarebbe un problema. Potrei fare rientrare Aidan in caso...»
«Assolutamente no!» Lo interruppe Morwenna «Aidan deve restare con Celine. Al momento la
ragazza è priva di punti di riferimento ed è molto legata a lui. Se andasse via, potrebbe venirle l'idea di
cercarlo. Sa smaterializzarsi, non possiamo correre questo rischio. Se la catturassero, non la
ritroveremmo più. Non abbiamo né la forza, né il potere per marciare sulle terre di Fàs, e andremmo
incontro alla nostra distruzione oltre a perdere lei. Se non ti senti sicuro, chiameremo qualcun altro
da Gallaibh a dare una mano ai tuoi ragazzi alla Divisione». Disse Morwenna, mentre fissava fuori
dalla finestra. Il sole stava per sorgere: a breve si sarebbero messi in moto.
Tra la nebbia fitta del mattino, che ancora orlava tutto il contorno della proprietà, le sembrò di
scorgere delle luci. Non si sbagliava: poco dopo apparvero dei fari di fronte alla cancellata e qualcuno
suonò il campanello. Il rumore riecheggiò per i corridoi silenziosi fino alla stanza in cui si trovavano.
«C'è una macchina che non conosco al cancello» Disse.
Erskine, che le si era affiancato, impallidì. «E' la macchina di Mavi! Cosa sarà successo da
spingerla a presentarsi qui a quest'ora, e perché non si è smaterializzata? Sa i rischi che corriamo con
gli spostamenti classici!»
Ermer prese decisa la porta, e si fiondò al piano di sotto.
...
.
...
FINE Parte 1.